1

1 aprile

Lady Mary Wortley Montagu, poetessa inglese, il primo aprile 1717 scrive all’amica Sarah Chiswell questa lettera in cui descrive una pratica antica, che ogni autunno, viene ripetuta in Turchia, dove lei si trova insieme al marito, Edward Wortley Montagu nominato ambasciatore a Istanbul.

“I am going to tell you a thing that will make you wish yourself here. The small-pox, so fatal, and so general amongst us, is here entirely harmless, by the invention of engrafting, which is the term they give it. There is a set of old women, who make it their business to perform the operation, every autumn, in the month of September, when the great heat is abated. People send to one another to know if any of their family has a mind to have the small-pox; they make parties for this purpose, and when they are met (commonly fifteen or sixteen together) the old woman comes with a nut-shell full of the matter of the best sort of small-pox, and asks what vein you please to have opened. She immediately rips open that you offer to her, with a large needle (which gives you no more pain than a common scratch) and puts into the vein as much matter as can lie upon the head of her needle, and after that, binds up the little wound with a hollow bit of shell, and in this manner opens four or five veins…

The children or young patients play together all the rest of the day, and are in perfect health to the eighth. Then the fever begins to seize them, and they keep their beds two days, very seldom three. They have very rarely above twenty or thirty in their faces, which never mark, and in eight days time they are as well as before their illness. Where they are wounded, there remains running sores during the distemper, which I don’t doubt is a great relief to it. Every year, thousands undergo this operation, and the French Ambassador says pleasantly, that they take the small-pox here by way of diversion, as they take the waters in other countries. There is no example of any one that has died in it, and you may believe I am well satisfied of the safety of this experiment, since I intend to try it on my dear little son.”




Autunno nella medicina cinese

Autunno, stagione del cabiamento. Secondo il sapere millenario della medicina cinese l’autunno corrisponde all’elemento metallo.

In montagna è il momento in cui la legna tagliata viene messa via per l’inverno. In giardino si spazzano via i resti di terra. Si taglia tutto ciò che è sfiorito, si piantano i bulbi che fioriranno la prossima primavera. Oggi una sconosciuta signora ci ha regalato i semi presi dalle bocche di leone: dice che, piantati ora o nella stagione primaverile, crescono ovunque. Le foglie che cadono si perdono nella madre terra e si fondono con il terriccio e l’erba, si reintegrano i sali minerali e le sostanze nutritive.
Nell’aria odore di muschio e legno.

Oggi è il primo giorno d’autunno, tempo di equinozio e di luce che muta.
Trasformazione, la parola dell’autunno. Come la natura in queste settimane, con il sole che viene e va fra le nuvole; le maniche del primo maglione preso dall’armadio tirate su, per giocare ancora un po’ con l’acqua e le piante. Foglie da raccogliere e guardare, ognuna diversa nelle sue sfumature.

In medicina cinese sono associati all’autunno i polmoni. L’energia vitale, che in Cina è chiamata qi, è soffio che passa attraverso i polmoni. Respiro. Il battito del cuore è il comando dell’imperatore e i polmoni i ministri che disciplinano e direzionano a tutto il regno la volontà dell’energia vitale.

Dopo l’estate è il ritiro in se stessi. Introspezione, momento per guardarsi dentro. Ri-connessone.

Emozione dell’autunno la tristezza. Chi è più sensibile può avvertire un senso sottile di angoscia, la malinconia della luce che diminuisce, abbandono. È il senso della fine, che è più facile dimenticare quando il sole è alto ma poi torna dentro ogni cosa quando appare nel suo essere effimero.

La fine ci prenderà, ecco la lezione della luce, che è destinata a diminuire da qui a dicembre, fino a spegnersi. Ma la fine è anche il momento che ci porta alla resa dei conti. Mentre facciamo pulizia, in casa e in giardino, togliamo il vecchio dalla mente, tagliamo i rami secchi dalla nostra vita.
Facciamo spazio per ciò che deve venire. In questo sta, forse, l’inizio della trasformazione: accade là dove c’è spazio vuoto per fiorire.

