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Viaggio nel tempo

Potrei iniziare dicendo che c’è stato un pomeriggio estivo in cui, girovagando attraverso le stanze di quella che era stata la casa della mia nonna paterna ho trovato un vecchio settimanale pieno di fogli e foto. Il settimanale è un mobile alto e stretto: si chiama così perché veniva utilizzato per i conti; settimanale, uno per ogni giorno della settimana. Infatti, la camera in cui l’ho trovato è in una di quelle case a ringhiera che un tempo rappresentavano una delle tipiche architetture del nord Italia, in Lombardia. Dentro al caseggiato si susseguivano tante stanze, ognuna con una porta che dava su un ballatoio esterno che correva lungo la facciata della casa. Dal primo piano ti affacciavi sotto, sul cortile, e in mezzo ricordo due grandi vasi di latta, che un tempo erano stati contenitori di qualcosa, con dentro due oleandri profumati che cinquant’anni fa erano fiori e ora sono ormai alberi. Dietro alla saracinesca di sotto c’era il bar, il Bar Italia che io non ho mai visto ma che è stato l’infanzia di mio papà. L’ho ritrovato stamattina, in una foto dove c’erano ancora tutti, il nonno Carlo e la nonna Stelvia giovani e felici dietro al bancone, fra le bottiglie di liquori e aperitivi e i clienti più assidui e mio papà Vittorio che all’epoca avrà avuto nove anni, con una magliettina a righe proprio come quelle che amo mettere a Tito.

Nel viaggio di formazione che abbiamo iniziato ormai qualche anno fa la nostra maestra tantrica Prem Rupa ci ha invitato a riflettere sulla nostra storia familiare e questo è uno dei motivi per cui mi sono ritrovata qui, a cercare vecchie fotografie e seguire indizi. Potrei iniziare col dire che il viaggio nel tempo inizia nel momento esatto in cui spingiamo una porta e ci permettiamo di entrare. Non è una porta uguale a tutte le altre, a volte è immensa e noi così piccoli che per avere il coraggio di passare dobbiamo interrogare la Sfinge mostruosa di un inconscio sepolto, altre volte è così piccina la porta che si fa molta fatica a scorgerla. Si nasconde, come nell’ombra si confondono i nostri sentimenti e le storie di famiglia, gli amori sepolti, le morti, le gioie, i segreti che non sono stati detti e quelli che senza saperlo abbiamo intuito, ingoiandoli conditi da sensi di colpa come dolci speranze trangugiate in segreto.

Mi sono rivista
negli occhi di una nonna che in fondo
non ho conosciuto così bene e
non conoscerò più, ormai.
Ho visto mio figlio dentro i ricci e le mosse di uno che è nonno
proprio adesso.
Dentro il bianco e nero
ho immaginato colori.
Mi sono stupita vedendo due vecchie fotografie con un paesaggio e il modellino di un aereo
“eleo” direbbe Tito, che ama molto anche lui gli aerei e li indica sempre,
e ci ho ritrovato dentro la sensibilità di mio papà,
in anni dove si fotografavano sempre persone, quasi mai case o oggetti.

Le fotografie accarezzano le nostre evoluzioni, accompagnano la metamorfosi. Può guarirci rivedere una fotografia del tempo perchéa guarirci sono i momenti felici. Ci sono momenti che non avevamo mai visto, come quel viaggio a Istanbul e San Pietroburgo del nonno, di cui nessuno ricordava; ci sono persone che non conosciamo più e volti che non si sanno più attribuire, chi li conosceva se c’è già andato e senza un tratto di matita che abbia segnato una dedica e un nome o almeno un anno, si consegnano al flusso indiscriminato e immenso della storia del mondo, una storia senza nome né date, una storia che ci travolge e avvolge, annega e si dispiega dentro le nostre braccia come il filo di una coperta infinita. Eppure, noi siamo questa storia. L’oceano di tutto ciò che siamo stati, e saremo, scorre dentro alle nostre vene, si arrotola nella spirale di un DNA che, senza saperlo, ha il viso, il sorriso e gli occhi di qualcuno che tu non hai mai conosciuto ma vive in te. E tu in lei, o lui. Poi dentro i tratti di una fotografia all’improvviso passa un lampo, è il fulmine del riconoscimento.

Ci sono cose che non sappiamo nemmeno spiegare, a voce. Sfuggono dalla nostra testa e dalla comprensione. Il cuore le conosce e ri-conosce. Le vede, ora sa

Ho deciso di appendere al muro quel ritratto dell’altra nonna, insieme a sua sorella al mare, in Liguria; era il ’49, dopo la guerra, in una giornata che immagino piena di sole. Hanno i costumi di tessuto come si usava un tempo, di maglina morbida. Sono molto sorridenti e giovani. Questo momento l’ho messo dentro un riquadro rosso, rosso come la passione che ci infiamma da ragazzi e con una goccia di colla abbiamo fissato un corallo, relitto del mare di una nostra vacanza. Per mescolare passato e presente, per ricordare che anche il passato aveva colore, per ricordare che gli stessi che abbiamo conosciuto più in là negli anni sono stati ragazzi proprio come noi, con un carico di sogni che allora aveva una valigia pesante perché loro, quei ragazzi del ’47 uscivano da una guerra. Erano giovani e innamorati, avevano già vissuto tanto. Come sta capitando ora a bambini e ragazzi come loro: se si incontrassero ai confini del tempo, fra una fotografia e l’altra, entrambi scuoterebbero la testa increduli, di essere così vicini e avere così tanto da dirsi, pur in anni così diversi, che tanto tempo li distanzia eppure siamo ancora qui a parlare di guerra, che sfacelo, che caramella amara da sciogliere in bocca, non ci si crede. Quei nonni, ragazzi di allora, e questi ragazzi di qui, sotto le bombe, si abbraccerebbero parlando di tutte le emozioni e quanta paura può fare una sirena d’allarme quando la senti nella notte, e del fragore dei muri che crollano. Io lo so, mia nonna Giuseppina e sua sorella Erminia, che io ricordo eternamente spavalde, con il rossetto rosso e rosso lo smalto anche a ottant’anni direbbero loro che passerà, che passeranno questi anni e che a vivere e soprav/vivere ci vuole forza, ci vuole coraggio. Ci vuole spavalderia, che a mia mamma, di un’altra epoca come parola non piacerebbe. Ma in certe epoche è necessaria, la spavalderia.
Perché coraggiosi non si nasce. Coraggiosi si diventa.

