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12 gennaio

la neve sui tetti, appena apri gli occhi
nascondersi fino al naso sotto al piumone
libri leggeri
un bacio del buon giorno
pancake a colazione e marmellata di pesche

il rumore della lavatrice
cieli azzurri infiniti, sole che scioglie il ghiaccio
nel cuore
la telefonata di una persona cara
lontana
la voce di oggi

chiudere gli occhi per un attimo
il profumo di caffè dopo pranzo
uscire con i capelli bagnati
immaginarsi la luce dell’estate
sulla pelle
toccare il tessuto dei pantaloni e sorridere
imparare a infilarsi una felpa per la prima volta
quasi da solo
prima un braccio poi la testa
gli stivaletti al contrario
il cappell storto

la sensazione meravigliosa di quegli attimi
quando l’anima è leggera
senza un perché
solo per una giornata di sole,
un paio di pantaloni puliti dopo la doccia:
cambiamo abiti e abitudini

e poi piedi freddi
addormentarsi abbracciati
la luce della luna e il silenzio improvviso della notte.
Chiederci quali sogni vogliamo per domani
12 gennaio ’22




Cambiamento

CAMBIAMENTO
è una parola che contiene una storia bellissima,
dentro c’è un movimento
il collo quando si gira per
andare incontro a
nuove direzioni,
è il momento in cui decidiamo
più o meno consapevolmente
che ci tocca spostare
corpo e sguardo

cambiare, dal verbo greco kambein:
curvare, girare

è tortuoso spesso, il cambiamento
mai lineare
torna su se stesso e ritorna, indietreggia
si fa strada e
alla fine diventa metamorfosi,
nell’istante esatto in cui la forma muta
da dentro.
Fuori cade la maschera, si spacca la crisalide

Intanto, nel silenzio deflagrante del cambiamento
io neanche me lo ricordo più quando ho iniziato a
girarmi, quanto sforzo mi è costato
cercare nuove direzioni
consegnarmi all’onda di ciò che mi chiama a mutare

una spina dorsale meravigliosamente elastica
sostiene questo andare

di che cosa è fatto il cambiamento?

Lasciar andare
ciò che non serve,
forse è questo il senso del cambiamento
semplicemente smettere di dare energia a ciò che non ci fa crescere e
iniziare a fare più caso a ciò che
ci rende felici,
il sole che scalda e la pioggia che illumina,
i momenti per cui vale la pena
gli abbracci veri,
le scoperte
la bellezza




Oggi fai un’azione che ti renda felice

Sulla spiaggia di una giornata d’inverno, quando il litorale è vuoto e intorno ci sono solo piccoli viaggiatori temerari, pescatori e cani sciolti

andiamo dai pescatori, dico
la canina abbaia ancora più furiosa
ci avviciniamo
tu ti fermi a osservare la canna da pesca piantata nella sabbia, lunghissima
dal filo alzi lo sguardo fino su, dove finisce e si confonde con il cielo

vuoi vedere un pesce?, ti dice quello ed è un ragazzo bruno e alto, con l’accento forte di un’altrove che per un attimo mi sembra di essere là, dove viene lui, un’altra isola nel blu

ecco – e scoperchia un secchio rosso – è ancora vivo, anche se ormai è quasi morto
con i suoi occhi scuri ti guarda

tu sei serio,
abbassi lo sguardo
osservi il pesce, una piccola guglia grigia che guizza in due dita d’acqua
non fai per toccarla, rimani serio,
a guardarla.

tu, viaggiatore intergalattico ancora non parli la lingua terrestre, ma
usi i gesti, come ogni buon viaggiatore al di là dei confini, in visita a mondi non suoi
con lo sguardo fermo e accigliato, fissi giù nel secchio
punti l’indice minuscolo
là, verso l’azzurro infinito dell’acqua
quell’essere liquido
appartiene al mare

poi, senza salutare te ne vai
passo dopo piccolo passo
arrancando nella sabbia
con l’andatura instabile che hanno i bambini molto piccoli e i vecchierelli
non guardi pù nessuno, solo drittto davanti a te

a me scende un senso vago di tristezza
assenza di libertà che fa male e amaro del limite ineluttabile
così è la vita
la canina abbaia,
il mare butta verso di noi ondate fredde che bagnano la punta dei piedi
tu raccogli sassi, io conchiglie che poi mi fai lasciare a terra

passa qualche minuto,
il ragazzo pescatore, accanto a qualche metro di distanza
si è piegato verso il secchio rosso e ora va verso il mare
gli stivali immersi nell’acqua ghiacciata
fra le pozze del bagnasciuga
è la piccola guglia
libera,
ancora viva
nuota

ecco, ora è libera dice lui
a me scende un sorriso profondo nel cuore
tu lo guardi come ovvio,
deve tornare là, a ciò a cui appartiene, ognuno.
Io vedo lui, di un posto lontano sul mare, ad abitare in una città non sua e anche se non lo conosco e me lo immagino, su una spiaggia solitaria fuori stagione, per stare in piedi di fronte all’infinito e ricordarsi il suo di mare.

sono azioni piccolissime a salvarci,
gesti di bellezza
forza, libertà
coraggio
gentilezza. Sono quello che
ti fa sorridere e sentire libero dentro




Immaginazione

Ci vorrebbe l’ora di Immaginazione
in tutte le scuole, per tutta la vita.

