Una volta mi è capitato di leggere che basta guardare un paesaggio perché si inneschi un cambiamento a livello cerebrale. Sono sufficienti pochi secondi davanti a una fotografia, ma funziona anche solo pensandole.
È il potere delle immagini mentali: sono migliaia, milioni le cartoline che conserviamo fra i cassetti della mente e del cuore. Sono i nostri ricordi. Basta aprirne uno per ritrovare quel posto, che magari non esiste nemmeno più; ritrovare i colori, intatti, le sfumature di quel momento della vita e delle persone che erano con noi. Se mi concentro davvero, a chiusi chiusi strizzando forte forte le palpebre, avverto ancora il tempo sulla pelle, i profumi e gli odori dietro l’angolo, la voce della gente e che cosa indossavo.

Esercitare il ricordo significa vivere di nuovo la nostra storia e coltivare l’immaginazione.
Come immagini la tua mente? Per anni abbiamo pensato alla mente, noi che facciamo parte della cultura occidentale, come una soffitta buia dove accatastati ci sono ricordi come scatoloni di un trasloco dopo l’altro. Scatoloni chiusi e a volte dimenticati, che piano piano si perdono nel buio e nella polvere: le cellule nervose lentamente si bruciano; a causa della vecchiaia o di una malattia neurodegenerativa le ragnatele li ricoprono, le tarme se li divorano e a noi non restano che briciole di ricordi, frammenti di ciò che è stato divorati dagli anni.

In realtà questa è solo una delle possibilità in cui immaginare la memoria. Le Vie dei Canti dei popoli aborigeni in Australia sono un altro modo per immaginare il corpo, fisico e sociale, e lo spazio della memoria. La tradizione orale dell’Africa e il suo modo di concepire l’invecchiare; i sistemi di navigazione degli antichi e le mappe del mare fatte di canti in Polinesia: in quanti modi diversi abbiamo imparato e usato la memoria? Ogni modo di vivere il mondo è un viaggio nella percezione, eppure per secoli non siamo riusciti ad avvicinarci a modalità troppo distanti da come noi abituati ad apprendere e utilizzare la mente. Un esempio fra tutti, la storia della medicina e i percorsi della scienza dovrebbero averci abituato al fatto che ogni certezza lo è fino a prova contraria. Eppure anche oggi facciamo enormemente fatica ad uscire dalle nostre abitudini, quelle percettive prima di tutto; le diamo così per scontate da pensare che almeno quelle siano incrollabili verità. In mezzo un oceano: barriere linguistiche, culturali, difficoltà… anche di immaginazione. Perché spesso difficile è riuscire a immaginare una realtà mai immaginata prima, insormontabile ammettere che possa esistere.
Proprio questo, forse, nel profondo segna la distanza fra “me e l’altro”.

Le neuroscienze stanno svelando nuovi angoli e prospettive del cervello, di come impariamo e memorizziamo, facciamo esperienze, dimentichiamo, creiamo le nostre mappe del mondo e della vita. Moltissimo è ancora il territorio al buio, lo spazio ignoto di ciò che non sappiamo. Ma un dato di cui ora siamo consapevoli è il ruolo della curiosità. Se l’essere curiosi è la molla che muove le prime scoperte di un bambino, così è stato anche nella storia del mondo.

I primi esseri umani sono stati viaggiatori curiosi e dotati di immaginazione.
Siamo usciti allo scoperto,
incontro all’ignoto.
In cammino sulla superficie delle terre emerse,
rincorrendo la linea dei fiumi e
attraverso oceani di acqua
abbiamo viaggiato alla scoperta del pianeta,
immaginando nuovi orizzonti inesplorati.
In cerca di altro,
a caccia di ciò che ancora non avevamo

L’immaginazione insieme alla curiosità è una componente dell’evoluzione che ha contraddistinto la storia dell’umanità: IMÀGO, immagine, dal greco mimos, imitatore, imito. Immaginazione e immagine sono connesse alla vista, che la maggior parte di noi usa in una percentuale incredibilmente maggiore rispetto agli altri sensi. Alla vista affidiamo il nostro lavoro di decodifica della realtà e quanto essa, invece, può essere ingannevole lo sa bene chi è diventato cieco o ipovedente. Una persona ipovedente mi raccontava che da quando è cambiata la sua percezione della realtà e, necessariamente, ha dovuto intraprendere una trasformazione nell’uso dei sensi, ora è consapevole di quanto la vista sia bugiarda. Preferisce affidarsi al tatto, anche quando può vedere. Non a caso, fra persone operate agli occhi che sono state in grado di recuperare la vista frequenti sono le testimonianze del fatto che questi soggetti non cadono nei tranelli della percezione visiva, a differenza di chi è abituato a vedere. Ma le conseguenze dell’immaginare dentro di sé portano la traccia di una direzione che ci trascina più in là. Immagin-azione, l’immagine diventa azione: mi spinge a muovermi, un passo dopo l’altro e via. Mi sto muovendo, metto in moto le mie risorse e vado, sono in viaggio.

Una falsa etimologia che da un po’ gira in rete racconta l’immaginare come locuzione, dal latino, “in me mago agere”, in me agisce un mago. Errata e affascinante. Nonostante sia falsa dietro a questa etimologia immaginaria c’è un’idea e forse è proprio il suo nocciolo ciò che ha colpito i tanti che l’hanno abbracciata all’istante e condivisa.
Dentro di me agisce una forza: un potere che non sono io, non è quello del mio io razionale, della mia coscienza che controlla. Questa idea ha trovato tante formule per essere definita; in alcune parti di mondo hanno provato a chiamarla inconscio, altri lato oscuro, ombra; è una parte di me che sfugge continuamente da me, “io” non la controlla.
Anima del mondo più grande rispetto alla mia sagoma. Dentro, c’è la forza di tutto ciò che è altro, qualsiasi cosa sia, entra in me e mi tocca, mi sfiora, mi colpisce e rimane dentro. Un’immagine viva e incancellabile.