Intanto le fotografie le abbiamo appese lì, lungo le scale. Perché la scala di casa, che dalla cucina porta fino in soffitta, è una parte in movimento, proprio come la vita e mi sembra ci sia un po’ di somiglianza anche con quel proverbio indiano che ricorda “l’esistenza è un ponte, atraversalo ma non pensare di costruirci sopra una casa”. Lungo le scale, gradino dopo gradino, si sale e si scende, ci si ferma a mezz’aria, certi giorni, si sta seduti su un gradino a sfogliare un libro o si prende un passaggio, come Tito quando al mattino si aggrappa al collo e urla “mano mano” per scendere. E allora mi piace pensare che ogni volta il nostro sguardo si appoggerà su un volto diverso, un incontro di sguardi. Lungo queste scale del tempo ci si incontra, ci si continuerà a incrociare, e vedere. E c’è la cornice di due che conosciamo più, ma forse un giorno sarà la loro storia a venirci a cercare. E c’è posto anche per una cornice vuota, che sono tutti quelli che nella storia si sono persi, di cui un volto non c’è più ma la cui memoria è scritta nel territorio oscuro e palpitante del nostro incoscio.
Lungo le scale, a una altezza che è proprio quella della mia faccia più o meno ora, c’è anche uno specchio. Non sembra ma anche questa è una foto. Un passaggio in divenire, è il nostro volto che cambia, costantemente, è il nostro sguardo in cui ci guardiamo e riceviamo, ogni giorno. Oggi. La metamorfosi ci trasforma, da dentro, in uno sguardo ci ritroviamo.

A proposito, chi è curioso può consultare qui i prossimi incontri di Prem Rupa

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Ci sono giorni pieni di inverno e giorni pieni d’estate

Ci sono giorni pieni di inverno e giorni pieni d’estate: sono i momenti della nostra vita, le stagioni dell’esistenza che scorrono via senza che ce ne rendiamo conto, senza che passiamo un solo attimo decisi a volerli vedere davvero. Ci vuole determinazione per fermarsi, o forse semplicemente attenzione. Sì, il coraggio dell’intenzione si trasforma in un’onda e allora accade, possiamo immergerci nel tempo e restare a contemplarlo. Ferma-tempo. Per un attimo, fermare persino il tempo

In questi giorni leggo Thomas Mann, “La montagna incantata”, un libro che a dire il vero mi segue da anni. Suona strano leggerlo in questi giorni, mentre la primavera ci parla di guerra e i nostri pensieri si mescolano alle emozioni in cui si muovono Castorp e il cugino, affacciati alla guerra senza saperlo, il tempo in cui scriveva Mann, che ci metterà anni a seguire il filo di questo libro che inizialmente doveva dipanarsi veloce.

“Nevica in gennaio, ma non molto meno in maggio, e anche d’agosto nevica, come vedi. In complesso si può dire che non c’è mese senza neve; un assioma che non bisogna dimenticare. Insomma, ci sono giorni d’inverno e giorni d’estate, giorni di primavera e di autunno, ma vere e proprie stagioni, a rigore non ci sono quassù”
Thomas Mann, “La montagna incantata”, Corbaccio p. 86

Ci sono giorni pieni di inverno e giorni pieni d’estate, così accade nella nostra esistenza in cui misuriamo i momenti della vita a seconda del clima del nostro cuore. Lì dentro, nello tsunami del nostro mondo interiore, ci sono paesaggi aridi improvvisamente sconquassati dalla tempesta; distese che tornano verdeggianti e piene di promesse avvolti da una pioggerellina dolce che strappa via petali senza colpo ferire. A volte l’estate del cuore scoppia nel pieno dell’inverno. Altre volte, invece, si gela d’estate. Non c’è dolore più acuto, forse, di quando si rabbrividisce sotto uno sterminato cielo blu, perché in certi momenti, con la morte nell’anima, ci sentiamo più consolati da una giornata di pioggia, quando le lacrime nostre si mescolano a quelle delle nuvole e la luce possiede la delicatezza di una malinconia pacata.

Se mi fermo posso vederli, tutti questi paesaggi. Si svolgono dentro di me, una narrazione che non sempre è parole, spesso emozioni incaaci di traduzione. Siamo noi le mappe. Siamo punti di una storia geografica in costante cambiamento. Non ho tempo per fermarmi, eppure ho bisogno di tempo. Mentre in Oriente si meditava, l’Occidente contemplava. Da tempo immemorabile, chiusi fra le pareti secolari di monasteri segreti le mani piantavano semi e affondavano nella terra, le mani si mescolavano alla gola e cantavano; le mani decoravano pagine di pergamena con calligrafica precisione. Ancora prima, da sempre, uomini e donne se ne andavano vagabondi, a camminare fra i boschi e si sdraiavano con un rametto in bocca, in attesa che un gregge brucasse l’erba. La giornata durava il tempo del sole, una stagione il tempo del grano.

L’amore per la bellezza vive di attimi. Abbiamo bisogno di ritrovare il coraggio della contemplazione e fermare il tempo. Trovare tempo per entrare nelle nostre mappe e starci. Abitare i paesaggi di cui siamo fatti e camminarci dentro.




Primavera a Berdjansk

A Berdjans’k c’è un porto. Un tempo aveva un altro nome la città, a dire il vero ha cambiato nome tre volte da quando è stata fondata, alla fine dell’Ottocento, ormai due secoli fa. Fra poco ci sarà un anniversario importante: 1827, la fondazione – 2027. C’è il museo di scienze naturali e anche le terme, perché qui ci sono i fanghi e un tempo alla stazione climatica si veniva per i trattamenti di bellezza.

Il porto si affaccia sul mar d’Azov, che fa parte del mar Nero ed è il mare meno profondo al mondo, perché raggiunge la profondità massima di 13 metri. Qui c’è il limo, come sul Nilo, lagune piene di sale e una distesa di piccole isole. Si estrae gas naturale e petrolio. È dallo stretto di Kerc sul mar d’Azov che gli Unni attraverso queste terre arrivarono nella loro marcia inarrestabile, tanti secoli fa.

Abitavano circa diecimila persone a #Berdjans nel 1860: dopo quarant’anni erano diventate più del doppio, grazie al porto e agli intensi commerci. La vita delle città che sono porto è uno scambio continuo. Persone, cose, sapori vivono la fluida vita dell’acqua, capace di mescolare confini e storie.

Nel 1860 c’era la scuola di Talmud e altre tre scuole, della popolosa comunità ebraica, poi quasi scomparsa nei pogrom e nella guerra. Nel 1926 il 60per cento della popolazione era russo, il 20 ucraino. Ma non importava molto. In tempo di pace non importa che lingua parli. Bisogna immaginare amori, matrimoni, dolci e zuppe con ricette che si mescolano fra loro come solo sanno fare le mani in cucina e i cuori nelle case.

A #Berdjans d’estate si va in spiaggia. In certi pomeriggi afosi basta prendere un bus per fuggire dal centro e trovare un pezzo di mare che più azzurro non si può. C’è anche lo zoo ma io non ci sono mai andata perché mi fa tristezza vedere qualcuno in gabbia. E poi il picnic al parco di domenica, i resort dove fare i bagni di fango, il museo d’arte e il grande parco acquatico.

