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Un ricordo di Michela Ricciarelli

Pistoia anno 1920

Di fronte al nostro Battistero di San Giovanni a Pistoia: due di queste tre bambine persero la madre a causa di un’epidemia chiamata “La Spagnola”, una è mia nonna Gina e l’altra sua sorella Emma.

Nel 1918 la prima città che si autoisolò per sfuggire a questa terribile pandemia fu la città di Gunnison in Colorado.
Questa influenza colpì mezzo miliardo di persone, pari a un quarto della popolazione mondiale dell’epoca e invece a Gunnison grazie all’auto isolamento si salvarono tutti.

Furono alzate barricate intorno alla città e tutte le famiglie restarono in casa, senza tv, dedicandosi a lavoretti d’artigianato, a coltivare l’orto e i bambini a studiare a casa. Dopo 4 mesi poterono uscire dal paese tutti salvi.
La Cina oggi ha studiato questo caso per imitarne l’esempio avvenuto esattamente cent’anni fa.
Stare in casa quindi è l’unico modo al momento conosciuto per combattere il virus Covid-19.

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La nonna Gina era nata a Pistoia il 26 Ottobre del 1912.
La sua mamma si chiamava Ida e morì quando sua figlia aveva sei anni.
Alla morte della moglie il padre si risposò con un’altra donna, ma dopo due anni morì anche lei e allora ne prese un’altra ancora, che aveva vent’anni anni meno di lui e che finalmente gli sopravvisse. Quest’ultima matrigna – come la chiamava la nonna Gina – era cattiva; con la prima invece, la vita era un po’ meglio. La matrigna era gelosa di loro bambine e mia nonna soffrì molto per questo.

Lei era la maggiore di tre fratelli e si sentiva responsabile per loro. Mi raccontava che fu mandata a lavorare in un cotonificio di Pistoia all’età di 12 anni e la matrigna non si alzava mai per prepararle la colazione la mattina, lei che si doveva alzare alle 4 per uscire di casa prima dell’alba. Per fortuna aveva la nonna paterna, che le voleva tanto bene e le metteva i calzini a scaldare sulla stufa. A volte la portava a letto con sé.

La mia nonna è stata una nonna affettuosa con me e mi ha insegnato ad esserlo allo stesso modo con mia figlia: mi ha trasmesso il suo amore come avrebbe voluto riceverlo lei da piccola – con tante attenzioni, a riprova che basta un po’ d’amore ricevuto da piccina da una nonna per far germinare il desiderio di farsi una propria famiglia e essere la madre e la nonna che avrebbe voluto avere.

L’epidemia di spagnola

Nota come influenza spagnola, rimase nella storia come la grande influenza. Fu una pandemia influenzale scatenatasi fra il 1918 e il 1920. In tutto il mondo saranno milioni le persone morte a causa della spagnola.

Secondo i dati sembra che abbia causato più vittime della peste nera del XIV secolo: una delle più gravi forme di pandemia in grado di raggiungere anche le terre deserte nel Mar Glaciale Articolo e remote isole del Pacifico. A differenza del Covid-19, che sembra colpire in forma più grave chi è più anziano e in forma più lieve bambini e organismi giovani, sembra che la variante del virus presente nell’influenza spagnola attaccasse con più violenza i giovani. Dagli studi effettuati sui corpi congelati delle vittime è emerso che nell’organismo si scatenava una tempesta di citochine da cui un’insufficienza respiratoria progressiva e rapida, infine la morte. Si è ipotizzato che l’impennata di citochine fosse collegata a una reazione eccessiva del sistema immunitario dell’organismo, tipica degli organismi più in salute. Le probabilità di sopravvivenza sarebbero state, quindi, maggiori nei soggetti con un sistema immunitario più debole, come gli anziani, mentre i giovani adulti, avendo una risposta immunitaria più forte, sarebbero incorsi in un rischio di mortalità più elevato.

Malnutrizione, scarsa igiene e ospedali sovraffollati trasformarono la violenza del virus in un’infezione batterica di portata mondiale. Non dimentichiamo che si era alla fine della prima guerra mondiale. Nel 1918 i soldati vivevano in trincea, ammassati, deperiti e allo stremo. La popolazione, scoraggiata, pativa il freddo dell’inverno e la scarsità di cibo. La povertà era endemica.

Fra il 1916 e il 1918 migliaia di operai cinesi vengono ammassati sulle navi e nei treni per finire nelle fabbriche di munizioni, nei porti e sui campi di battaglia del fronte occidentale e russo. Erano i coolies e scavavano trincee per gli alleati. Non si sa quanti fossero. Avevano la stessa condizione lavorativa di uno schiavo e dopo la guerra rimasero in Europa e negli Stati Uniti, iniziando a costruire i primi quartieri cinesi, Chinatown.