Educazione all’immaginazione no,
che di immaginare siamo capaci benissimo.
Proprio un’ora così, da lasciarsi liberi
vagare con il pensiero
vagabondare fra le idee e i ricordi.
Costruiremo cose da fare, modi di essere e nuovi finali

il diritto di fantasticare

poter cambiare le storie

disegnare orizzonti mai visti

esplorare l’inesplorato.

Non sarà un caso se il mondo,
raccontano in cento lingue diverse
tutti i saggi del mondo,
è nato così
immaginato prima che creato
detto, pronunciato, raccontato

pensiamo i nostri desideri
diamo loro una forma, poi
puntiamo il dito
andiamo in giro
a cercare i nostri sogni.

Anno dopo anno
lo dimentichiamo
cosa vuol dire
immaginare

iniziamo a credere nei soliti finali

impossibile
immaginare case e lavori nuovi,
immaginare nuove vite
impossibile

invece è solo questione di esercizio,

immaginare

scriveva Joseph Conrad
– Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando? –




Lontananza, ovvero la misura del tempo

“Essere assente” viene dal latino, abesse, ab + esse, essere lontano. Dis/stare. Trovarsi separati. Essere lontano.

Lontano, che equivale a dire “longitano”, parola antica quasi dimenticata, invece viene da “longus”, lungo. Longitudine in effetti è la coordinata geografica che misura la distanza angolare di un punto dal Meridiano fondamentale (che dal 1885 è il Meridiano di Greenwich). La lontananza, che gli antichi chiamavano “longità” da longitas, si misura in “lunghezze”, ci dice la storia delle parole. Come gli stivali delle sette leghe della favola, il nostro andare lontano è misurato dalla distanza che sappiamo percorrere. Il tempo è misura dello spazio. Spazio che ci serve per andare, spazio necessario per esplorare, per tornare.

Non si usa più misurare il mondo in leghe, ma la lega in origine esprimeva la distanza che una persona o un cavallo riuscivano a compiere in un’ora di tempo. Nell’antica Roma un passus era la misura della distanza tra il punto di distacco e quello di appoggio dei due piedi opposti durante il cammino (il doppio rispetto a come lo consideriamo oggi), registrazione delle mie possibilità di movimento. Un piede dopo l’altro.

Dentro la lontananza c’è il movimento. Una lunghezza che posso misurare con un mio piede, anzi con un miei piedi. Perchè con un solo passo non vado da nessuna parte. Noi umani non abbiamo radici di albero. Ci muoviamo, e per farlo superiamo distanze, sfidiamo l’equilibrio. Funamboli dell’esistere, stiamo in bilico, nostro malgrado abbiamo dovuto imparare e conviverci. Fin dai primi passi. Barcollanti, andiamo avanti. Passo dopo passo.

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Il tempo dell’attesa

Attesa, è il tempo che crediamo immobile. Durante l’attesa si sta fermi

pensiamo

immobili, come lucertole al sole. Il tempo dell’attesa, invece,
ha il coraggio dell’autunno
quando la luce cala e
nei campi si taglia la terra con la lama del vomere
il momento dell’aratura
falce che taglia e prepara nuove nascite

nelle ferite entrerà la pioggia che lava,
lacrime e acqua fresca
neve, ghiaccio

al buio
matura
l’attesa

in spagnolo si dice
“esperar”
attendere
sperare.
Sì, espero:
attendo
spero.

Mentre attendo spero.
Sperando, attendo.
E nel tempo dell’attesa trasformo
il presente in futuro




La notte

La notte è il il momento in cui prende forma la mancanza, chi ci manca e quello che ci manca.
Nel buio l’attesa diventa desiderio, sogno, incubo.
Bussa alla porta l’assenza, di notte, e le ore prendono la forma di ciò che manca al cuore.
Forse per questo c’è chi ama la notte e di notte riesce a dipingere, leggere, ispirare ed essere ispirato. E chi, invece, vive con angoscia questo momento, quando la vita e il suo stupido trantran, con tutte le sue belle apparenze, si ferma per un lungo attimo.