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Cosa può fare un seme

Questa è la storia di un seme, questa è la storia di una dimenticanza e di tutto il tempo che c’è in mezzo.
Perché noi vogliamo tutto e lo vogliamo subito. È il problema mio, tuo, il problema di tutti.
Ma ci sono degli altri che loro no, sanno aspettare.
Sono esseri silenziosi loro, li vedi tutti i giorni. Alti-alti o bassetti, hanno forme diverse. Proprio come noi. Son piuttosto silenziosi, a dire il vero. Ma se ascolti bene la senti, è una voce che viene da lontano, sale dal profondo e si apre al vento, vola insieme alle rondini e ai passeri che si nascondono tra le foglie.

Loro che ci osservano, a un passo di distanza. Aprono le braccia e i loro rami sono nido, riparo, musica dell’aria. Piedi ben piantati a terra, radici di un carattere forte che sa opporsi alle tempeste senza darsi per vinto. Parlo degli alberi.
Anche il più grande e forte, nasce da un piccolo seme.

Ecco, questa è la storia di un piccolo seme che ha viaggiato attraverso il tempo.
Sì, perché c’è un viaggiare nello spazio e uno nel tempo.
Gli alberi sono viaggiatori del tempo.
Intorno a loro crollano i muri, diventano vecchi i bambini e l’amico albero è ancora lì, con la pelle ruvida dove appoggiare il palmo di una mano e ricordare sogni antichi.

Un giorno il piccolo seme dimenticato ebbe voglia di farsi trovare ed è così che fece capolino, tra le rovine del palazzo di Erode il Grande sulla fortezza di Masada, là dove rivoluzionari troppo amanti della libertà si suicidarono per non cadere schiavi, in una guerra lontana.

Tanti e tanti secoli fa, prima che arrivasse la guerra, il regno dove stava questo antico palazzo era un immenso giardino di palme da dattero. All’ombra delle palme ci si distendeva quando il sole forte bruciava la pelle e i pensieri. I datteri, grandi e dolcissimi, venivano essiccati per farne dolci e succhiare la polpa nutriente durante le notti fredde del deserto. Era tremila anni fa.

Le pagine di un libro antichissimo, la Bibbia, uno dei primi libri dell’umanità, raccontano di quelle distese di palme, alte e sinuose nel vento di queste terre abitate da pastori, artigiani e nomadi, esperti conoscitori delle montagne. Ma il primo settembre del 70 d.C., giorno otto del mese di Gorpieo, Gerusalemme bruciava e con lei tutti i boschi: date alle fiamme le case e le antiche piante di palma. Per giorni, settimane intere, il fumo nero trasforma il cielo, ogni cosa diventa carbone e polvere.

Passano i secoli. Nei primi anni del 1960 un gruppo di ricercatori scava tra le antiche fondamenta di quello che fu il palazzo di Erode il Grande. Quello dell’archeologo è il mestiere di chi sa togliere la polvere con l’arte della pazienza e costruire con il saper fare dell’immaginazione. Lentamente, giorno dopo gratta via il tempo che si è accumulato fra i gradini della vita, porta alla luce le sale dove un tempo si ballava e parlava, guardando il cielo dalle finestre ora sgretolate.
Ecco che un bel giorno la pazienza, come accade sempre, viene premiata.
Insieme a scheletri vecchi di secoli, monete e legno carbonizzato nella polvere appare un vaso di terra pieno di semi. Semi millenari di duemila anni fa, che verranno custoditi dalla Bar-Ilan University di Tel Aviv per altri quarant’anni.

Può un seme resistere per duemila anni e oltre, osare germogliare e dare frutto? Il sogno di Sarah Sallon, esperta di piante mediorientali presso il Centro Medico Hadassah, a Gerusalemme, è piantare semi antichi e studiare i benefici di queste piante, scomparse, per la cura delle malattie.
L’incredulità della botanica Elaine Solowey, esperta in agricoltura sostenibile, all’inizio era molta.
Perchè quando ti trovi davanti a un grande sogno all’inizio è sempre così: sembra troppo grande, troppo lontano e impossibile.
Eppure, in questo sta la magia dei grandi sogni. Trovano sempre un modo per accadere.
Insieme, queste due donne hanno deciso di affidare alla terra la risposta.
Con il benestare dell’Antiquities Authority d’Israele, alcuni semi riescono a fuggire dal buio del cassetto in cui erano conservati: saranno piantati nel giorno della festa degli alberi, Tu b’Shvat, in segno di buon auspicio.
Qualche settimana dopo un minuscolo germoglio, il primo.
Un segno della forza della vita attraverso il tempo.