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Autoritratto dopo infuenza spagnola, Edvard Munch

In generale l’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro.
Io non credo in un’arte che non nasce da una forza, spinta dal desiderio di un essere di aprire il suo cuore.
Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore. L’arte è il sangue del nostro cuore
Edvard Munch

Il pittore Edvard Munch nel 1919 ha 55 anni. Vive nella periferie di Kristiania, oggi Oslo, dove la famiglia si era trasferita nel 1864 e dove l’artista morirà il 23 gennaio 1944. La madre muore di tubercolosi nel 1868, seguita dalla sorella di Edvard Munch, Johanne Sophie, quindicenne, che a causa della stessa malattia se ne andrà nel 1877.
Malattia, morte, paura: un urlo tragico che è quello di tutta l’Europa, stroncata nei suoi sogni sul nascere dopo la meraviglia degli anni Dieci del Novecento, quando tutto sembrava carico di nuove promesse. “Non ci saranno più scene d’interni con persone che leggono e donne che lavorano a maglia. Si dipingeranno esseri viventi che hanno respirato, sentito, sofferto e amato…” scriverà nel Manifesto di Saint Cloud.

A un visitatore che osserva il suo Autoritratto dopo l’influenza spagnola chiede se la trova nauseante. Che cosa? La puzza. Sì, la puzza. “Non vede che sono quasi sul punto di decompormi? Sfumature cupe del rosso color sangue, decomposizione e disfacimento. Ancora oggi non si conosce con esattezza il numero di vittime della Grande Guerra: 74 i milioni di soldati mobilitati, 21 milioni di feriti e mutilati e poi i morti sui campi di battaglia, i prigionieri e tutti i nomi che fra le pagine della storia si sono persi. Affamati, debilitati, annichiliti spettri.


Riccardo Chiaberge, 1918 La grande epidemia: Quindici storie della febbre spagnola. Utet, Novara 2016

Perché si chiama influenza spagnola?

I giornali di Madrid sono i primi a parlarne. È l’inizio della primavera 1918, 102 anni fa, e per le strade della capitale spagnola si fischiettano le arie de La canción del olvido. Questa commedia lirica in un atto del genere zarzuela era stata ideata da José Serrano, pianista e compositore, e messa in scena prima al Teatro Lirico di Valencia, il 17 novembre 1916, poi a Madrid al Teatro de la Zarzuela, il primo giorno del mese di marzo, nel 1918. L’azione si svolge in un’immaginaria Sorrentinos, a Napoli intorno al 1799, per questo La canción del olvido, che inizialmente doveva chiamarsi El Príncipe errante, il principe errante, (ma pareva di cattivo auspicio), divenne famosa fra il popolo con il nome Soldato di Napoli, soldado de Nápoles.

Negli stessi giorni, i quotidiani iniziarono a scrivere che una “strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid… l’epidemia è di carattere benigno non essendo risultati casi letali”. Anche il sovrano Alfonso XIII viene colpito dal male che in futuro resterà conosciuto con il terribile epiteto di febbre spagnola e che la popolazione spagnola ha ormai legato alle sorti del soldato napoletano dopo l’affermazione del librettista Federico Romero, il quale sull’opera disse che sopportò eroicamente la terribile epidemia di febbre detta “il soldato di Napoli” perché questa serenata era tanto orecchiabile quando la malattia, sebbene meno mortale. L’aneddoto, riportato da María Encina Cortizo a sua volta citata nell’opera di Ryan Davis “The Spanish Flu: Narrative and Cultural Identity in Spain“, di lì in poi segnò la connessione fra il virus e la lugubre immagine di morte e malattia rappresentata nel soldato di Napoli, ripreso dalla stampa dell’epoca.

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Vignetta satirica del Soldato napoletano pubblicata su “El Figaro”, 25 settembre 1918

Il diffondersi dell’epidemia spagnola

Qualche giorno di febbre e tutto passa, scrivevano inizialmente i giornali dell’epoca. Tuttavia, la situazione cambia rapidamente. Mentre le autorità cercano di tenere a freno il senso crescente di panico, la popolazione intuisce la gravità della situazione dalle misure sempre più restrittive prese dal governo. Victor C. Vaughan, capo dei chirurghi militari americani durante la Prima Guerra Mondiale, nel settembre 1918 scriverà che l’influenza ha invaso il mondo fino agli angoli più remoti. Ucciderà più soldati americani lei della la guerra e in poco più di un anno. Colpite anche India, Asia e Africa subsahariana, in particolare il Kenya.
I sintomi dell’influenza spagnola, che verrà chiamata in termini medici A sottotipo H1N1, coinvolgono il sistema respirato, apparato cardiocircolatorio e nervoso. L’esito è spesso mortale, con un’incidenza più alta nella fascia giovane della popolazione, fra 20 e 40 anni. Insieme alle complicanze a carico del sistema respiratorio si aggiungeva l’emorragia delle mucose, in particolare da orecchie, naso, stomaco e intestino, oltre un’alta frequenza di sintomi emorragici in diverse parti interne dell’occhio.