Non so se l’hai vista, c”è la statua di un pesce al parco: è un grande pesce di metallo con una coda a ventaglio, assomiglia un po’ a uno di quei pesci rossi degli acquari ma questo è decisamente più grande e dalle forme fantastiche. È per ricordare la grande abbondanza di pesce di cui è ricco il mar d’Azov, grazie a cui ci si sfamò nelle guerre e nei periodi di carestia. Se guardi bene mentre cammini farai un altro curioso incontro, perché da un tombino vedrai uscire un operaio: sbuca da sottoterra, con la sua chiave inglese e lo sguardo eternamente sbigottito. È un operaio ma tutto di metallo, come di metallo è anche il tombino; chi l’ha costruito ha fatto in modo avesse anche una piccola fessura fra le labbra e i turisti si divertono a mettergli una sigaretta. Un operaio che lavora con la sua sigaretta accesa fra le labbra per pensare.

Oggi il meteo di Berdjans’k dice che è nuvoloso, forse verso le tre uscirà il sole. Ma tu non ci sarai già più, forse. Alle nove di stamattina apre il corridoio umanitario che hanno concesso, un cessate il fuoco momentaneo. Mentre in Italia c’è il rumore forte della pioggia stamattina, io mi immagino te, che guardi dalla finestra che stai per lasciare. Che cosa ci si porta via dalla guerra? Guarderai ancora quel corridoio e quante volte ti girerai a vedere la porta di casa e il tavolo della cucina dove prendevi il caffè prima di andare al lavoro? La spazzola sotto lo specchio del bagno e ricordati quella vecchia foto nella cornice, quella non la puoi lasciare. I libri pazienza, sono troppi e troppo pesanti, non sapresti che scegliere. I documenti, tutti presi. La valigia, quella più comoda e leggera: è ancora lì aperta, o l’hai già davanti alla porta? Chissà perché lasciamo sempre qualcosa che non riusciamo a finire, nel frigo o in un angolo di quel mobiletto: tutte le cose rimandate che ora non faremo più

è ora di andare, vai. Buon viaggio. Col cuore che scoppia. E se saremo fortunati, oggi pomeriggio prenderemo un caffè sotto la pioggia, bagnati fradici e vivi mentre esce un raggio di sole a Berdjans’k




Cose di una giornata di pioggia

Ascoltare il battito della pioggia come dita che tamburellano sul tetto

Il caffè lento e poi a piedi nudi sul divano

Spalancare per un attimo la porta e rimanere in sospeso, davanti al giardino intriso d’acqua e l’odore di bagnato

Il suono dei pneumatici di qualche macchina di passaggio, al di là dei vetri chiusi

Fare la doccia a mezzogiorno, come la faceva mia nonna nel mezzo della mattina, e i capelli bagnati e la pioggia sull’abbaino

Fare gli scoiattoli, a piedi nudi sul divano, e tutti i giochi sparsi attorno e mille libri aperti

Libri belli, molto belli, da leggere e libri da lasciar andare

Mettere il naso in quelle scatole che aspettano da tempo

Il cassetto delle foto

I pensieri da ripiegare bene e mettere via, nel cassettone, quelli da piantare in un vasetto e i pensieri da liberare sul tetto

I riposini e il tè alle quattro, con il limone e i biscotti buoni

Ogni volta che piove dovremmo trovare tempo per fermarci ad ascoltare e mentre si lavano le emozioni annaffiare i pensieri con progetti nuovi. E allora le idee crescerebbero libere e selvagge, senza preoccuparsi di dove andranno, come un giardino incantato di nuovo ricco di magia. Le erbacce si mescolano agli alberi da frutto; sotto le aromatiche si nascondono semi antichi e le lucertole meditano sdraiate su un sasso.
Fermarci, anche noi, e sentire che siamo pronti a rifiorire.




29 marzo

I primi giorni di primavera e la pioggia che stenta ad arrivare:
il secco attorno, nella natura color terra bruciata e nei nostri pensieri.

A migliaia di chilometri di distanza
in un palazzo affacciato sul Bosforo
oggi si discute di guerra. La pace
un’ipotesi che aneliamo respirare
come l’aria di aprile e maggio,
piena di giornate di sole e
fiori di ciliegio portati dal vento,
un respiro colmo di bellezza

Due anni fa c’era la pandemia e un lockdown che adesso è diventato cosa normale.
Ci aveva fatto vivere una primavera anomala in un mondo irreale,
fatto di silenzi grandi e cieli più azzurri,
che il lato positivo di questo stop di tutto il mondo aveva portato
meno smog e gli animali selvatici avvistati nelle periferie delle città.
Adesso siamo ripartiti, il traffico fa di nuovo rumore e cieli grigi.
Al Covid si sono sostituiti i bollettini quotidiani della guerra.
Una fra le tante guerre nel mondo,
la guerra in Ucraina, solo una fra le tante.
Ma ci tocca, ci scuote,
ci fa provare sentimenti alterni di rabbia e paura.
Perché è vicina. Perché non è più al di là del mare.
Perché non si può più dire “aiutiamoli a casa loro” come i disperati che
abbiamo lasciato affondare e affogare nelle spiagge ai bordi dell’Europa.
In una notte si arriva a Kyev e si torna indietro, portando in macchina figli e famiglie di badanti
per anni si sono occupate dei nostri vecchi, non avevamo mai visto casa loro.
Adesso le conosciamo, loro che parlano la nostra lingua e cercano di scappare dall’ennesima bomba.

Eppure si continua a morire, in Polonia
ai confini con la Bielorussia.
A un ragazzo le guardie di frontiera hanno tranciato un dito
con le stesse forbici
con cui lui aveva tagliato il filo spinato.
Continuano a tenerci prigionieri
i fili spinati della storia, arrotolati
sui nostri cuori e fra le coscienze.

Nel frattempo qui fra le montagne dell’Appennino spuntano di nuovo le violette e le primule,
qualche tarassaco ancora timido.
Tu che prima non esistevi ora hai già quasi due anni
cammini curioso per questo pianeta. Sei ricoperto di polvere,
metti le mani nella terra e da ieri viaggi con uno spruzzino pieno d’acqua
spruzzando ovunque
con un cappello enorme messicano
trasformi ogni giornata in
gioco
esplorazione

poi ti addormenti di botto e
nel silenzio
riordino i pensieri
29 marzo ’22

Dal diario del 29 marzo ’20 primavera in quarantena
Mattarello e profumo di ragù, il sapore della domenica e della cucina delle nonne. Il sole eclatante e il cielo blu: lo guardiamo dalla finestra e ci immaginiamo l’aria in faccia, l’odore del mare e quello dolcissimo dei gelsomini che sbocciano fra i cancelli di città. Avremo di nuovo il vento fra i capelli, il sole che brucia la faccia e il freddo sulle guance, i tavolini all’aperto e i vagabondaggi senza meta dei giorni liberi. Vedremo nuovi paesaggi e i posti del cuore dove amiamo tornare. Ritorneremo a passare attraverso caselli di autostrade e perderci in strade mai viste, finendo in case dove si parlano lingue sconosciute. Ci guarderemo in faccia sorridendoci al di là delle parole. Ci tufferemo e mangeremo gelati seduti sui muretti, compreremo giornali da leggere al bar mentre i bambini giocano a palla e fanno castelli di sabbia gridando con le loro vocine acute. E non ci arrabbieremo perché ora sappiamo che ci mancano i bambini con i loro giochi e le urla di vita, la musica che esce dalle finestre aperte, il chiasso giù in strada. Andremo a passeggio tenendoci per mano, sapendo quanto vale




I bambini ci guardano

Oggi ero distratta e tu mi hai lanciato la tua palla di stoffa. L’hai lanciata di botto, tu che solo fino a un attimo fa non lo sapevi fare. Invece ha fatto un bel volo ed è finita fino a me. E poi l’hai lanciata e rilanciata, dal tavolo al divano e viceversa. Il piccolo spazio del salotto è diventato grande, che in fondo non serve uno spazio così immenso per giocare. Con i piccoli viaggiatori intergalattici la scommessa più grande è trovare il posto dentro: la disponibilità.