tamar, come era chiamata in lingua ebraica questa palma da dattero, non è estinta.
Le guerre e i cambiamenti del clima l’avevano fatta sparire, lei che invece era stata il simbolo di questo territorio, incisa sulle monete durante la dominazione dell’antica Roma.
Ora Methuselah, come è stata soprannominata, Matusalemme, guarda il mondo così trasformato in sua assenza e io me la immagino sorridere in quel modo che hanno solo gli alberi, infinitamente più saggi di noi, si sa, più pazienti e aperti a questo cambiamento che ci prende da dentro, tutti quanti.

Anzi, me LO immagino. Perchè a dire il vero, il piccolo seme ha dato origine a una pianta maschio. La dottoressa Solowey ha notato una stretta parentela fra Methuselah e una varietà antica di palme egiziane, le Hayany, che esistono ancora oggi. Una palma Hayany è stata impollinata con il polline di Methuselah.
Ora le famiglie hanno stretto il filo di un’unione che ha portato discendenti di una nuova popolazione.
Chissà, dove ci porterà questa storia.
Adesso Methuselah, esemplare di Phoenix dactylifera, vive al Arava Institute for Environmental Studies nel Kibbutz di Ketura, in Israele, dove è stata piantato una volta troppo grande per continuare ad abitare in un vaso.

Mentre tutto si trasforma e ci trasforma, inesorabilmente, questa storia ci insegna che il potere di un piccolo seme può ancora far succedere le cose, la vita. Ci ricorda che tutto può accadere, soprattutto l’imprevedibile.
Ci sconvolge la meraviglia la magia di ciò che appare e tu pensavi perduto per sempre.
Invece no, era solo dimenticato, era solo nascosto.

La forza è anche quella delle piccole azioni che cambiano il mondo, di una ricercatrice e del suo sogno.
Osare, bisogna. Sempre. Togliere dalla polvere, con pazienza.
Immaginare, con coraggio. Combattere e chiedere, per uscire dal buio.
Perchè solo ciò che esce allo scoperto, e fugge da un cassetto, infine germoglia.




24 agosto

Hai osservato. Poi con un colpo deco e decisivo hai girato la chiave e fatto scattare la porta di casa.
La porta si è aperta e la libertà è uscita in strada




28 settembre

A lasciare una traccia è l’ombra sempre più leggera dell’inchiostro sulla carta, di cui rimane impresso il ricordo su un grande libro degli ospiti, oggi chiuso in una teca di vetro all’ingresso. Lo scrittore Alexandre Dumas il 28 settembre 1832 visita la miniera di sale di Bex, in Svizzera.

Del suo viaggio in Svizzera Alexandre Dumas scrisse in un taccuino che divenne libro nel 1851, «Impressions de voyage en Suisse». Dieci anni prima di scrivere «Les Trois Mousquetaires» e «Le Comte de Monte-Christo», è estate e in Francia imperversa un’epidemia di colera. Il giovane scrittore fugge dalla città, da Prigi, per perdersi nel verde dei paesaggi svizzeri. I suoi carnets de route, un’espressione bellissima che in francese significa “quaderni della strada”, registrano i chilometri, passo dopo passo, da Ginevra alle foreste del cantone vallese, i vigneti a terrazza di Lavaux, oggi patrimonio Unesco, castelli come Chillon e una tempesta di neve in pieno agosto sul ghiacciaio del Gran San Bernardo… anche se a dire il vero i registri dell’hospice du Grand Saint Bernard il 26 agosto 1832 indicavano che il tempo fu «clemente».




Chankillo in Perù, millenario calendario solare

Ci sono tredici torri nel deserto, in Perù, nella valle di Casma.
Sono diventate Patrimonio dell’Umanità Unesco.

Sembrano denti che si alzano nella polvere del deserto.
Lì, sulla roccia, sono i punti dove il sole sorge e tramonta durante l’arco dell’anno.