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Per quanto riguarda la profilassi e la terapia dobbiamo confessare che siamo quasi disarmati. Le disinfezioni dei locali e degli effetti d’uso e letterecci dei malati, i gargarismi, le polverizzazioni e le altre medicazioni topoche applicate sui militari si mostrano del tutto inefficaci. Lo stesso dicasi della sieroterapia e della vaccinoterapia, dei salassi, delle iniezioni endiovenose di acido fenico e d’altri antisettici sebbene tutti questi soccorsi fossero benissimo tollerati dagli infermi. Negli ospedali di Marina fu su larga scala provato anche il vaccino polivalente del prof. Centanni ma senza alcun risultato apprezzabile
Tenente Generale Filippo Rho, capo della Sanità militare marittima
estratto da un lavoro pubblicato sugli Annali di Medicina Navale, febbraio 1919
Consultabile sul sito web Ammiraglio Vincenzo Martines, Le avventure di un medico militare

Ancora oggi non è mai stato individuato il paziente zero. Come spiega Laura Spinney nel suo libro “1918, l’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Marsilio Editore), tre sono le ipotesi finora considerate principali: all’origine della pandemia A sottotipo H1N1 nota come febbre spagnola una base militare del Kansas, o forse un primo caso all’interno di una base britannica a Etaples, nord della Francia, o ancora dalla Cina attraverso uno dei molti lavoratori schiavizzati per la costruzione delle trincee di guerre. Quest’ultima ipotesi oggi appare la meno probabile.

Il caso di Gunnison

A salvarsi fu la città così coraggiosa da inventare per i propri abitanti l’auto-quarantena: Gunnison, in Colorado. Le autorità locali decisero immediatamente la costruzione di barricate lungo le strade che fungevano da accesso alla città; stazione ferroviaria bloccata e cittadinanza in quarantena. Gunnison, dove il fiume e la città si chiamano nello stesso modo, prende il nome dall’esploratore John W. Gunnison, che per primo la scopre. Alla fine dell’Ottocento l’arrivo della ferrovia, la stessa che verrà poi bloccata così velocemente, insieme alla corsa all’oro attireranno qui sempre più abitanti: minatori, agricoltori, gente in cerca di fortuna fra le montagne del Colorado.
Nel 1918 a Gunnison vivevano 1390 persone, 5590 all’interno di tutta la contea. I messaggi inviati con il telegrafo da Denver parlano dei primi morti, siamo all’inizio di ottobre.

I soldati per ordine della municipalità montano di guardia sulle barricate, armati. Chiunque sia di passaggio a Gunnison dovrà entrare in quarantena, pena la prigione. La popolazione non protestò: abituata a vivere in condizioni durissime, riuscì a superare l’inverno con i pochi prodotti dei campi. È il 3 febbraio quando si decide di abbattere le barricate. La mattina del 5 febbraio 1919 Gunnison rivede il mondo: tutti i suoi cittadini sono sani e salvi. Nei mesi successivi la terza ondata di pandemia si abbatterà sulla contea: almeno cento i casi a Gunnison, a morire per la pandemia cinque giovani lavoratori. Sono trascorsi cento anni, centodue per l’esattezza, e il mondo è attonito di fronte a una nuova, imprevista, pandemia. Il 13 marzo 2020 la prima vittima di Gunnison a causa del Covid-19: il 23 marzo nella contea di Gunnison si segnalano 37 casi positivi, 41 negativi e 58 in fase di osservazione.

Le nostra vita e le nostre strutture sono completamente diverse dalle condizioni di un tempo. Eppure, anche oggi torna a serpeggiare la paura, la stessa che fa parte dell’incontrollabile umano, uguale in ogni tempo. Anche ora si temono le conseguenze economiche e nonostante i grandi passi della ricerca medica, il tempo della quarantena torna come unica soluzione possibile a protezione della salute. Dopo un secolo, in questi anni Venti di un millennio diverso, ci ricordiamo all’improvviso, e questa volta senza vie di fuga, che il mondo è di nuovo a una svolta. A noi la scelta, di come vivere. E di come decidere di vivere quando tutto questo sarà un ricordo.

Ospedale da campo Fort Collins in Colorado 1918
Ospedale da campo a Fort Collins, Colorado 1918

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