Una volta trovato il libero spazio della disponibilità allora può accadere l’infinito nella stanza. E così succede che ci guardiamo, ci guardiamo davvero; occhi negli occhi, così vicini e veri. E ridiamo e abbiamo tempo uno per l’altro. E noi dovremmo commuoverci osservando quanti e quali tentativi di coinvolgerci mettono in atto, loro che ci prendono per mano e vogliono portarci con gentilezza alla (ri)scoperta del mondo. E di come noi, se non stiamo bene all’erta, rischiamo di diventare una continuua delusione. Andiamo di fretta, non c’è mai tempo: è sempre l’ora di dormire o l’ora di mangiare o quella di pulire, sempre l’ora di altro e mai di questo. Mai che sia l’ora di adesso, di stare insieme e giocare.

Ma tu ricordati
L’ora giusta dell’adesso
L’ora di sederci
Insieme
L’ora di stare qui
L’ora del non fare e
giocare
L’ora della magia
Da immaginare

E allora guardarsi di sottecchi e farsi buu e abbracciarsi stretti. Farsi il solletico sulla pancia, gonfiare palloncini da lasciar sgonfiare con il rumore sulla pelle. Passarsi mattoncini a vicenda, costruire torri gru case camion. Avere tempo, uno per l’altro, che il tempo è quella cosa da afferrare per la manica e stringere forte quando c’è.




Abbiamo bisogno di respirare

Una cosa a cui non fai quasi mai caso è che
quando hai paura
quando entri nell’ansia
quando sei molto dentro la rabbia
o il dolore
fisico e mentale
quando sei così tanto nel momento che non ci sei più
smetti di respirare
e
sparisci.

Sparisci all’improvviso, sparisci dentro le cose che ti fanno paura
appena le nominiamo quelle escono dalla bocca e sono loro a divorare noi.
Diventano spettri e ci danno la caccia, perché i fantasmi vivono sotto il letto o nell’armadio,
lo sanno tutti,

i fantasmi risiedono nell’ombra, prendono vita e potere dall’oscuro in cui non abbiamo il coraggio di guardare.

Abbiamo bisogno di respirare e ritrovare il momento del presente: l’attimo in cui tornare a sentire e fermarci, adesso, per ritrovare forza e meraviglia

La verità è che la morte arriva mille volte, in mille forme. Per un attimo ci eravamo tutti dimenticati che fosse lì,
a un passo da noi,
invece
eccola qui. Un bacillo, un cavaliere invisibile capace di far crollare muri di difesa fatti di sangue e ossa e scoglio, oppure una frenata improvvisa e imprevista. O ancora, semplicemente qualcosa che non avevamo previsto.

Abbiamo bisogno di respirare per fare pace con la morte. E insieme a lei con la vita. E
respirando, respirare forza, bellezza, poesia, immaginazione.

A volte tutto quello che viviamo non ha niente di bello. O almeno, così pare. Ma
la bellezza non è affatto là fuori, nessuna bellezza può esistere se non quella a cui tu stessa concedi di esistere.
Bellezza è una scommessa dentro a uno sguardo,
per questo vive clandestina, è
l’attimo fuggente da rubare ancora per un soffio.

Il soffio di un respiro, quello in cui
torni a vivere.
E mentre il sangue si rimescola sì,
ci saranno altre disfatte e tempeste e una bonaccia, seduti a guardare l’alba
increduli ancora una volta
immortali e mortali,
sconvolti e orrendi e bellissimi,
così cambiati e sempre uguali
e così pieni di terrore, ma anche meraviglia.

Respirare
verità
morte
vita
meraviglia
bellezza
poesia
incanto e

fermarsi
adesso
qui,
solo per un attimo




Di notte Amsterdam

Se ti trovi a camminare
mentre la notte scende su
Amsterdam,
poi scopri che
si somigliano
le sorelle d’acqua.
Come a Venezia
ti chiederai
passo dopo passo,
è una città di fantasia
o
una vera
scenografia
dove
sto
passeggiando
?




Fra i mulini a vento di Kinderdijk

E poi il vento fra i mulini, che
se arrivi di mattina presto in un febbraio fuori stagione
è tutto chiuso, il negozio di souvenir e il ristorante
invece l’uomo del chioschetto c’è e inizia a preparare perché in Olanda il fritto è un’istituzione e le patate sono sempre e ovunque
i tetti sono di cannarelle, quelle che si muovono scosse dal vento, altissime e sottili. Qui ci sono diciannove mulini, Patrimonio Unesco: sono stati pensati per macinare ma anche per risucchiare quest’acqua che è ovunque e contro cui l’Olanda che ci affonda combatte da sempre, instancabile.

Tu cammini e intanto il sole esce dalle nuvole.

Una coppia di germani nuota senza fretta. Nel canale un’altra coppia di svassi, con le loro crestine rosse, si tuffa in acqua alla ricerca di pesciolini. Il polder è il terreno strappato al mare grazie alla diga: l’erba che ci cresce è verdissima, lo spazio disegnato dai canali.
Accanto, una fattoria e le pecore, che in Olanda sono ovunque e hanno musi che assomigliano un po’ a quelli dei cani.

Camminare in silenzio,
il vento che porta via i pensieri
lo sguardo, che arriva lontano
lontanissimo

Kinderdijk ha un nome strano, ma dentro c’è la parola kinder, che ti fa subito venire in mente “bambino”. Ed è così, secondo la leggenda dopo la grande alluvione del 1420, alla diga arrivò una cesta, con dentro un gatto e un bambino. Kinderdijk, che oggi è famosa per i mulini a vento patrimonio UNESCO, significa questo: diga dei bambini.