Un segna-tempo.
Un orologio grande quattro chilometri di terra.
Un osservatorio solare e astronico,
vecchio di 2300 anni




27 aprile

La nebbia tutto il giorno e l’odore di pioggia,
legna nella stufa, l’ultima?
Preparare il ragù e lasciarlo cuocere
con lentezza, ore

per la prima volta nella vita
qualcuno assaggerà
un intero cucchiaio di ragù
poi metterlo via
un paio di vasetti a bollire

La nebbia fuori
tutto il giorno
odore di umido
acqua
terra

Kukla la lagotta
corre al cancello
su per la salita,
passeggiare nella mattina grigia
papà a casa dal lavoro
rifugiarsi a giocare in soffitta

tu piccolo
fai un passo
prima la gamba destra
poi un altro
micropassi
vai dal letto al baule
in mano le mie infradito
come il bilancino di un funambolo

io rimango lì,
attonita
negli occhi
puro stupore,
la meraviglia delle prime volte

vedere un piede che
per la prima volta
si alza da terra

che magia

nebbia
parole da cercare e trovare.
Cambiare il letto tutti e tre insieme
con te sopra,
tu che ridi come un matto,
corri ovunque,
ti rotoli fra le lenzuola,
tu che scappi
fra le braccia di papà
il suono orrendo dell’aspirapolvere e poi
non resisti, vieni vicino e la guardi

scalare il divano,
guardare con meraviglia
dentro l’oblò della lavatrice
assaggiare per la prima volta l’avocado

una telefonata che mette eccitazione,
addormentarsi con un piccolo braccio sotto al mio braccio,
contatto




13 mesi

Un paio di riccioli tirabaci spuntati il giorno dopo il tuo primo compleanno,
un molare cresciuto in tre notti, l’ultima settimana di giugno
tu che urli all’improvviso e io che ti aiuto a dormire in verticale, i denti fanno meno male

la mia spalla è ancora il cuscino che ti rilassa di più
anche se fa caldo, pelle sulla pelle
forse un giorno dimostreranno che è vero,
ossitocina antidolorifico si trasmette così
attraverso ossa, muscoli e pelle.

Io che dovrei concentrarmi ma non importa
Ti guardo dormire e mi basta
Con la mano sinistra piegata afferri la mia

Ami giocare con l’acqua
aprire i bidet e non solo il nostro.
In ogni casa cerchi un bidet e ridi forte quando esce l’acqua.

Muovi i primi passi
ogni giorno sei più veloce
anzi, mi sembra che
dopo ogni riposino
ti svegli con nuove competenze
uno sguardo rinnovato e
equilibri più stabili.

Ami
le olive verdi
il melone
il prosciutto cotto
i tortelloni e i tortellini
giocare con la palla anche se non sai ancora bene come lanciarla
urlare a Kukla
appenderti alla rete del giardino per vedere chi passa
molestare i fiori e lanciare la terra e rovesciare vasi
arrampicarti su letti e divani rotolarti
guardare il mondo a testa in giù




9 luglio

Tu non te lo ricorderai, ma
oggi hai visto le lucciole.
L’avevi già vista qualche sera
una lucciola
vicina al palmo della mano
appoggiata come per caso
sulla fessura di un muro
solitaria fra i sassi.

Stasera, nel blu della sera
hai messo a fuoco
un prato intero pulsante
cos’è
sono una, tre, venti
cento lucciole
si muovono

tu col tuo dito indice
fai segno
su, verso il cielo.
E ridi

9 luglio (20)21




20 luglio

Che strano,
mi è passato il sonno.

stare ore

a occhi aperti

ascoltare
respirare
chi amiamo

mano per mano
in quel respiro

20 luglio (19)69

occhi incollati al televisore: sono le 20:17:40
in diretta
il primo passo sulla luna
Neil Armstrong
Buzz Aldrin,
due ore e mezzo circa nell’atmosfera lunare
raccolsero 21,5 kg di materiale lunare che riportarono a Terra.
Michael Collins, pilota del modulo di comando, rimase in orbita e pilotò il modulo di comando Columbia nella traiettoria di ritorno sulla Terra.
La missione Apollo 11 termina il 24 luglio 1969 con l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico




1 settembre

“Mi sono messo in marcia, libero e felice, il primo settembre del 1867. Il mio progetto era semplicemente di andare dritto davanti a me, all’incirca verso sud, attraverso il sentiero più selvaggio”

Alexis Jenni, “Potevo diventare milionario ho scelto di essere un vagabondo. La vita di John Muir
(Piano B Edizioni)

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Vivere il tempo in quarantena

E la gente rimase a casa
E lesse libri e ascoltò
E si riposò e fece esercizi
E fece arte e giocò
E imparò nuovi modi di essere
E si fermò

E ascoltò più in profondità
Qualcuno meditava
Qualcuno pregava
Qualcuno ballava
Qualcuno incontrò la propria ombra
E la gente cominciò a pensare in modo differente

E la gente guarì.
E nell’assenza di gente che viveva
In modi ignoranti
Pericolosi
Senza senso e senza cuore,
Anche la terra cominciò a guarire

E quando il pericolo finì
E la gente si ritrovò
Si addolorarono per i morti
E fecero nuove scelte
E sognarono nuove visioni
E crearono nuovi modi di vivere
E guarirono completamente la terra
Così come erano guariti loro
Kathleen O’Meara, poesia scritta nel 1869

Ora o mai più

Il tempo si spezza e si entra nel mondo sospeso.

Si chiamano punti di riferimento temporali. Sì, perché non ci orientiamo solo nello spazio, ma anche in quello che è il nostro sentimento del tempo. Il tempo, che di per sè non esiste, ma esiste su di noi: è effetto di pelle e ci si incolla sull’epidermide. Il tempo è ruga, solco della terra che attende il passaggio dal seme a albero; il tempo è cicatrice, ferita, sorriso che si apre, sguardi che si perdono o si incrociano in un istante fatale.

Abbiamo bisogno di scialuppe di salvataggio per fuggire dal tempo, a volte. O altre volte di barchette di carta che sappiano traghettare intatti i momenti di cui abbiamo bisogno attraverso l’oceano inconsapevole dell’oblio. Una boa, almeno: da raggiungere a nuoto, bracciata dopo bracciata, che ci ricordi il destino, parola ambigua che in lingua italiana con un solo vocabolo è capace di unire spazio e tempo. “Destino”, quello del tempo di una vita, destino la fermata ultima di un treno. Smemorati cronici, al binario dell’esistenza con la valigia della nostra storia, cercando il senso indietro o avanti, tra qualche chilometro. Un punto che interrompa l’orizzonte indistinto e uguale a se stesso. Un punto di riferimento, appunto.

Il primo giorno del nuovo anno è uno di quei giorni definiti “punti di riferimento temporali” scrive Daniel H. Pink, che di mestiere ha fatto lo speech writer per Al Gore. Dobbiamo immaginarci una cosa simile al bar dell’angolo, la casa di mattoni rossi o il semaforo all’incrocio: la nostra mappa quotidiana è fatta di riferimenti che dividono e suddividono… lo spazio, ma anche il tempo. Nello stesso modo in cui lo sguardo si appiglia a costruzioni che emergono sul piano visivo, spieghiamo e organizziamo la nostra mappa temporale. Dentro l’ordine dei giorni cerchiamo il bandolo di una matassa che al tempo del Covid si è fusa e confusa.
La scatola dei gomitoli ora è diventata inestricabile. Torneremo mai quelli di prima?
Vogliamo tornare quelli di prima?

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Oggi mi sono svegliata e c’era brutto tempo. Niente sole, aria fredda. Nonostante questo, ho voluto mettere la musica ad alto volume e ho costretto la mia famiglia a ballare in salotto. Poi ho cantato ad alta voce. E poi mi sono venute un paio di idee che non ho voluto lasciar scappare. Così le ho segnate su un’agenda trovata sulla mia scrivania. Cose che oggi ho potuto solo sognare, ma che finito quest’incubo vorrò, anzi dovrò assolutamente realizzare. Le ho scritte in bella calligrafia, tutte in verde, come la speranza. Perché i sogni belli meritano cura e attenzione. Poi ho chiuso l’agenda. Sulla cover c’era scritto: “Fai le cose con amore”. Niente succede mai per caso. . . . #quarantine #mysweetquarantine #coronavirus #covid_19 #covid19italia #sogni #todreamlist #todolist #cosedafare #hope #speranza #amore #picoftheday #pictureoftheday #instahope #futuro #future #pensieribelli #solocosebelle #riflessioni #insegnamenti #gratitudine #grazie #eternamentegrata