L’immagine è specchio, dipinto, fotografia, impronta; a due o più dimensioni, in bianco e nero, a colori, statica, in movimento. Capace di cambiare nel tempo, in grado di svanire, scolorire, trasformarsi. Immagine è rappresentazione, risultato dell’azione e spazio costruito, negoziazione fra mondo interno e mondo esterno.
Mentre faccio esperienza del mondo dentro di me opera una magia, è vero. È un’alchimia di cui non so nulla.
Oggi anche il processo visivo, che a scuola si studiava con la storiella dell’immagine rovesciata et cetera e già allora suonava piuttosto labile come teoria, è stato rivisto. Gli scienziati ammettono che non sappiamo esattamente come avvenga. Non sappiamo come la nostra memoria agisca in noi, come la persistenza dei ricordi sia scheggia in grado di scalfire e modificare i nostri tessuti. In che modo dimentichiamo, andiamo avanti, torniamo indietro. Immaginiamo nel presente, qui e ora, lavorando sempre su un prima e un dopo: immaginando operiamo sul passato e sul futuro.

Sono il mio cuore, sono la mia mente, sono il mio cervello. Come si sono create le immagini che adesso mi riempiono? Da dove arrivano e come si sono conservate? Come mai dopo anni, un frammento può ancora scatenare un ricordo indelebile, nel bene o nel male? Il neuroscienziato Eric Kandel a questo interrogativo ha dedicato la vita intera: com’è possibile che ancora, dopo anni, sono lì in quella stanza di notte mentre i soldati bussano alla porta? Americano di origine austriaca, la sua è una famiglia ebrea con un negozio di giocattoli nella bella Vienna degli anni Venti. Un prima e un dopo: l’istante di quel ricordo. Una notte. Il giorno dopo niente sarà più uguale.

Eric Kandel, insieme ai colleghi Arvid Carlsson e Paul Greengard, è il primo psichiatra statunitense a vincere il Nobel per la medicina, assegnato nel 2000 per le ricerche sulle basi fisiologiche della conservazione della memoria nei neuroni. Si riferisce a questi ricordi come flashbulb memory. I primi a parlarne e teorizzare il concetto di flashbulb memory sono Brown e Kulik, che nel 1977 li studiano in relazione a eventi come l’uccisione di Martin Luther King e del presidente John F. Kennedy. Flashbulb memory, il termine ha il flash acceccante di una lampadina che improvvisamente accende la memoria. Spara, si direbbe utilizzando il linguaggio della fotografia. È possibile definire flashbulb memories “ricordi fotografici, istantanee fotografiche o flash di memoria”. Un ricordi vivido, capace di registrare un evento che si fissa come traccia indelebile nella scatola nera della nostra testa.

Immaginazione o conoscenza?

Ti fidi più della tua immaginazione che della tua conoscenza? A questa domanda Albert Einstein rispose con una considerazione che nasconde una prospettiva illuminante. La conoscenza è legata a ciò che sappiamo già, all’esperienza che abbiamo accumulato rispetto a noi stessi e al mondo. L’immaginazione è scoperta che si apre a nuovi orizzonti. Immaginare è gioco di curiosità, avventura che si lancia verso il futuro, scoperta. Tuffo nell’ignoto.

L’immaginazione è più importante della conoscenza.
La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione
Albert Einstein

Viaggiare non dipende da dove stanno i nostri piedi. Alcune delle persone più cieche che mi sia capitato di conoscere sono persone che di posti ne hanno visti tanti, per passione e per lavoro e che continuano ad avere questa fame, ossessione, di mettere sulla mappa del mondo una bandierina dopo l’altra. Altre, all’opposto, quasi non si sono mosse dal luogo in cui sono nate, eppure quando raccontano dentro ci senti tutte le storie del mondo, lo spazio e il tempo come onde che si muovono insieme verso territori sconosciuti dell’anima. Viaggiare, che cosa significa davvero? Se “viaggio”, dal latino viaticus, è “ciò che riguarda la via, il cammino” allora il centro del discorso, il soggetto che tiene in piedi tutto, non sono io bensì la strada. È il cammino ciò che fa il viaggio, è la via-vita che percorro ciò che disegna il mio andare attraverso lo spazio e il tempo dell’esistenza. Viaggiare è continuare a immaginare, un orizzonte dopo l’altro sapendo che dietro, sopra e sotto, oltre l’infinito esistono altri infiniti mondi da disegnare e raccontarsi, percorrere, annusare, ideare, sperimentare. Universi sconosciuti in cui tuffarsi e riemergere, al di là della sottile linea fra ciò che è qui e l’altrove.

Se mi dispiace morire? Certo che sì, è ovvio. È la mia vita e non importa quanto tu abbia vissuto. Non sarà mai abbastanza.
Ma non è la vita a finire, è solo la mia che finisce.
Ho avuto tanto. Un lavoro, un amore, una casa. Adesso è il tuo momento.
Prenditi tutta la vita che vuoi. Non dimenticarlo.
Vivi.
A finire è solo la mia vita, ma la vita,
la Vita va avanti.
Ogni giorno

Rosa

Un terrazzino all’inizio dell’autunno e la luce del sole nel primo pomeriggio, la brughiera lombarda e le sagome degli alberi, una sciarpa di lana intorno al collo.
Due donne sedute, una di fianco all’altra, a guardare l’orizzonte

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