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Il coraggio di raccontare ai bambini

non so se ti è mai capitato di sfogliare un libro per bambini,
e non so se ti è capitato di passare del tempo
con un bambino

con un bambino scopri
domande incredibili
curiosità inesauribile

dentro ogni bambino
c’è un vecchio,
dovremmo vederli così i ragazzi
immaginare loro adulti

come ci comporteremo,
davanti a un uomo e una donna di trenta, quarant’anni
uno come noi

che cosa vogliamo per noi
che cosa avremmo voluto
?

dovremmo trovare il coraggio
di
raccontare ai bambini
storie importanti
storie forti, impegnate
storie di Storia, di geografia, di cuori
storie di verità e ricerca

me li ricordo i libri che mi capitava di sfogliare da bambini,
quelli di papà o alcuni, dalle pagine ingiallite: li portava a mia nonna una zia, sua sorella
grandi scatole piene di vecchi giocattoli e volumi che erano stati di qualcuno ormai grande

dentro, c’erano illustrazioni precise, grande ricchezza di dettagli.
Erano storie che parlavano a cuore e cervello con onestà,
dirette. In queste pagine di adesso si trovano più spesso
parole semplici al punto da diventare banali,
parole che si perdono in colori sterminati e vuoti
nei libri dedicati ai bambini molto piccoli
ipersemplificazione
nelle storie per i più grandi
edulcorato e stiracchiato all’essenziale
il racconto
perde fatti e ricchezza.

Abbiamo bisogno di
parole che
sappiano cercare
saggezza
sappiano scavare
trovare anima
spirito
esempio
visione
ispirazionee

che non siamo e non diventiamo niente,
senza prima svegliare
quello che ci rende
umani
vivi

Quali libri e autori ricordi che ti hanno fatto diventare grande?

Guglielmo Milani, detto Mino




Guglielmo Milani, detto Mino

Guglielmo Milani, detto Mino, studia medicina ma fugge dalla storia di famiglia già scritta con una laurea in Lettere e la tesi sui briganti. Inizia a collaborare con il Corriere dei Piccoli e poi il Corriere dei Ragazzi, il Corriere che allora esisteva anche cosí, per il popolo dei bambini, e faceva cultura, cultura vera per gli affamati di storie belle, di mondo e di informazione.
Mino scriverà articoli, romanzi, fumetti: più di quaranta titoli di racconti e libri per ragazzi, alcuni usciti a puntate come oggi non si usa più, fatti di storia, guerre, lezioni di vita. Se n’è andato a Milano a 94 anni, pochi giorni dopo il suo compleanno.

Ecco, dovremmo ritrovare il coraggio di raccontare ai bambini storie importanti. Storie di bellezza, morte, verità invece delle favolette con cui ci shakeriamo il cervello. Perché i piccoli viaggiatori interstellari hanno un senso dell’osservazione incredibile, intelligenza fine e curiosità senza limiti. E francamente, negli ultimi tempi, li stiamo offendendo con i libretti e i cartoni animati che a volte proponiamo loro.




Una cosa che non sapevo sulla storia dei tulipani

tulipani-mercato-amsterdam

La “bolla dei tulipani” è stato il primo crack finanziario della storia “moderna”. Fu la Turchia a cominciare a esportare i bulbi di tulipano, dalla metà del Cinquecento. I viaggiatori occidentali in Oriente ne erano rimasti incantati.
Avere tulipani diventa uno status symbol, un po’ come una Ferrari dell’epoca, ma tu pensa invece che bellezza splendida ed effimera quella di un mazzo di fiori freschi. Si contrattava nelle case e nelle locande, o nei collegi di agricoltori e commercianti. L’Olanda, che possedeva le rotte delle Indie orientali, con le sue navi e la gente che viveva per mare poteva reperire qualità rare.
Il fatto è che si avvia l’abitudine di acquistare bulbi che devono ancora essere interrati e crescere, “futures”, per dirla con il linguaggio economico. Acquistare futures significa comprare alla scadenza. Ma se un seme contiene una pianta in divenire in mezzo da considerare c’è anche l’azione del tempo.

Veniva chiamato “commercio del vento”: si vendevano “futures”, bulbi che dovevano ancora essere piantati o arrivare da oltremare chiedendo agli acquirenti il pagamento di una commissione del 2,5 %, nota “soldo del vino”, fino a un massimo di tre fiorini per scambio. Ma un conto è un bulbo, un altro è il fiore. In mezzo c’è il tempo. In mezzo c’è il sole, la grandine, le navi e i porti, la mente volubile dei desideri e della gente. In mezzo c’è il Tempo.
Il reddito medio all’epoca ammonta a 150 fiorini. Con 100 fiorini si compra una tonnellata di burro. Per un bulbo si arriva a spendere 2500 fiorini. Con un bulbo si possono scambiare terreni, attività e persino case. L’apice è raggiunto nell’asta di Haarlem, vicino ad Amsterdam, per un bulbo di Semper Augustus: 6000 fiorini. La follia.

Poi la bolla si rompe. Come da tutte le follie, ci si sveglia e all’improvviso è un nuovo giorno. Tutto era tenuto in gioco, insieme, da una catena, ma se l’ultimo anello si sfila cade a terra la collana e se vanno, disperse, le mille perle che la componevano. È un effetto che gli economisti conoscono. Se i clienti di una banca credessero che questa stia per fallire e pensassero di andare a prelevare tutti i loro risparmi… l’istituto in questione fallirebbe realmente.

La paura. Le nostre paure hanno delle conseguenze. Non è vero che vivono solo nella mente: le paure diventano idee, azioni, stili di vita.
Ed è così che dopo la più incredibile asta della storia, nel 1637, tutti vengono sommersi dallo spettro di una grande paura collettiva. I venditori cercano di vendere e finiscono per svendere, i creditori non riescono a recuperare, i clienti spariscono. La bolla si è rotta e si esce dalla follia della tulipomania. Ed è così che i bulbi di tulipano diventano quello che tutti conosciamo: gentili protagonisti delle belle bancarelle di fiori d’Olanda dove si acquistano per qualche cent.




Vita nelle Isole Frisone: Den Hoorn aTexel

e mi mette di buon umore svegliarmi
in un mondo
dove
c’è un posto con i mazzi di tulipani freschi che stanno per sbocciare
con accanto un cassetto dove lasciare le monete
la fiducia
nello scaffale di patate, miele, marmellate locali
il barattolo degli spicci
un mondo dove i rifiuti di plastica
si trasformano
in uccelli magici, e in un giardino incantato
c’è una poltrona a dondolo per farti compagnia
ricordati di crearlo tu quel mondo,
con piccoli atti di bellezza quotidiana.
Se vuoi cambiare il mondo

dall’isola di Texel, Den Hoorn

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Isola di Texel

isola-texel

ecco, adesso che stai lì di fronte
guarda
il mare immenso
mille volte ci sei annegato,
hai nuotato
stremato
hai sognato, sperato, pregato, bestemmiato
mille volte ti sei salvato, sei morto e risorto.
Quattrocento anni fa, 1615.
sei partito da qui in una giornata di sole
14 giugno sull’isola di Texel
cercavi una nuova rotta e quando dopo giorni e giorni di navigazione avvisterai la terra la chiamerai come casa tua, che Casa è sempre nel cuore.
Horn: adesso ne esistono due, uno in Olanda, uno altrove
al di là dell’oceano

faro-texel-isola

Il faro dell’isola di Texel, che in realtà si pronuncia Tessel, sorveglia dall’alto l’isola. Di notte la sua luce che pulsa come un cuore si vede da lontano,anche dall’altra parte della costa.