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“Favole al telefono” di Gianni Rodari durano solo una pagina, ma non tutti sanno perché. Sono state raccontate al telefono da un commesso viaggiatore che ogni sera chiamava la sua bambina a casa per darle la buona notte e, come scrive Rodari, le interurbane costa(va)no. Sono favole moderne e adesso quasi non lo sono già più, perché sono state scritte negli anni Sessante, edizioni Einaudi 1962 per l’esattezza. Oggi siamo nella contemporaneità. Il telefono praticamente non costa più e non esiste nemmeno più
– nella mente il rumore del telefono grigio beige della nonna, dove infilavi il dito nella rotella e per iniziare a chiamare descrivevi un cerchio nello spazio come un rito magico –
ora da un capo all’altro dell’oceano passa un filo che ci permette di parlare e addirittura vedere quelli a cui vogliamo fare ciao. Siamo viaggiatori del XXI secolo, eppure se togli “20” davanti, rimane ’20.
Siamo di nuovo nei meravigliosi Venti, il sapore dell’inizio. Un altro giro di valzer.
Perché ogni secolo, ovvio e incredibile, ha i suoi anni Venti. Da piccola io mi chiedevo com’erano state le persone degli anni Venti; cercavo di immaginarmele quelle vite dell’Ottocento, Settecento, Novecento.
I sogni, gli incidenti e i bivi della vita. Le svolte, gli orizzonti cercati.
Le illuminazioni improvvise e le saggezze dell’età. Le cucine e le case, i visi allo specchio.
Che faccia avevano, quali abiti e sogni, che speranze e incubi abbbiamo indossato in tutti gli anni Venti della Storia.
E chissà, come saranno quelle degli anni Venti del Duemila col senno di poi.
E chissà, come saremo noi nel nostro sguardo di domani

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Esercizi di memoria

Le estati dell’infanzia
Quel momento proprio no
La colonna sonora dei tuoi viaggi
L’ostacolo
La(le) grande(i) svolta(e)
L’orizzonte sognato
La finestra a cui vorresti affacciarti

e poi
quello che diresti all’orecchio di te stesso
adolescente
quello che ti direbbe all’orecchio te stesso
bambino

un segreto mai confessato

il messaggio che lasceresti al mondo di domani

il ricordo del cuore che ancora ti fa piangere
o sorridere

Esercizi di memoria per esercitare la resilienza: partire per un viaggio nel tempo dove ritrovare frammenti di se stessi che credevamo perduti. Ricucire insieme ricordi è un atto di magia




Paura

Sarà che ormai la paura ti ha trovato e non puoi più fare nulla per nasconderti? Se è così, gli occhi della paura possono vederti, così come tu vedi le prime luci dell’alba che filtra dalle fessure tra le canne.

Luis Sepulveda, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. Guanda, 1999, pagina 120

 

L’autore cileno Luis Sepulveda nel suo libro Il vecchio che leggeva romanzi d’amore sulla paura scrive che un proverbio shuar consiglia di nascondersi alla paura. Il vecchio Antonio José Bolivar, nella caccia sulle tracce della belva, femmina a cui hanno ucciso i cuccioli, si trova nella foresta. Solo, è notte. “Lasciò che i pensieri si acquietassero come le pietre che toccano il letto del fiume”.

La paura ti guarda. Sei tu che ti senti visto, indagato, frugato.

