Il colore dell’alba e la sua luce fredda che si stampa in faccia mentre la notte se ne va,
la fatica di doversi svegliare presto, prestissimo e poi la sorpresa di guardare la città mentre si sveglia piano piano.
Il profumo di pane appena sfornato e la fragranza inconfondibile dei cornetti dalle vetrine accese delle panetterie.
I bambini che ti sciamano intorno mentre vanno a scuola vociando,
gli sguardi fra chi è a piedi e quelli sull’autobus all’incrocio.

Fermarsi al semaforo e invece di correre restare lì a guardare la gente che passa, il traffico, le facciate dei palazzi e le vecchiette dietro le tendine.
Mentre il semaforo rosso arriva e passa. Una, due, tre volte…
La primavera all’improvviso anche se non è stagione
e poi
le pozzaghere quando smette di piovere,
le prime viole del pensiero e il giallo delle primule tra le foglie secche nel bosco.
Una salita scoscesa alll’improvviso piena di fragoline selvatiche,
la luna piena e nella notte d’inverno
il grido del gufo appollaiato sul noce di fronte a casa, lontano.

Le amarene aspre che di colpo arrossiscono maturando all’inizio dell’estate.
Le sfumature degli alberi cangianti in ogni stagione come un vestito nuovo,
le montagne che sembrano rosse quando inizia l’autunno e il bosco che diventa un’esplosione di giallo. I campi illuminati dal sole, le cascine sparse
il panorama visto dal treno che ti chiedi chissà lì chi ci abita,
un giorno o l’altro ci vorrei passare da quella stradina sterrata e
bussare alla porta.

Il gusto della prima pesca,
il sole troppo caldo sulla pelle e l’impatto con il mare freddo e salato.
Il blu che ti entra dentro gli occhi e nel solleone l’orizzonte sfocato,
accecante, saturo di luce.
Pulire il giardino con pazienza, tagliare le rose sfiorite,
il profumo di una crostata che cuoce,
l’attesa
mentre il dolce si raffredda prima di portarlo in dono a una vicina.

Andare in un posto per la prima volta e perdersi
le case, ognuna diversa, e la gente fra le strade.
Fermarsi su una panchina a guardare cosa succede lì intorno,
tenere il telefono spento, irreperibile almeno per un giorno.
Vagare fra gli scaffali di una biblioteca solo per ascoltare il silenzio,
camminare fra le sale di un museo di cui non sai nulla solo per godere la bellezza.
Non avere una guida e lasciare che siano solo le sensazioni a parlare e
trascinarti in una mappa nell’altrove.

Il profumo di bucato e sapone di Marsiglia,
le lunghe fila di panni stesi in alto sui tetti,
le lenzuola colorate da una finestra all’altra e i catini di acqua saponata rovesciati per le strade che corrono in rivoli senza fine.
L’odore delle caldarroste che annuncia l’inverno,
la buccia dei mandarini sulla stufa; i cespugli di lavanda e rosmarino che sembrano secchi invece quando li sfiori con la mano chiudi gli occhi e aspiri forte il loro aroma inconfondibile che sa di
estate, infanzia, Mediterraneo.

La bellezza del sabato mattina o della domenica,
di tutti i giorni in cui ti puoi svegliare
senza orologio
senza programmi, quasi stavi per dimenticare com’è,
vivere senza date né numeri. Stare come una lucertola al sole
sentire la pelle che si scalda
addormentarti senza finire quel libro.
Mollare un corso che non ti rappresenta più, un amore, un lavoro, una vita intera.
Riiniziare da capo,
viaggiare senza bagagli.
Perdere cose importanti e scoprire che ne puoi fare a meno.

Aprire la porta di casa.
I fiori freschi in un bicchiere sul tavolo.
Le persone che ancora hanno il coraggio di fare sorprese e improvvisate, senza prima sentirsi in obbligo di chiamare al telefono.
Le margherite e gli steccati di legno, come quelli di una volta.
La cassetta della posta quando c’era una lettera e non la solita bolletta.

Riuscire a fare il primo passo senza stampella,
piangere di gioia quando ti rialzi dopo l’anestesia di un intervento.
Guardare la paura quando è già passata.
Sapere che ce l’hai fatta, oggi sei ancora qui.
Ridere di un fatto che adesso lo sai, non era poi così tragico.