Nel Seicento dall’isola partirono molte spedizioni. Uno di questi avventurosi viaggi fu quello che portò il navigatore Willem Schouten a doppiare Capo Horn: scoprirà una nuova rotta nel Pacifico ma sarà accusato di aver infranto il monopolio della Compagnia delle Indie. La sua nave verrà confiscata a Giava e lui, in un altro dei suoi viaggi, morirà in mare, nel Madagascar, dopo aver lasciato, trascritte, preziose mappe. Insieme a lui, alla ricerca di nuove rotte, Jacob Le Maire. Anche lui morirà in viaggio, a bordo della nave “Amsterdam” mentre faceva ritorno
Con le speranze più belle nel cuore e
sulla schiena le paure peggiori,
ci saranno sempre sognatori davanti al mare
a immaginare un oceano più vasto

spiaggia-texel




Passeggiare al mare in Olanda

In posti come Schveningen il mare è sopra, sotto e ovunque
l’acqua sembra più in alto di te che sei lì, in mezzo al vento sulla terraferma, e intanto puoi camminare fino all’orizzonte e questo mare è già qui, dentro la sabbia
cammini sul mare,
sabbia bagnata che riflette e mille conchiglie incastonate. I cani che corrono a perdifiato, la fila dei bar sulla spiaggia chiusi, riapriranno a marzo.
E poi i bistrot dove sedersi a un tavolino di legno e immaginare il viaggio dei pescherecci in partenza, il tramonto, l’aria che all’improvviso si satura di rosa, il legno delle barche lucidato dal sole, dagli anni e dal sale
sei a un passo da L’Aia, la capitale, ma qui è già tutto diverso.
Si vive di azzurro.
Di vento, di cieli immensi.
Allora, lungo la costa, inseguendo il nord,
andare
avanti
fino alla fine del mondo, fino al mare che si tuffa nel mare
e chissà
dove
si
arriverà
?

Schveningen è considerata la spiaggia della città Den Haag, L’Aia. La lunga fila di locali chiude durante l’inverno per lavori e riapre verso aprile: durante la bella stagione puoi venire qui e sederti per un pranzo o lavorare al tuo computer con una tazza di caffè, guardando la linea del mare. Ma se vuoi fuggire dalla folla e trovare la parte più selvaggia dell’Olanda vai,
non ti fermare
sempre dritto, inseguendo la linea della costa che ti porta
verso il margine della mappa
Den Helder,
un centinaio di km e poco più
un posto completamente diverso
scende la sera
un paio di pub che resteranno aperti ancora un po’,
due avventori davanti a un boccale di birra
le luci intense che illuminano gli interni in legno
come un quadro antico.
La strada corre accanto al canale,
chi dorme sulla terraferma e chi su una casa galleggiante
o scende dalla barca, con un balzo e
si mescola fra gli altri.

Poco più in là troverai, sulla destra
l’attracco del traghetto.
Ne partono spesso, anche d’inverno.
Il biglietto è già calcolato di andata e ritorno che
se sull’isola vai, da lì tornerai
è già scritto.

Texel, che in olandese pronunciano “tessel”

ecco di nuovo,
un’altra fine del mondo

finisce la mappa
e tu sei andata oltre il margine

qui inizia il mare e tu ti tuffi
con lo sguardo
solchi le onde
insieme ai gabbiani

davanti al mare

tu, che quando ancora non parlavi, ascoltavi i gabbiani e urlavi il loro verso al mare

tu non te lo ricordi, ma c’è stato un tempo in cui hai visto per la prima volta il mare:
hai guardato il blu,
respirato l’immensità.
Adesso non lo sai più. Eppure il tuo corpo ricorda.
E ogni volta che ci troviamo di nuovo davanti al mare, attratti come falene dalla luce, seguiamo il corpo e ci mettiamo a sedere,
senza neanche sapere perché,
inebetiti e felici
di fronte all’infinito
disteso
azzurro

mare-isole-olanda




Perdersi in Olanda

Dell’Olanda ricorderai…

le strade, quasi ovunque pavimentate, che sembra un po’ di non uscire mai dal vialetto di casa

la mattina quando ti svegli in un giorno in cui il sole esce dalle nuvole ed è proprio una festa che ti mette di buon umore

il sorriso degli olandesi, salutano tutti con calore un po’ come fossero tuoi vicini da sempre. E tutti parlano inglese

le carote, che qui vendono con la parte verde così lunga che ci si potrebbe fare un bouquet

le case, con i soffitti bassi e le finestre così grandi che diventano una vetrata. E tu te ne stai lì davanti, ci potresti stare ore, a guardare in giardino come ci fossi già dentro, e senza neanche uscire di casa immergerti nel viavai della strada di fronte che in realtà di viavai ne ha pochissimo

i cieli immensi, di un grigio incostante, a pennellate di bianco, tono su tono senza fine, mutevoli come la pioggia che appare ogni tanto ma senza invadere troppo, solo un velo

le biciclette, ovunque. Parcheggi doppi e tripli di biciclette, davanti alla stazione che non si capisce nemmeno come si faccia a ritrovarla, poi, la propria bicicletta fra tutte le altre

i bambini, la pioggia e le bici. Tornano a casa da scuola sfrecciando, senza cappelli, né sciarpa con i capelli bagnati e a quanto pare non importa

i corvi. I corvi sono meravigliosi e irreali, di un tipo che in Italia non c’è. Sembrano ritagliati da vecchie illustrazioni di fiabe e invece no, sono reali. Atterrano all’improvviso, si girano e ti guardano. Hanno ali blu e nere come tuffati nell’inchiostro, piccoli occhi come capocchie di spillo che se li guardi impazzisci

le case, tutte strette spalla contro spalla, di mattoncini marroni e rossi. Con la vetrata della sala che dà sulla strada e l’altra vetrata affacciata su quello che in Inghilterra chiamerebbero backyard, il cortiletto del retro, dove ogni casa ha anche una casetta per gli attrezzi e a volte un divano dove stare a guardare le nuvole e bere birrette

i colori, perché non è vero che al Nord non c’è luce. Dietro i giorni di nuvole il sole avvampa il cielo di bianco come una lampadina e fa emergere tutte le sfumature dei toni della terra, dal legno degli steccati alle piante seccherelle di fianco alle porte di casa

i parchi gioco, che qui sono ovunque. Basta girare l’angolo ed ecco qui uno scivolo e un’altalena, tutti sono dentro un cerchio di sabbia così se cadi non ti fai male e ti illudi anche un po’ che sia un giorno di mare

gabbiani, corvi e le cannerelle, che si agitano davanti a ogni casa in ciuffi scomposti. Ognuno l’ingresso di casa lo personalizza in modo diverso ma i cespugli di cannarella con mancano mai. E poi l’erica rosa e piante lasciate allo stato selvaggio. Nei parchi si intravedono già i bulbi che in primavera sbocceranno in nuovi tulipani