Nel buio rallenta anche il respiro.

Ha da passà ‘a nuttata, Filumena Marturano nella commedia “Napoli milionaria!” di Eduardo De Filippo: 1945 di guerra e pace, distruzione e ricostruzione. Resistenza.

Per superare la crisi bisogna aspettare. O meglio, bisogna aspettare per comprendere se la crisi è superata.
Si dice così, anche in ospedale con chi sta fra la vita e la morte.

Deve passare la notte.
Deve passare l’ora più buia.
Deve passare il punto più critico.

Per vivere. O morire.
Per nascere.
Per sopravvivere o andarsene.

Tutto il resto è resistere.

“Le offre una tazzina di caffè. Amalia accetta volentieri e guarda il marito con occhi interrogativi nei quali si legge una domanda angosciosa: ‘Come ci risaneremo? Come potremo ritornare quelli di una volta? Quando?’.
Gennaro intuisce e risponde con il suo tono di pronta saggezza:
S’ha da aspettà, Ama’.
Ha da passà ‘a nuttata”
Eduardo De Filippo, “Napoli milionaria!”




25 novembre

Svegliarsi ascoltando la pioggia
a occhi chiusi

ballare in cucina

mettere il naso nell’aria umida mentre
quasi spiove

e poi

rifiutare il passeggino
fare cik ciak nelle pozzanghere
sentire la nebbia in faccia, come un velo
fare ahhhh e respirare il cielo
le nuvole
sedersi sul gradino di una casa sconosciuta
di fianco a un gatto che fa le fusa

pranzare insieme a chi ami
il morbido di un berretto di lana sulla testa
aggiungere un legno al fuoco del cammino
bagnarsi i piedi e i capelli ma non importa

scaldare le mani sotto la maglia,
dentro la pelle
del cuore
il respiro calmo
fra i tetti
la nebbia che si impiglia nei rami

di nuovo,
a occhi chiusi
scorre

suono
di
pioggia

quando un bambino ti prende per mano e ti porta dentro il suo mondo accade una magia,
tu diventi piccolo e lui grande
scambiarsi l’altezza è un atto di meraviglia
e indipendenza
esplorazione
esperienza

è la lezione dei

primi passi




Primi passi

Il posto migliore dove sono stata oggi è un muretto,
mi ci ha portato lui
il piccolo viaggiatore intergalattico
nel sole ha afferrato la sua direzione e
con passo deciso
mi ha preso per mano

gradino dopo gradino,
che sembrano subito tanti
all’inizio e alla fine della vita

sediamoci, mi indica con il dito indice imperativo
qui, proprio qui

ci fermiamo,
per un attimo guardiamo gli alberi,
l’ombra creata dal sole disegna
radici immaginarie, come immagino siano sotto la terra
lunghissime e forti, tenaci come i fili di una ragnatela invisibili

sotto ai piedi le foglie
mucchi gialli,
calpestarle e ridere.
Guardarsi intorno,
le case
la stradina oltre il cancello
l’aia e la luce che si rovescia
ovunque

mi prende per mano, di nuovo
andiamo là
sui gradini.
Sediamoci anche qui, dentro a un raggio di sole
abbiamo tempo,
voglio avere tempo,
il grido di battaglia dei piccoli viaggiatori intergalattici
noi li chiamiamo bambini,
loro, spiriti antichi, si camuffano in piccoli corpi morbidi e guance rotonde
conoscono il linguaggio intergalattico,
quello che non usa parole e arriva al cuore
maneggiano il tempo eterno
l’istante dell’adesso,
senza fretta

adesso camminiamo insieme,
lungo lo stesso gradino
me lo dice con le mani e lo sguardo

quasi inciampiamo
ridiamo
guardiamo un’ortensia fiorita
ci dondoliamo sull’altalena
buttiamo una cartaccia nel pattume.
Tu trovi la punta del pennello e te la passi sulla guancia,
poi la passi a me,
il senso delle setole sulla pelle
sentire le cose
contemplare il mondo
sperimentare la vita

oggi per la prima volta con me
sei tu a scendere dall’abbraccio e portarmi in giro
troviamo una palla, le diamo due calci
abbiamo mani fredde e piedi umidi
facciamo su e giù un po’ di volte dai gradini
tocchiamo la terra
guardiamo il cielo
salutiamo chi passa

viandanti, lo siamo dall’inizio
quando cominciamo a voler percorrere il mondo.
Un piccolo pezzo di mondo può diventare
grande grande
e mica solo per i bambini, succede
quando camminiamo il vuoto a piccoli passi.

