Era la primavera del 1973. La sera, intorno alla piscina dell’hotel Le Phnom dove ci si ritrovava a smaltire le emozioni, le paure e le frustrazioni della giornata, si discusse, come sempre, dell’ assurdità di quella guerra e della stranezza del nostro ruolo di giornalisti, voyeurs impotenti della distruzione di un paese e dell’abbrutimento di un popolo a cui tutti ci sentivamo legati ogni giorno di più.

Avendo ancora negli occhi le immagini dei loro cadaveri disseminati nelle risaie dai bombardamenti americani, o abbandonati al margine delle strade dai soldati governativi (che a volte toglievano loro il fegato per mangiarlo e così acquisire la loro forza), i Khmer rossi, partigiani di una Cambogia contadina che si difendeva dall’ intervento della superpotenza Usa e si opponeva al regime corrotto ed inefficiente messo al potere dal colpo di Stato organizzato dalla Cia, i Khmer rossi ci sembravano l’unica via d’uscita dall’incubo della guerra.

Fossero arrivati loro a Phnom Penh, il conflitto sarebbe finito. Senza più protettori stranieri nè dall’ una nè dall’ altra parte, i cambogiani si sarebbero intesi fra di loro e la Cambogia avrebbe ritrovato la sua pace di paese povero ma indipendente. Allora la pensavamo così. Come molti altri giornalisti che lavoravano in Indocina, io ero contrario a quella guerra.
Del resto, come si poteva pensarla altrimenti?
Tiziano Terzani

Phnom Penh è un gatto addormentato lungo il Mekong. La città è cresciuta accoccolata intorno alla linea d’acqua del fiume Mekong che qui confluisce, insieme al Tonle Sap, il “Grande fiume dalle acque fresche”, dichiarato nel 1997 riserva della biosfera dall’Unesco, il più grande lago di acqua dolce del sud-est asiatico.

Il fiume è immenso e grigio, a tratti ocra come la terra ruvida che appanna la vista sul fondo. Traghetti e imbarcazioni solcano la sua superficie, avanzano lente nell’aria ferma della giornata senza respiro. Quando arriviamo a Phnom Penh è l’alba e la città si sveglia, gente che corre sul lungofiume e studenti con le cartelle. In Cambogia quella che noi chiamiamo terza età è un capitolo di vita molto attivo. Gli anziani li vedi per strada, in piccoli gruppi di amici, ritrovarsi ogni sera per fare stretching all’interno di qualche parco o in un angolo verde cittadino; si muovono al ritmo della musica, coordinati da una donna che ha con sé una cassa che poi si riporterà via, sparendo nella folla dopo un’oretta. Fanno jogging da soli o a gruppetti, con la tuta e scarpe adatte, si fermano a utilizzare gli attrezzi di metallo semplici e robusti che trovi un po’ ovunque: in Vietnam e in Cambogia le palestre sono all’aperto, a disposizioni di tutti.

Phnom Penh è la capitale della Cambogia ed è una capitale che non ti aspetti. Al di là della presenza della fiume, che ha un respiro immenso, si estende un nugolo di case basse da cui riesce ad alzarsi su un gomito solo il Palazzo Reale, che infatti è il punto di riferimento principale da usare per orientarsi se uno dorme nel quartiere.

Costruita nel 1860, la Pagoda d’argento di Phnom Penh ha un tetto di piastrelle d’argento: qui, fra i nove edifici di questo complesso minuziosamente decorato, ancora oggi vive la famiglia reale. Solo una parte è aperta al pubblico: il palazzo reale di Phnom Penh, che è aperto tutti i giorni, nella parte che i turisti non vedranno è il laborioso ufficio del regno.
Che starà mangiando oggi a colazione il re, Norodom Sihamoni? Lui, che ha anche qualche scia di sangue italiano (la madre Norodom Monineath nasce Paule-Monique Izzi), oltre alla sua lingua (e all’inglese, russo e francese) parla anche il ceco, perché a Praga trascorre tanto della sua adolescenza, frequentando le scuole superiori all’Accademia di Arti Musicali. Il filo di un’appartenenza viscerale quella fra il principe e Praga. Appassionato di musica, entra al Conservatorio. Dopo il colpo di Stato di Lon Nol nel marzo 1970 gli viene vietato il ritorno in Cambogia: lui si trasferirà a casa del maestro di scuola delle elementari (in seguito sarà insieme al padre in Corea del Nord, dove studia cinematografia all’Accademia Nazionale di Pyongyang).

Perdersi a Phnom Penh
Gli spiedini di carne stesi a seccarsi
al sole
per strada l’odore di bruciato misto a smog
la vampa umida e calda del sole
statue di monaci in preghiera come fossero vivi
il profilo alto e incombente del Palazzo
la presenza del fiume.
E poi perdersi fra i banchi del mercato
dove il pesce sfrigola sulla griglia e
si beve succo ghiacciato,
la luce filtra appena fra i tendoni fitti.

A piedi per le strade,
centri commerciali e grattacieli altissimi
piccole strade di fango
all’improvviso
la pioggia
forte, fragorosa
senza ombrello, si corre
vicino i canali delle fogne
a cielo aperto
rivoli di acqua nera
file di lampadine accese sui ristoranti illuminati
da lontano il verde acceso della pagoda,
dove per un monetina si liberano i passeri prigionieri.
Nascosto fra abitazioni anonime,
l’urlo silenzioso dell’S-21

St 113, Phnom Penh 12304, Cambodia: l’indirizzo dell’S-21 lo conoscono tutti. Qui un tempo c’era una scuola e in un angolo lugubre ancora si vedono, calcoli scritti con il gesso lasciati da un tempo che ormai è troppe ore fa, quando le giornate erano ancora piene di sole lento. Nell’ottobre 1975 i giorni di scuola della Tuol Svay Prey High School terminano bruscamente e le finestre vengono sbarrate con pezzi di legno e ferro. Le aule grandi che un tempo ospitavano le classi sono frazionate e trasformate in minuscole celle divise fra loro da pareti. A pochi passi ci sono le case, tutte intorno questo edificio da sempre immerso nella vita brulicante del quartiere, all’improvviso i suoi muri alti sono circondati di filo spinato.