 




Il valore di un errore

Sbagliando s’impara è un vecchio proverbio. Il nuovo potrebbe dire: sbagliando s’inventa
Gianni Rodari
Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare

Il valore di un errore è eredità dell’esperienza.
Sbagliare, comprendere, abbracciare.
Esercitare curiosità.
Meravigliarsi.
Evolvere




Imparare giocando

Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?
Gianni Rodari

Il gioco come filosofia di vita e di crescita.
Evolviamo giocando perché giocare è esplorazione,
esercizio di curiosità e meraviglia




Dentro lo sguardo dei bambini

Dentro lo sguardo dei bambini
ci siamo noi. Noi adulti, poco consapevoli in realtà
poco attenti. Bambini anche noi, un po’
impauriti facciamo paura
emozionati ci accendiamo
incompresi gridiamo.
E intanto, il riflesso di noi
è lì, in quello sguardo limpido e rotondo
in attesa sorridente,
pieno di fiducia
immensa

Oggi T. barcolla fra il piccolo pianoforte in miniatura e il bordo del tavolino. È da ieri che tutto il giorno si esercita ad alzarsi e la mira va sempre lì, al cavo che esce dal computer. Il mio computer nel suo fascino lampeggiante a pochi passi. E io ora dico NOO e sorrido, per farti desistere dal tirare il cavo.
E tu mi guardi, sorridi forte e intanto fai no con la testa. È proprio un no, con la testa che va bella dritta a destra e sinistra. Tu ancora non sai cosa significa ‘no’ e io mi stupisco della replicabilità dei miei gesti nelle tue azioni.
29 dicembre ’20, pomeriggio sera




I giardini del muschio rosa di Takinoue in Giappone

Nella prefettura di Hokkaido i giardini rosa di Takinoue in primavera

Il nome Takinoue, che letteralmente significa “sopra alla cascata” in lingua Ainu Takinoue è detto “Ponkamuikotan”, il “villaggio dei piccoli dei”.