E intanto succede che i bambini, come i vecchi, amano prenderti per mano e
ti tirano giù, ovunque sia
il sopra o il sotto,
vicino alla loro faccia
sperimentiamo insieme
hai sentito, su quel tombino si traballa
il muschio è verde e umido, se ci appoggi la mano morbido morbido
là c’è un pallone giallo

i bambini molto piccoli
dentro alla scena
sanno subito
qual è l’elemento interessante,
quello che salva
la bellezza
il gioco

i bambini molto piccoli
sanno vivere il tempo e
il tempo è adesso, sempre

andare alla scoperta,
mangiare quando ho fame
dormire quando ho sonno
bere ogni volta che c’è la sete

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24 novembre

Bocche di leone fra i sassi,
rose tardive e
la luce forte del sole

il volo di una compagnia di merli che fugge,
sazia di bacche rosse

cumuli di foglie gialle,
giocare con la terra
camminare a piccoli passi,
mano per mano

Cronaca di una giornata di autunno




Cronaca di una giornata di autunno

La nebbia dei giorni scorsi ha lasciato il posto a un nuovo sole,
più freddo e umido di sera, il cielo è
azzurro terso con il cuore sgombro di nuvole
fra mezzogiorno e le due
la luce scalda l’anima
scioglie la brina di questa prima mattina di gelo

in montagna
l’orizzonte della terra che spunta fra i boschi
ha la pace di una noce lavata dal sole
roccia
presenza

il respiro
prende spazio
nel vuoto

aria fredda e sole in faccia,
respirare più profondamente
fare piccoli passi
tenersi per mano
ridersi da vicino vicino
fare naso naso con la punta
baciarsi forte e mangiare wafer al cioccolato,
come da bambini

il latte e il caffè proibito
a cinque anni, di nascosto
la moka azzurra di una nonna indimenticata,
le lunghe mattine assonate, quando
novembre si sveglia piano, fra le nuvole
il sole sulle tegole
un profumo dimenticato
il muschio così verde e chi già lo trasforma
rubare le pecore da un presepe

nell’ovunque
sprazzi che dimenticano il verde e virano
verso il giallo e il rosso,
il cambiamento

in giardino è tempo di rose tardive,
svoltiamo l’angolo e una compagnia di giovani merli
vola via,
fra i sassi
le tracce
bacche rosse
rubate alle siepi

in questa giornata di autunno
nel sole ritrovato
raccogliamo le foglie gialle, che
marciscono
cumuli fra cumuli
terra alla terra.

Tempo di bocche di leone,
viola acceso,
fioriscono fra i sassi dei vialetti
nei cortiletti delle case di vacanza chiuse
le malvarose, altissime

rosso,
ovunque.
La natura combatte la nebbia di novembre
veste i suoi ultimi fiori
porpora

mercoledì 24 novembre ’21




La dea Erzulie, di amore e lacrime

Nei riti vudù Amore è la dea Erzulie, la dea dell’Amore, le cui visite sono un momento fugace che termina bagnato di lacrime, ma capace di portare bellezza, allegria, grazia, cose tragiche perché destinate a finire e morire.

 

Il bisogno di entrare in relazione con il dolore ci insegna a riconoscere la verità delle nostre emozioni e affrontare la vita, che sì, è anche dolore.




Adolescenza

Stagioni della vita: adolescenza,
tempo dei grandi ideali e dei grandi dolori.
Da adolescenti è il sogno a guidare l’azione,
sognare l’innesco per la realtà

Adolescenza,
irrequietezza e ricerca della felicità.
Grandi amori.

Da adolescenti si cerca di capire se stessi
l’amore diventa la freccia verso il cuore,
non solo in senso romantico, ma
strumento per trovare se stessi e
come una freccia scavarsi,
trovare il centro
andarci verso quel centro

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provare, provare tutto e di tutto
sperimentare la vita,
questo vuole ogni adolescente
e i genitori hanno paura,
perché spesso la paura verso chi si ama
supera ciò che noi stessi abbiamo desiderato:
passione, amore, sperimentazione

da adolescente vuoi capire la vita e la vita è pericolosa
l’amore è pericolo,
sperimentare il pericolo è sobbalzo per il cuore
esperienza per la mente.

Mai come in altri momenti dell’esistenza si sente il pericolo
si vuole comprendere il dolore.

Di un altro ci si innamora per una luce che vediamo splendere nello sguardo
e allora la scintilla prende fuoco. Andremmo fino in capo al mondo per amore,
da giovanissimi

abbiamo bisogno di guardarci dentro nell’anima e tirare fuori il fango,
guardare nell’oscurità,
ci innamoriamo di chi è oscuro perché
abbiamo bisogno di vedere nella nostra oscurità

(per) comprendere il dolore del mondo

vedere il peggio e provarlo
sperimentare
accanirsi, contro se stessi contro il mondo o contro tutti e tutto

come hai potuto farti così male?
non sei migliore o peggiore del resto delle persone,
più magri o più grassi, più bassi o alti, intelligenti quanto basta, ma
coraggiosi al punto da
autodistruggersi

gli adolescenti,
non visti,
mai creduti
sviliti

sappi che non importa se nessuno ti vede.
Quando inizierai a vederti tu,
allora guarirai

il senso di vuoto che senti
immenso
l’ho sentito anche io.