gatti. Gatti alla finestra che guardano chi passa, immobili. E perfino portagatti da appendere con le ventose ai vetri delle vetrate, che se fossi un gatto mi sembrerebbe un’ottima soluzione per fare il gatto meditabondo davanti alla strada

le mani fredde ma non troppo e camminare, un isolato dopo l’altro si potrebbe andare avanti all’infinito e scoprire di essere arrivati in un’altra città o forse in un’altra dimensione parallela

il design, che qui tutti o sono qui per studiarlo o lo fanno o ci lavorano, e se ne parla sempre e lo si vede anche, qua e là appoggiato ai vetri che danno sulla strada sotto forma di oggetti bizzarri e a volte indefinibili comunque capaci di portare fantasia nella monotonia del grigio

i mercatini dell’usato, tanti, aperti a giorni alterni, ci trovi di tutto, piccole cose bellissime, giochi, libri, posate, abiti. Hanno prezzi così ridicoli che non ci si crede e creano il circolo virtuoso di uno scambio in cui gli oggetti continuano a vivere, viaggiando attraverso luoghi diversi e persone

✏️ abbiamo macinato circa 1800 km e da qualche giorno siamo a Eindhoven dove vogliamo sperimentare una collezione di momenti di vita olandese con l’amico Erik Campanini che neanche a dirlo anche lui si occupa di design




Dunkerque, ultima frontiera d’Europa

che cosa accade quando arrivi alla fine del mondo?
difficile dirlo.
una cosa è certa. Oltre non puoi andare.
Ti devi fermare, alla fine.
E così accade anche qui, Dunkerque. L’ultima frontiera dell’Europa.
Le hai attraversate tutte, saltando dentro ogni confine su un piede solo come “a settimana” da bambini, in bilico.
Dopo la brina sempiterna di Lione e gli alberi ghiacciati che si confondono nella nebbia,
è spuntato il sole.
Oltre, qui c’è solo il mare.
Dunkerque, se ti alzi sulla punta dei piedi nelle giornate di sole vedi l’Inghilterra
galleggia pacifica la terra promessa
impossibile
come una sirena,
di quelle che cantando incatenavano i marinai a
un sogno impossibile,
anche qui
ma il canto ha la bellezza della disperazione.
Da almeno vent’anni una silenziosa migrazione di viaggiatori attraversa la mappa di quella che chiamiamo Europa per passare da un mondo all’altro
Dover,
scruti l’orizzonte ed è là.
Ma per superare il mare devi imparare a trasformarti. Tu ci provi, in tutti i modi.
Diventare pesce,
mettere ali di gabbiano
diventare idea, valigia, speranza
renderti invisibile, anche. Alla fine
nella fascia di territorio fra Calais e Dunkerque vivevano 6mila, 8mila, 9mila migranti. Di passaggio, in cerca di un modo per andare oltre. E gettarsi il passato alle spalle. Da vent’anni, ogni anno qualcuno in più. Il 24 ottobre 2016 la Jungle, la Giungla di Calais, campo profughi d’Europa, è stata smantellata. Da allora non si conosce esattamente il numero di questo popolo in cammino che si nasconde per continuare a viaggiare, sperare, immaginare una vita diversa. C’è chi viene dall’Iraq e chi dalla Siria, dal Ciad, Etiopia, Sudan… Alle vecchie guerre se ne sono aggiunte di nuove.
Non c’è rimedio, non c’è soluzione.
Non si può andare oltre, né rimanere
e anche oggi tu sei lì
a guardare il mare
a sognare lo stesso mare
che dall’altra parte chiamano in modo diverso,
con una lingua che nemmeno conosci ma che
già ti sembra
più libera e bella.
Il vento
sulla testa
nelle ossa
il ghiaccio
all’alba
la polizia
calpesta,
smonta,
distrugge
sistematicamente
tu ricostruisci
vestiti
tende
onore
ogni giorno
✏️ l’intento delle autorità francesi è scoraggiare ogni tentativo di restare nella zona, nel frattempo la situazione di chi vuole passare rimane in sospeso.
Colazione, docce, free shop con vestiti, scarpe e coperte calde: chi è qui cerca di migliorare la qualità della vita di questo popolo in viaggio verso un’altra vita e aiutare la vita quotidiana della Jungle.
Tutto ciò che viene raccolto sarà distrutto, calpestato, portato via ma questo non sta impedendo ai ragazzi che lavorano qui di continuare a
fare
immaginare
costruire
preparare il caffè e il tè ogni mattina e portarlo là, dove ci si scalda attorno a un fuoco nel vento




Siamo viaggiatori del Tempo

Noi siamo desideri viventi. Nasciamo e moriamo orizzonte. Curiosi, ci alziamo e muoviamo ogni giorno di un passo verso un destino che chiamiamo VITA. Credendo che la meta sia il viaggio andiamo avanti, a testa bassa, invece è la vita il VIAGGIO. Il viaggio è la vita.
E allora ci fermiamo, di colpo. A guardare questo tempo, a viverlo. E nell’infinito riscopriamo la MERAVIGLIA. Dentro lo stupore la curiosità che ci fa alzare in piedi, anche a fatica, anche sui gomiti.
Noi siamo desideri viventi e trasformiamo la realtà attraverso quello che vorremmo che fosse. Siamo evoluzione mutevole dell’IMMAGINAZIONE della realtà. Immaginazione l’universo che abbiamo dentro e ci permette di realizzare il mondo fuori
immagin/azione
fantasia
il nostro canale di comunicazione
tra fuori e dentro
a guidarci
un sogno
custodito
nel profondo
oceano
cielo
dentro
tutto inizia con un sogno.
Siamo viaggiatori, siamo le mappe che ci portiamo dentro. Visionari e pazzi,
fino all’ultimo respiro
r/esisteremo

Viaggiamo attraverso lo spazio, eppure non siamo altro che Viaggiatori del Tempo. Siamo le nostre mappe, storie nella Storia. Respiriamo e camminiamo, sopravvivendo grazie alla capacità di immaginare nuovi mondi da esplorare

A salvarci è l’immaginazione, una capacità ancestrale, preistorica. Combiniamo fantasia e curiosità per lanciarle verso il prossimo orizzonte, legando insieme il mondo dentro e quello fuori. Siamo anime, soffi vitali che attraversano il tempo.
E viviamo in un attimo




