Il profumo di camomilla,
appena fuori di casa. L’aria quando
il sole è già tramontato, ma non è ancora sceso il buio. Inspira.

Mi ricorda primavere passate e la stessa fragranza, indimenticabile ogni anno.

Strada deserta, rumore d’acqua di fontana.
Dietro l’angolo i ciliegi in fiore, alberi abbandonati di un giardino solitario. Chissà come devono essere nella luce forte della giornata, quando il mattino trapassa nei petali di seta.
Ieri il vento ne ha trascinato via manciate che chissà perché sono arrivate fino alle nostre finestre della camera da letto, come giovani farfalle cavolaie.

Cieli rosa. Passaggio di uccelli che si lanciano richiami, da lontano. Ascolta.

In questa primavera in quarantena,
la sera è ancora più silenziosa.
Ognuno è a casa sua, scuri chiusi e
lampioni che si accendono anche se fuori è ancora chiaro. Passo dopo passo,
pancia che pesa. Rumore di sassi sotto le ciabatte, macchie di vernice bianca sui pantaloni nelle dita e fra i capelli.
In cucina mani che impastano la pizza e stufa che scalda la stanza. La piccola fortunadrago guarda l’orizzonte oltre la siepe, sdraiata sul freddo grigio del muretto: non le importa che sia sera, non ha freddo. Spia
l’andirivieni
inesistente.

Le luci che si accendono.
Il senso dell’attesa, mia e del mondo
in sospensione.
Profumi di farina, pomodoro e casa.
Il buio della notte che poi alla fine è già qui all’improvviso.
venerdì, a quanto dice il calendario – 24
aprile (’20)

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