Il corpo ci insegna
attraverso i vuoti
le emozioni che cacciamo via.

Hai bisogno di amore,
desideri equilibrio e calore.
Ci vorranno anni, sì.
Va bene così, ripetilo
anche quando non ci credi:
va bene così.

Tutto è dalla tua parte,
anche il dolore che senti
anche lo squilibrio
anche il vuoto

imparerai a stare in equilibrio
grazie
a
squilibri
precari

entrare in relazione con il dolore

adolescente,
vuoi che qualcuno veda la tua anima,
ricorda che tu puoi essere la prima persona a
vedere
te

allo specchio
guardati come se non ti conoscessi.
Perché è così,
non ti conosci.
Guardati con gentilezza,
come faresti con chi ami

perché guardiamo sempre gli altri generosamente
e mai noi stessi?

E poi, il cambiamento.
Da adolescenti si cambia,
improvvisamente
totalmente.
In realtà, non solo durante l’adolescenza ma in ogni periodo della vita
si cambia quando osiamo farlo.
Tutto il resto del mondo continua a considerarti come ha sempre fatto.
Difficile è accettare il cambiamento di qualcuno se
non osiamo accettare il cambiamento in noi stessi,
più facile e comodo lasciare che le cose vadano avanti come sono sempre andate.
Quando ti dicono “non sei più la stessa persona di prima”
tu ricorda di dire, agli altri e a te:
per fortuna.

Grazie alla vita, che
ci fa cambiare
trasformarci
evolvere.
Grazie agli incidenti, che non solo mai solo di passaggio bensì un passaggio
grazie al dolore che ci sveglia
grazie alla bellezza che ci soccorre
grazie alla curiosità e al viaggio, che ci salvano
grazie a tutto ciò che ci è servito per imparare a nuotare e stare a galla

quando diciamo grazie a noi stessi già cambia qualcosa nella percezione
quando ti dici grazie includi e non dividi

SEI UNA DONNA
SEI UN UOMO
questo significa trasformarsi da bambin* in adult*
hai varcato quella soglia
guardati con fierezza e orgoglio
celebra le tue trasformazioni
celebra le tue perfette imperfezioni

avrai “periodi” diversi
di abiti, vestiti, capelli
modi di essere, pensare e agire
va bene così,
per crescere abbiamo bisogno di sperimentare

con il senno di poi, a quarant’anni vedrai quanto eri pieno e piena di insopprimibile bellezza
tu fallo ora, celebrati. Qualsiasi sia il momento della vita, ovunque ti trovi

La tua metà esiste, è dentro di te e
non l’hai ancora vista
ci metti tutta la vita a incontrarla
non avere fretta
va tutto bene

ci saranno cose che non accadranno
adesso
o non accadranno mai,
va bene così
portale con te,
nella valigia dei giorni
c’è tutto quello che ti è accaduto e
tutto ciò che non è successo,
tutto quello che può ancora accadere
ti plasma

ricordati che ci saranno giorni in cui l’inquietudine e l’infelicità
toglieranno il respiro.
Proprio quando sentirai di non respirare più,
andrai a cercare dove respirare di nuovo
il tuo orizzonte

una domanda da farti è

dove voglio andare?




31 dicembre

Questo è il giorno giusto per guardarsi indietro, per un attimo, prima di fare un passo avanti nel futuro.

Avvertenze per i viaggiatori nel tempo

viaggiare fra i ricordi




Viaggiare fra i ricordi

Ci vuole gentilezza, quando si tratta di viaggiare fra i ricordi.

Troverai cose che ti faranno ridere e altre per cui ritorneranno le lacrime,
le stesse emozioni di allora. Intatte, perché
il cuore non cambia

il tempo del cuore vive l’istante

ci vuole pazienza per te, un caldo abbraccio
comprensione

troverai schegge di frammenti,
puoi rimetterli insieme oppure solo guardarli

troverai
vecchi scontrini
contratti di lavoro
bollette ormai dimenticate
indirizzi di casa e chiavi di cui si sono perse le serrature
ricerche fatte,
appunti scoloriti

troverai progetti che non hai realizzato e
sogni ancora da inseguire




9 novembre

forli-seconda-guerra-mondiale

Nove novembre 1944, liberazione di Forlì,
mia nonna paterna, che non ho mai conosciuto, portò con sé un prosciutto per nutrire i suoi cari (mio nonno, mia padre e mia zia) durante lo sfollamento. Tutti avevano fame, ma in campagna trovarono sempre qualcosa da mangiare, e mia nonna fu inflessibile nel difendere il prosciutto: quello sarebbe servito solo nel momento peggiore.
Il fronte si avvicinava, ma il momento peggiore poteva sempre essere il giorno dopo.
Alla fine il fronte passò… il momento peggiore non arrivò mai, o forse arrivò e mia nonna non lo seppe riconoscere.
Il prosciutto andò a male. Lieto fine e forse una morale da imparare da questa storia.