L’arcobaleno dopo la pioggia, la pelle profumata dopo una doccia,
il profumo del bagnoschiuma comprato durante un viaggio.
Il pensiero di un nuovo progetto che stai già pregustando.
Una serata in cui non c’è niente da fare e semplicemente ti godi la giornata che finisce mentre sei nella tranquillità di una cucina. La quieta bellezza
di un momento in cui non sta per accadere nulla,
un momento come mille altri,
in cui non succede nulla se non
il battito del cuore da ascoltare.

I calci di un bambino nella pancia della futura mamma,
spiare dalla finestra gli uccellini che arrivano a beccare i semi ogni mattina,
il cane che aspetta impaziente di fianco al cancelletto.
Le giornate quelle no e poi il sorriso
di quando sai che passerà,
le rughe per il troppo ridere e quelle di chi ha smesso di piangere.
La faccia disegnata dalla vita di quello che ha passato ogni giorno in mare aperto,
fottendosene dei guai,
con il sole in faccia e il vento in poppa.

Il cielo di lampi durante la burrasca,
le tempeste che sembrano portare via tutto e poi siamo ancora qui,
i gabbiani nel blu
il pensiero delle persone che si svegliano o vanno a letto dall’altra parte del globo.
Le pile di libri che non trovano un posto,
l’emozione della laurea appena discussa,
un nuovo essere vivente che inizia
il suo primo respiro
esattamente adesso.

Stringere i denti e sapere che per oggi va bene così, trovo tempo per fare attenzione e
vedere una cosa bella.
Almeno una. Perché mi ha cambiato il sorriso e la giornata

Le cose belle della vita sono ovunque,
sono nel mondo intorno,
sono nel nostro sguardo.
Sono l’attimo magico in cui
all’improvviso
ricordi
Sono l’attimo in cui ricordi l’importanza della bellezza.

2 thoughts on “Le cose belle della vita

  1. ivan lenzotti ha detto:

    ciao Maddalena,
    Perchè leggendo , la tua poesia e l’arte del tuo modo di vedere
    e respirare il mondo attorno di tè,
    mi viene in mente la scatola di Pandora.
    Erano proprio 6, i mali del mondo, punizione di Zeus alla specie umana:
    Malattia, vecchiaia, gelosia, vizio, pazzia e speranza!
    Ma la speranza, scappata l’ultima, dal fondo dello scrigno;
    quando Pandora lo apri per la seconda volta, non è affatto,
    quella, come tutti dicono, che salvò il mondo;
    con laquale l’uomo riprese a vivere!
    Allora sarebbero stati 5, i mali, nella scattola di Pandora,
    il sesto : la speranza, non un male? ma l’unico ultimo bene?

    La speranza, è già sconfitta, rassegnazione.
    L’uomo viveva in un paradiso, come gli dei! Punito da Zeus debbe ,vivere
    sulla terra, luogo desolato, deserto ed inospitale.
    Era già schiavo!
    Ma vivere non è di sperare in un’altra vita, in un certo modo scappare alla sua condizione,
    ma prendere quello che si presenta, affrontare, vedere attorno di se stesso, sentire la natura,
    coi tutti i sensi, i piaceri che ci dà, senza soccorso dallo spirito, ……………

    Leggere “Nozze” = “Noces” di Albert Camus.

  2. ivan lenzotti ha detto:

    Camus stà passeggiando in Toscana, vicino Firenze e scrive:
    “Des millions d’yeux, je le savais, ont contemplé ce paysage et, pour moi, il était comme le premier sourire du ciel. Il me mettait hors de moi au sens propre du terme. Il m’assurait que sans mon amour et de beau cri de pierre, tout était inutile. Le monde est beau, et hors de lui, point de salut. La grande vérité que patiemment il m’enseignait, c’est que l’esprit n’est rien, ni le cœur même. Et que la pierre chauffée par le soleil , ou le cyprès que le ciel découvert agrandit, limitent le seul univers où “avoir raison” prend un sens : la nature sans hommes. Il me nie sans colère. Dans ce noir qui tombait sur la campagne florentine, je m’acheminais vers une sagesse où tout était déjà conquis, si des larmes ne m’étaient venues aux yeux et si le gros sanglot de poésie qui m’emplissait ne m’avait fait oublier la vérité du monde.
    C’est sur ce balancement qu’il faudrait s’arrêter: singulier instant où la spiritualité répudie la morale, où le bonheur naît de l’absence d’espoir, où l’esprit trouve sa raison dans le corps……………

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