27 giugno




10 giugno

“Il 10 giugno 1940 era un bel giorno di primavera, quasi estivo. Probabilmente la dichiarazione di guerra, che Mussolini avrebbe proclamato dal fatidico balcone di Palazzo Venezia e che venne trasmessa via radio, era già stata annunciata preventivamente. Mio padre, infatti, aveva trasferito la radio, di marca CGE nel nostro cortile interno per poterla fare udire anche alle famiglie dei Rossi e dei Sacchetti, che non la possedevano e le cui finestre si affacciavano sul cortile stesso. A pomeriggio inoltrato si sprigionò dall’apparecchio, al massimo del volume, la voce del duce che soverchiando e azzittendo il coro degli evviva dei tanti accorsi nella piazza, annunciava che erano state consegnate le dichiarazioni di guerra alla Gran Bretagna e alla Francia e che di conseguenza il conflitto era di fatto iniziato. Esordendo con l’ormai famoso e fatidico incipit: “Combattenti di terra, di mare, dell’aria, Camicie Nere della rivoluzione…ascoltate: l’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria, l’ora delle decisioni irrevocabili”. Al momento di menzionare i due nemici Gran Bretagna e Francia si levò dalla folla plaudente un “booooh” come quello che ora è di grande attualità negli stadi calcistici, rivolto a qualche sfortunato giocatore di colore. Ma, mentre dall’apparecchio radio giungeva un prolungato e fragoroso applauso misto a grida di approvazione, dalle finestre dei Rossi e dei Sacchetti non pervenne nessun commento. Mio padre rimase silenzioso e assorto mentre gli occhi di mia madre e di mia nonna si appannarono in un accenno di lacrime trattenute. Da poco più di vent’anni era terminata la Prima guerra mondiale: sia per mio padre, che l’aveva vissuta in prima persona al fronte, sia per mia madre e mia nonna che avevano trepidato per fratelli e figli gettati nella mischia: il ricordo era ancora troppo cocente per poter accettare con gioia una nuova carneficina. Ora cominciava un rinnovato tempo di angosce per nipoti, parenti, amici, che presto sarebbero partiti per i vari fronti e se fortunati sarebbero rientrati solo dopo cinque lunghi anni. La dichiarazione di guerra non giunse certamente come un fulmine a ciel sereno. Già da tempo ne erano apparsi i primi sintomi premonitori. Dopo la collaudata autarchia e le disposizioni dell’Unione Nazionale Protezione Aerea per la creazione dei rifugi antiaerei, già nel mese di febbraio era entrata in vigore la carta annonaria, con tutte le relative restrizioni alimentari e di generi di primo consumo. Credo che fosse operante anche l’ammasso obbligatorio e le due cose contribuirono subito alla creazione di un fiorente mercato nero. Era iniziata l’era del surrogato. Si surrogava tutto: il caffè era sostituito con orzo, ceci, cicoria, e fagioli; il carcadè del Setif, ignobile intruglio rossastro, aveva la presunzione di sostituire il tè che peraltro, essendo una bevanda tipica della perfida Albione, non era particolarmente apprezzato. Al cioccolato subentrava la nonna della Nutella fornita sempre dalla Ferrero, ma a base di sole nocciole, carruba, e qualche altro additivo per aggiungere colore e sapore. Purtroppo, quello che rimase originale fu l’infernale “Ferro-China Bisleri” amarissimo ricostituente che mia madre mi obbligava a ingurgitare perché “mi faceva crescere bene”. Fortunatamente fui preservato dall’ancor più infernale olio di fegato di merluzzo, il cui ricordo è rimasto negli incubi di tanti miei coetanei. Il cuoio per le suole, riservato ai militari, ma spesso neppure a loro, era sostituito da una specie di cartone pressato, dal sughero e anche da vecchi copertoni di auto e moto riciclati e ovviamente super consunti. La lana era diventata poi lanital mentre su suggerimento della sarta Spagnoli molti si erano gettati nell’allevamento dei conigli d’angora che, prima di chiudere la loro esistenza gloriosamente in padella, fornivano una morbida lana. Per le signore e signorine le calze di seta si erano trasformate in un mito, si dovevano accontentare di quelle di rayon,materiale, che pur avendo la mia età, fino allora non aveva goduto di grande fortuna, ma per forza maggiore divenne di moda per quel determinante capo di abbigliamento femminile. All’epoca nessuna donna avrebbe mai osato presentarsi in pubblico, anche in piena estate, senza calze. Considerato che non erano ancora state inventate le calze tubolari, la tecnica di fabbricazione contemplava una lunga riga di giuntura che seguiva posteriormente tutta la lunghezza della gamba. L’ossessione della riga dritta era costante tra tutte le donne. Non era, infatti, difficile vedere signore e signorine, di spalle a una vetrina, controllare la riga nel riflesso dei vetri. Per quanto riguarda la riga verso la fine del conflitto, quando ormai non erano più reperibili neppure le calze in rayon, molte donne si facevano disegnare sulla gamba nuda una lunga riga, per dare l’impressione d’indossare calze regolari con le famose scarpe ortopediche. La carne, anch’essa contingentata, veniva distribuita a piccole dosi e le macellerie chiudevano nei giorni di mercoledì, giovedì e venerdì e negli stessi giorni non poteva essere servita nei ristoranti. Lavoravano le tripperie, dove si poteva trovare solo trippa e la macelleria di bassa scelta, che distribuivano le interiora degli animali come fegato, cuore, milza, polmoni e anche carne di animali non macellati secondo le regole, ma morti per malattia o infortuni. Le severe regole sanitarie, con cui conviviamo oggi, allora non albergavano neppure nei sogni”

Domenico Alvisi
“Storia minima di un balilla mancato” (Pendragon)




24 maggio

La guerra era iniziata il 28 luglio ’14. La primavera dopo, il 24 maggio 1915, l’Italia entra in guerra. Gli austriaci, in attesa da settimane, sferrano un attacco. Il primo a essere colpito è Timau, villaggio della Carnia sulle Alpi. Diverrà il fronte di una strenua resistenza contro l’avanzata austro-ungarica. Manca tutto. Penosamente, la vita in trincea si trascina giorno dopo giorno. Il comando chiede aiuto alla gente del posto: lì intorno, nei borghi di pietra nascosti nel cuore della montagna, sono rimaste le donne, con i bambini e i vecchi.

E loro arrivano. Impavide, dritte sui sentieri di montagna con una gerla di vimini sulle spalle, le donne arrivano fino alle trincee. Portano cibo, medicine, munizioni. Le portatrici carniche scalano le montagne, non le ferma né il sole né la neve e tantomeno la paura. Al ritorno spesso il carico è ancora più pesante perché trasportano fino ai paesi, giù a valle, i corpi dei feriti, o di chi ormai aspetta solo una sepoltura.

Nel 1973 Maria Plozner Mentil e a tutte le Portatrici della Carnia verranno insignite del cavalierato