La foto qui fu scattata da un membro dell’equipaggio di un B-26, un certo Croote, sudafricano.
La casa dove sarei nato anni dopo, al Foro Boario di Forlì è sotto la nuvola bianca (al centro) sollevata dalle bombe appena cadute, ma i miei, e il prosciutto che andò a male, erano sfollati a qualche chilometro di distanza.
Luca Pazzi




7 novembre

In un bar qualsiasi di ovunque, un ragazzo incontra un altro ragazzo, con un po’ di anni nelle tasche
– Giovane, ma te sai cos’è l’amicizia? – gli dice il secondo

Storia di un’amicizia




Che cos’è la vera amicizia?

Ero al bar stamattina. Un signore seduto mi guarda e dice:
“Giovane, ma tu sai cos’è l’amicizia?”
Sto per rispondere e mi interrompe:
“Lo vedi quel signore seduto laggiù? Quello è il mio migliore amico, siamo nati nel ‘39, siamo nati e cresciuti insieme. Io gli ho fatto da testimone di nozze e lui l’ha fatto a me.
Abbiamo comprato la terra da lavorare insieme, e tutti i giorni venivamo in questo bar e prendevamo un bianchetto e leggevamo le notizie.
Lui me le leggeva perché io non so leggere e io ascoltavo, sempre insieme. Nel ‘78 abbiamo litigato, ce le siamo anche date, e da quel giorno non ci siamo più parlati, neanche un ciao.
Beh, ti dirò… dal ’78, nonostante tutto, ogni giorno veniamo qui, sempre alla stessa ora, ogni giorno ci vediamo, non ci salutiamo e ci sediamo in due tavolini differenti.
Entrambi prendiamo un bianchetto.
Tutti i giorni lui prende il giornale e legge le notizie ad alta voce, la gente pensa che sia matto, ma lo fa per me… dal ‘78…”
L’amicizia..

Questa storia non è una storia inventata, è successa davvero. Questa storia è accaduta in una mattina del ’21, che potrebbe essere il (20)21 o il (19)21 o persino il (18)21. Insomma una mattina di inizio secolo, in un caffè di una città che potrebbe essere una qualsiasi città italiana. O del mondo.
Io me lo immagino un ragazzo davanti a un caffè in una mattina di novembre, di quelle che ti fanno tirare su il bavero della giacca mentre il sole corre fra le nuvole e gioca a fare scherzi, quando senti il solletico un raggio di luce improvvisa o ti inizia a scompigliare i capelli un vento freddo e certe volte c’è persino la nebbia, quella nebbia fitta che nasconde tutto e il mondo sparisce per un attimo. O sarà stata estate? Con la camicia a quadri e maniche corte, i tavolini fuori e le voci della piazza. Io me lo immagino quel ragazzo arrivare in silenzio come siamo silenziosi da appena alzati, un po’ persi nei nostri pensieri ancora da svegliare. Assonati a chiedere il caffè con il naso nel giornale o la voglia di immaginare la giornata nel viavai oltre le vetrine, senza stare a perdere tempo con nessuno.

Poi invece c’è uno che entra dentro la tua giornata e allora quando succede accadono piccole cose bellissime. Perché a essere cittadini del pianeta Terra scopri che puoi fare incontri incredibili su questa sfera azzurra dove ci è capitato di esistere, se hai tempo per fermarti ad ascoltare uno che non avevi mai visto. Se hai tempo per perdere tempo allora finisce che ritrovi pezzi di mondo e di te.
Scopri che non importa ciò che la gente pensa di te.
Scopri che essere amico, di te stesso e degli altri, significa avere il coraggio di fare ciò che vale la pena.
E se fai ciò che vale veramente la pena di solito te ne accorgi perché lì dentro accade qualcosa, si scioglie quel nodo che avevi in gola e il cuore vola. Allora puoi persino pensare di sovvertire il tempo, cambiare il mondo con un atto di magia.
Il tuo di mondo, che niente inizia se non comincia da te.