Fortezza delle Verrucole di San Romano in Garfagnana

Il sale, una delle materie prime più preziose per la vita: una delle tasse più antiche, che un tempo era a persona, perché si calcolava una certa quantità di sale per ogni persona. Il sale veniva trasportato attraverso le rotte delle vie carovaniere, da una parte all’altra del mondo allora conosciuto.
In Garfagnana nel 1170 alcune famiglie decidono di non pagare più la tassa sul sale a Lucca e questo è uno dei motivi per l’assedio di quella che oggi è una piccola rocca incastonata fra le montagne, da scoprire quasi per caso imboccando la strada per #Aulla.
La fortezza delle Verrucole di San Romano in Garfagnana nel Trecento è stata di Spinetta Malaspina, condottiero di ventura, ghibellino e marchese. Nel Quattrocento diventerà di proprietà degli Este, di Ferrara. Poi cade lentamente in rovina e per cinquecento anni, dal Cinquecento, è parte del Ducato di Modena.
Dei combattimenti non c’è più traccia. Se capiti qui in una mattina fuori stagione troverai il silenzio millenario delle Apuane, con il blu che ti sbatte in faccia l’aria di sole e la pacatezza di chi non ha fretta.
Di fronte, i calcari grigi del massiccio Pania di Corfino: queste rocce si sono formate 200milioni di anni fa, durante il Giurassico. Un tempo così grande che non riusciamo neanche a immaginarlo, un altro schiaffo in faccia alla effimera presenza del passaggio della nostra esistenza sulla Terra.
Eppure, nell’aria limpida del mattino c’è questo silenzio grande a cui apparteniamo tutti. l’urlo della battaglia non grida più e su per la salita viene da fermarsi, dentro a tutto quel blu, e pensare se davvero vogliamo vivere sempre in guerra o esercitarci a trovare modi per portare pace nella nostra vita. Che il primo modo passa per il respiro.
Pace,
respirare la parola
lentamente
spostarsi al sole
sentire il calore nella pietra antica
costruire panchine rivolte verso l’infinito

qui breve mappa per perderti in Lunigiana




Perdersi in Lunigiana

metti il cielo limpido del sabato mattina,
due toast, il caffè e tre tazze nel lavandino.
La voglia di una promessa di primavera e
anche se fuori stagione non importa,
vogliamo illuderci
sole da rubare all’inverno.
Passi la selva romanesca e incroci il passo delle Radici, là dove per un attimo sei ovunque:
san Pellegrino sulla testa, a destra direzione Lucca
il mare nella mente, le montagne sul cuore
quest’anno (ancora?) niente neve a san Pellegrino in Alpe, il comune più alto dell’Appennino, in provincia di Modena. Le Apuane, là di fronte, sono di inchiostro azzurro. Castelnuovo è dritto, ma tu a Pieve Fosciana vai a destra, verso Aulla, che ancora non ci si era mai passati.
Pontecosi, Sillicagnana, San Romano in Garfagnana con la sua fortezza e i mulini da dove viene la farina di castagne, tradizione secolare. Qui si coltiva il farro, che è tipico di queste terre.
È una piccola strada sorridente la statale 62. Corre fra prati al sole e borghi. A lato, gruppetti di case con le facciate di sassi, quelli tondi di pietra grigia e liscia del fiume. Si chiamano osterie i bar e hanno menù appesi fuori con tradizioni vecchie di secoli che parlano di mani capaci di impastare confini lontani solo in apparenza.
Che, passo dopo passo, percorri il mondo e cuci insieme i pezzi. Lunigiana. L’Emilia Romagna è alle spalle. Sei dentro la Toscana eppure il movimento ti ha già portato altrove, a dirtelo sono gli accenti e la parlata dentro le parole. È sangue e sguardo di Liguria.
Lunigiana.
In Piazza al Serchio c’è una locomotiva: ci ricorda che questo luogo nel Medioevo fu centro dove tanti fili convergevano, dove si uniscono i fiumi, il Serchio di Sillano al Serchio di Gramolazzo, e la Via Clodia si divide. Crocevia di strade e passanti, incrocio di storie.
Al centro, a un passo dalle case e dalla strada, i binari della ferrovia: fino a Fivizzano, che a parte la Piazza medicea, la chiesa fatta tremare dal terribile terremoto del 1920 e le mura volute da Cosimo de’ Medici è famosa per un altro fatto. La prima macchina da scrivere è stata immaginata e costruita qui. Qui è esistita la stamperia di Jacopo da Fivizzano, una delle prime in Italia e oggi qui, fra le sale del Palazzo Fantoni, c’è il Museo della Stampa.
Dal Medioevo i viandanti in cammino in Lunigiana viaggiano su vie che attraversano boschi secolari, vigneti, fattorie e ponti sull’acqua. In queste terre passa la Via Francigena, la Via del Volto Santo e la Via degli Abati. Le chiese si chiamano pieve e ogni borgo ha la sua osteria.
Le grotte di Equi Terme e l’orto botanico di Frignoli, fino a Aulla, con l’abbazia di san Caprasio: la Strada delle cento miglia, da Luni a Parma. La Spezia all’orizzonte, il mare come una tavola azzurra, inquieto e sciabordante: da Bocca di Magra a Lerici sono nove chilometri, un passo la Liguria e le Cinque Terre, un passo e la lunga marina di Massa, il litorale sterminato fino a Forte dei Marmi. Un bagno dopo l’altro, con i nomi che ne fanno un’epoca e una storia.
Intanto il tramonto. Rosa. Acceso. Interminabile. Solo negli occhi. Seguendo la linea del mare. Il tramonto dura per ore. Scende rapido nella spiaggia di Fiumaretta, si tuffa nell’acqua azzurra e lilla fra le pinete di Massa, emoziona di rosa il cielo del Forte, resiste sulle cime delle Apuane. Resiste a lungo, anche quando il buio incalza e siamo già dentro i tunnel scavati nella roccia della montagna smangiata dalle cave di marmo.
Perché il rosa, colore da femmina, non si arrende. È rivoluzione della gentilezza. Il rosa è nascita, rinascita, primavera, petali sbocciati, dita dell’alba, speranza. Si dipingevano, mi raccontava mio padre, le camere dei malati di cuore e polmoni come suo padre, mio nonno paterno. Perché con il rosa si respira meglio, si respira la dolcezza e la calma, la speranza, il cielo dopo il temporale. Si aprono i polmoni e il cuore. Si porta dentro un frammento di bellezza da conservare per i momenti più duri




Camminare d’inverno

i cani sdraiati nella neve,
a guardare l’infinito
camminare d’inverno,
quando il sole in un attimo sparisce
l’aria che ha una luce viola e arancio
le dita ghiacciate
il gatto nero selvatico che non vedevamo da mesi che riappare all’improvviso e resta a osservarci a debita distanza
il fuoco nei camini, le strade silenziose, i pomeriggi assordanti e poi silenziosi all’improvviso, le tazze di caffelatte, la musica jazz, immaginare un concerto,
fermarsi
immobili
a guardare il fosso che qualcuno al momento pronuncia ffoffo
l’acqua che scorre
innarestabile
fra gli alberi e il muschio
ci rapisce il fluire dell’acqua
lo ammiriamo così, senza far niente
e pensare a come sembrerà strano, come sempre, quando il freddo sarà un ricordo e d’estate avremo di nuovo infradito e gambe nude e nel fosso il ghiaccio si sarà sciolto

14 gennaio ’22