Tutti sapevano cosa accadeva. S-21 è una cicatrice nella storia della città di Phnom Penh. I primi gruppi di detenuti arrivano in autunnno e poi altri andranno ad aggiungersi, un fiume inesorabile che lava di sangue i pavimenti dove venivano incatenati, caviglie e polsi, con catene ancora fissate ai piedi dei letti. I Khmer rossi ribattezzeranno la struttura Ufficio di Sicurezza 21. Dal 2009 il Museo Tuol Sleng è nell’Elenco delle Memorie del mondo Unesco e testimonia il genocidio del popolo cambogiano. Una grande scala conduce dal cortile, dove si affacciano i diversi stabili, al piano superiore, in cui sono esposte alcune delle storie di chi è arrivato qui, spesso senza nemmeno sapere perché, senza un motivo: contadini strappati alla terra ai quali venivano fatte domande senza che si potesse capir quale risposta dare, domande a cui in fondo non c’era risposta.

Del genocidio cambogiano rimane la spiazzante ferocia di un dolore urlato nel silenzio generale. Tuol Sleng, in lingua khmer “collina del mango selvatico”, era una delle prigioni disseminate in tutto il Paese: fra il 1976 e il 1979 a Tuol Sleng vengono imprigionate oltre 17.000 persone. Nessuno conosce il numero esatto. Come in seguito raccontò il direttore, i proiettili non venivano utilizzati perché ritenuti troppo costosi. Insieme agli uomini e alle donne, qui furono imprigionati bambini.
Di 17.000 prigionieri i sopravvissuti di Tuol Sleng furono 14.

I grandi massacri di Phnom Penh fra il 1975 ed il 1978 ebbero luogo nel liceo Tuol Sleng, a poche decine di metri dall’ ambasciata cinese, dove non solo si potevano sentire le urla delle vittime, ma si tenevano i conti della gente che veniva via via eliminata. Durante gli anni che ho trascorso a Pechino ho saputo di un diplomatico cinese ricoverato in un ospedale psichiatrico: era stato assegnato a Phnom Penh e, testimone e complice delle stragi, era impazzito.

William Shawcross, nel suo libro Sideshow, individua le radici della brutalità dei Khmer rossi nell’ essere stati vittime della brutalità dei bombardamenti a tappeto americani; ma questa può essere stata solo un’ aggravante. La verità, come dicevo, è che i Khmer rossi sono il prodotto di una ideologia. Pol Pot non è un pazzo; quello che ha tentato di fare in Cambogia è la quintessenza di ciò che ogni rivoluzionario vorrebbe realizzare: una nuova società. La stessa cosa, ad esempio, aveva cercato di fare Mao con la rivoluzione culturale. L’operato di Pol Pot fa più impressione, sembra più disumano, solo perché Pol Pot ha ridotto i tempi di realizzazione, è andato direttamente al nodo della questione.

Come tutti i rivoluzionari, Pol Pot aveva capito che non si può creare una società nuova senza prima creare degli uomini nuovi, e che per creare degli uomini nuovi bisogna eliminare innanzitutto gli uomini vecchi, distruggere la vecchia cultura, cancellare la memoria collettiva. Di qui il progetto dei Khmer rossi di spazzar via il passato con tutti i suoi simboli e con i portatori dei suoi valori: la religione, gli intellettuali, le biblioteche, la storia, i bonzi.
Tiziano Terzani

Al tramonto un vecchio cambogiano siede fra gli alberi sulle scalinate del Wat Phnom, noto come montagna di Pagoda. In effetti assomiglia a una piccola montagna, proprio nel cuore della città di Phnom Penh. Il Wat Phnom, costruito nel XIV secolo, è un tempio buddista che sfiora i 27 metri di altezza. È un vecchio rito quello di chiudere in una gabbia gli uccelli per poi liberarli, una moneta. Un’intenzione che prende le ali, una preghiera che vola fino al cielo.

Manciate di strade più in là, odore di mille cucine dal mercato di Phnom Penh e lo stile art-deco del Central market, Le Thmei. Costruito nel 1937 su un vecchio lago, durante la stagione delle piogge l’acqua torna a allagare l’area, dove oggi svetta la cupola centrale, antica scrosciante memoria di fango e fiumi.
Fondata nel 1400, Phnom Penh è un porto che vive d’acqua. Da nord a sud la taglia la via principale, il Monivong Boulevard, lungo sei chilometri e mezzo, pieno di palazzi e gente in motorino. Ma sulle sponde del Tonle Sap, dove c’è il porto fluviale di Phnom Penh, il tempo si ferma. Davanti a un caffè osservo il pranzo di quelli in partenza, in attesa del traghetto nel primo pomeriggio. Sì, da Phnom Penh si va via sull’acqua. Attraverso il viaggio su questa acqua vasta, seguendo la scia delle piccole imbarcazioni che propongono una crociera di qualche giorno sul fiume: da lontano, ci si saluta con la mano mentre si osserva la vita intorno. Il fiume occupa tutte le nostre parole. Via, trovando la direzione verso la liquida linea della frontiera con il Vietnam, un punto invisibile nell’orizzonte in movimento.

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