Allora puoi persino inventare un giardino segreto. Puoi trovare la tua libertà o almeno provarci.
Crescere la tua parte migliore e sapere che non sei solo tu, ma che è là fuori, la nostra parte migliore: sono le persone, gli incontri. Vecchie e nuove generazioni, liberi esploratori ed esploratrici del mondo.
Puoi vedere il fiore che c’è dentro ogni essere umano. Puoi leggere al vento. Camminare a piedi nudi sulla neve.
Sfidare la guerra, quella fuori e quella che ognuno ha dentro.
Essere funambolo in equilibrio su una corda dove ti tiene la vita.
Puoi persino raccontare la tua storia ad alta voce, a uno sconosciuto.
Accade quando segui il tuo cuore che batte.
Mentre lo fai, orecchio dopo orecchio, le tue parole volano fino a un altro cuore, quello a cui erano destinate.
Perché c’è sempre un modo per un cuore di raggiungere un cuore.
C’è sempre un modo per arrivare là dove vogliamo.
C’è sempre un modo, per la vita, di accadere.




Tenetevi stretti i sogni, una poesia di Langston Hughes

Tenetevi stretti ai sogni
perchè se i sogni muoiono
la vita è un uccello con le ali spezzate
che non può volare.
Tenetevi stretti ai sogni
perchè quando i sogni se ne vanno
la vita è un campo arido
gelato dalla neve

Hai letto “L’albero delle parole” di Donatella Bisutti?




L’albero delle parole, libro di Donatella Bisutti

Tante poesie (138) e altrettanti poeti (per l’esattezza, 73) da tutto il mondo: è “L’albero delle parole”, unlibro di Donatella Bisutti. Alcune sono poesie di grandi poeti che tutti conosciamo, ma scelte fra i componimenti meno noti, quelli che a scuola non si studiano. Le scopri con un filo di stupore, perché ci metti un attimo a farle quadrare con il personaggio e ricomporre una nuova immagine del poeta. A questo ci pensa la biografia, una paginetta che introduce le poesie tratteggiando in poche righe il ritratto di una vita, di un carattere. Con leggerezza, quello stile giocoso che noi scambiamo per patrimonio dell’infanzia e invece è per tutti.
Insomma, una raccolta per bambini e non solo. Un libro per leggere poesie in famiglia.

Di ogni poesia, in fondo nella pagina, è segnato autore e raccolta da cui è tratta.
Così, questo libretto che ci sta seguendo in giro per casa e finiamo per aprire a caso e declamare,
in queste sere di inizio autunno,
finirà per appogiarsi sul tavolino del salotto e diventare
piccolo manuale da cui partire per andare a (ri)leggere poet e poesie.

Alcune le ho lette con sorpresa, come la pagina strappata da un diario di Montale in cui il poeta, studiato per altri versi, parla di un uccellino trovato. Altre non mi hanno risuonato, finora, e allora le leggo e lascio lì, risuoneranno ad altri o forse in altre momenti. Altre ancora mi hanno fatto scoprire poeti che non conoscevo e venir voglia di andarli a cercare e trovare nella loro lingua (che si sa, ogni traduzione è in realtà un’avventura impossibile e riesce solo quello che è sufficiente a dare il sapore).
Come questa, di Langston Hughes, che non conoscevo, che è stato poeta, ma anche giornalista e attivista, in quel Missouri fra gli anni Quaranta e Sessanta quando essere nero era una sfida che partiva dalla pelle. Hughes, che era arrivato nella grande New York con un treno in giovane età, inventerà un genere chiamato jazz poetry, e in America è conosciuto come il padre dell’Harlem Renaissance.

Era nato il primo febbraio 1901, quando il secolo era solo all’inizio, e se ne andrà nel 1967, dopo aver visto il mondo rivoluzionarsi. A proposito, sai com’è riuscito a diventare poeta? Lo racconta l’autrice D. Bisutti a pagina 216. Poverissimo e svantaggiato negli studi a causa del colore della pelle, faceva il cameriere (e il mozzo, per anni). Un giorno al ristorante in cui lavorava capitò un poeta importante, Langston Hughes (oltre a riconoscerlo) tra un piatto e l’altro scrisse velocemente una sua poesia e con nonchalance fece scivolare il foglietto con i suoi versi sotto al piatto di portata. Chi avrebbe avuto lo stesso coraggio? Da quel momento la sua vita cambierà per sempre. Sarà uno scrittore in grado di vivere delle sue parole e viaggerà per tutto il mondo.

“Quante volte, crescendo, solo per il fatto di essere negro, aveva dovuto, per non farsi vedere piangere “aprire la bocca e ridere”? Ma la poesia per fortuna non conosce colore di pelle e così Hughes diventò lo stesso un grande poeta anche se per riuscirci dovette superare enormi difficoltà”
Donatella Bisutti

Blues di nostalgia di Langston Hughes

Il ponte della ferrovia
è un canto triste nell’aria.
Il ponte della ferrovia
è un canto triste nell’aria.
Quando passa un treno
vorrei andare chissà dove.

Sono sceso alla stazione.
Avevo il cuore in bocca.
Sono sceso alla stazione.
Avevo il cuore in bocca.
In cerca di un vagone
che mi portasse al Sud.

La nostalgia, Signore,
è una cosa orribile.
La nostalgia,
è una cosa orribile.
Per frenare il pianto,
apro la bocca e rido.

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8 dicembre

Chi è quello? mi aveva chiesto lui, otto anni
a te chi sembra?
Un ragazzo seduto
infatti. È quello che è, una persona seduta. A volte un uomo, a volte un ragazzo.
Sì, questo l’avevo capito. Ma chi è lui, veramente?
si chiamava Siddharta, è nato così tanto tempo fa che sembra incalcolabile, 2500 anni fa. La sua era una ricca famiglia di nobili guerrieri. Viveva in Nepal, in una vallata verde fra le montagne dell’Himalaya, in mezzo a quelli che sarebbero diventati Cina, India e Tibet, ma che ancora la storia non aveva diviso.

Siddharta, racconta la voce del tempo che fu, era nato in un bosco dal fianco di sua mamma Maya, una principessa bellissima e pura come sempre vuole la tradizione in questi casi. Dal fianco, una nascita speciale, un po’ come un cesareo d’altri tempi, e se anche lui è nato così pensiamoci a questi modi di venire al mondo, strani e meravigliosi, inconsueti, da raccontarci come inizio a una vita che è già avventura.

Insomma Siddharta cresce nello splendido palazzo di famiglia. Si sposa, a sedici anni, con la principessa Yasodhara, e insieme avranno il loro unico figlio, Rahula, che diventerà un grande saggio indiano. Ma a Siddharta manca qualcosa. Sente di non aver ancora afferrato quello che c’è da comprendere della vita. Non vuole diventare guerriero, la vita di palazzo non fa per lui.

Allora, un bel giorno il principe Siddharta se ne va. A ventinove anni esce di casa, dal suo bel palazzo dove la sua famiglia ancora dorme fra cuscini di raso e tappeti. Inizia un viaggio da cui non tornerà mai più. Perché mai torniamo uguali a noi stessi quando abbiamo il coraggio di andare via veramente. Siddharta cammina e cammina. Attraversa boschi e villaggi. Incontra la gente. Gli occhi della gente. Che vive, nasce, muore, ride, piange. Siddharta si ferma, a un certo punto. Si siede, così come lo vedi, seduto per terra fra le radici di un albero antico

a occhi chiusi
il respiro, va e viene
aria che entra, attraversa i polmoni e raggiunge ogni cellula del corpo
cuore che batte

in una notte di luna piena nel mese di maggio Siddharta, lì fermo sotto quel fico antico, incontra l’infinito, che nessuno sa descrivere a parole perché tutti possiamo scoprire com’è il silenzio solo quando attraversiamo la porta della nostra solitudine. Questa notte è accaduta 2500 anni fa a Bodh Gaya, una città dell’India dove ancora questo albero esiste. Ora lì c’è un tempio.
Siddharta, che da quel momento chiamarono Buddha, che significa “il risvegliato”, sarà ispirazione per tantissime persone in tutti secoli dopo, fino a oggi. Una persona seduta, tu, io, qualsiasi persona. Ci ricorda che c’è un momento in cui ti puoi fermare. E se ti fermi un attimo a contemplare la vita che scorre allora ti puoi puoi ricordare qualcosa che va al di là del tran tran quotidiano. È un lampo. Quello che forse in Occidente i poeti chiameranno sublime, la sensazione di appartenere a uno spazio molto più ampio e disteso. Come il mare quando guardi l’orizzonte. Quella sensazione che niente inizia e niente finisce e tu ci sei mezzo. E non là, è qui: dentro il respiro. Allora, ti svegli. Perché non si nasce solo una volta, si nasce tutte le volte in cui ti rendi conto che ti sei di nuovo RISVEGLIATO.

In Giappone il giorno 8 dicembre si celebra Rōhatsu, Giorno del Risveglio, in cui si ricorda il momento in cui Siddhartha Gautauma raggiunse l’illuminazione, conosciuta anche con il termine Bodhi in sanscrito o pali. La tradizione racconta che la stella del mattino Venere appariva in cielo mentre si faceva giorno e nello stesso istante, dopo tre notti di veglia ad affrontare i demoni delle tenebre, il principe Siddhartha infine trovò le risposte che cercava. È per questo che divenne Buddha, il “Risvegliato”, o “Illuminato”.

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