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Geografia familiare, ovvero una riflessione sulla geografia di famiglia

Ogni famiglia ha una geografia, racconta la vita e le vite che ne fanno parte. Non ci stiamo mai a pensare, eppure se è proprio qui che ci troviamo, qui e ora, è perché siamo reduci, in fondo, sopravvissuti “a” e “di” una storia più grande di noi. Siamo sopravvissuti alla storia, al suo impatto sulle nostre piccole vite, persino alla storia della nostra nascita, che rappresenta forse il momento più pericoloso dell’esistenza in assoluto. E siamo sopravvissuti della storia, la nostra e di tutti quelli prima di noi: la nostra genealogia, che vive di enormi buchi e impara ad abitarli, come le persone che lì dentro si sono perse, chi non sappiamo che faccia abbia e quelli che non conosceremo mai.

La nostra genealogia vive di enormi buchi e impara ad abitarli

Ci sono più fili che si intrecciano nella storia familiare, come la tela di un ragno. C’è il filo che si muove dall’origine in avanti, o da dove noi siamo adesso, l’ultimo anello della catena, indietro di un passo alla volta fino a chi ci ha preceduti attraverso il tempo. Poi, c’è l’intricata rete che unisce e distanzia i membri della famiglia, fra amori, divorzi, amanti, rotture, litigi: una rete che si dipana nel presente, anzi in ogni presente che c’è stato nella storia. C’è una storia diacronica e una storia sincronica. Di questa restano fra le nostre mani fotografie di famiglia, istantanee di momenti presi dal tempo, momenti che abbiamo fermato per un attimo prima che fossero di nuovo inghiottiti dall’onda degli eventi, persi per sempre nel flusso del presente che mai si ferma. Di certi volti, e luoghi, possiamo ancora chiedere se siamo fortunati. Oppure rimaniamo lì, con i nostri interrogativi, a respirare gli sguardi e intuire le reti che con doppio filo legano passato e presente disegnando la genealogia di famiglia.

Anticamente i “libri di famiglia” erano quaderni in cui si tenevano le registrazioni dei conti e, a volte, dei fatti salienti della vita familiare. Le famiglie dei mercanti hanno lasciato in eredità alla storia annotazioni minuziose delle attività di famiglia. Fra i nobili, spesso, risultava più importante la genealogia e le linee che riportassero le virtù del sangue. U’opera nota come “I libri della famiglia” è stata scritta in volgare fiorentino da Leon Battista Alberti, umanista, matematico, architetto e molto altro. Fra queste pagine, compilate nel 1433, ci sono appunti di vita familiare, sull’educazione dei figli, il matrimonio, gli anziani.

Io ricordo il libretto dei conti di mia nonna, un quadernetto di carta ingiallita con la riga rossa a margine della pagina. Con una precisione che in altre cose non aveva per nulla, ogni volta si ricordava di appuntare le spese in uscita e quelle in entrata. Allora non si andava al supermercato: c’era la bottega, che era un posto più piccolo e dove tutti si conoscevano. Nelle botteghe di solito a sbrigare tutto il lavoro c’era una persona sola, o magari una coppia, e questo contribuiva al fatto che si stesse un po’ in coda. Nel frattempo si chiacchierava, si guardava con comodo la frutta e la verdura che poteva servire, senza fretta. Durante queste attese, immancabilmente, nonna finiva sempre per aprire qualcosa che poi avrebbe comprato già mezzo consumato, o staccare la punta del pane e darmela,un’abitudine che è rimasta anche a me, un rito familiare che i più, per esempio lo zio, troverebbero di certo pessimo.

Adesso non si fa più questa cosa del libretto dei conti. Non ne troveremmo più né il tempo, né la voglia. Eppure penso che dovremmo iniziare a scriverlo un diario di famiglia: sarebbe il diario della famiglia in qualsiasi modo la si intenda, quella con se stessi, con i compagni di strada in questa vita, con i bambini che siamo stati, i nipoti, le vecchie conoscenze e quelle ancora da venire.

Quando ho iniziato ad abitare in montagna prendevo la corriera: con lei ritornavo verso la mia vita precedente e nel frattempo scoprivo altri luoghi di cui non conoscevo l’esistenza, disseminati lungo il percorso. La corriera è un autobus blu, BLU direbbe calcando con la voce un viaggiatore intergalattico di mia conoscenza (da due settimane vede il blu come unica sfumatura cromatica della vita). La corriera segue il profilo delle montagne e scende docile, fino in pianura; poi si ferma due o tre ore e parte di nuovo, risalendo curva dopo curva, carica soprattutto di studenti molto giovani, di scuole medie e liceo, non ancora patentati, e signore con sacchetti di spesa e, talvolta, neonati al collo, la maggior parte straniere. Ma ci sono anche uomini, meno in verità: di solito fanno gruppo tutti insieme in un paio di file, verso la coda, di ritorno dalle fabbriche dove hanno finito il turno o aspettano di attaccare. Ogni volta, mentre partivo da questa nuova casa verso la mia casa precedente e, ancora prima, la mia casa dell’infanzia, non potevo fare a meno di guardare queste strade. È cambiato il paesaggio, immagino; negli anni strade asfaltate e ben fatte, che scivolano silenziose anziché i sentieri sassosi di prima, i colori ben dipinti di bianco sul nero. Soprattutto in pianura l’urbanizzazione, che non ha a che fare solo con costruzioni, edifici e macchine, ma è praticamente un momento sociale, un movimento che ci vede abitare e vivere in un certo modo, un certo mondo.

Nella sua essenza il paesaggio che attraverso è lo stesso di mia nonna. Possente, una salita che fa arrancare, poi curva dopo curva la discesa e quanta bellezza in quella curva che si apre scoprendo l’orizzonte privo di ogni ostacolo, libero, immenso. È il viaggio della vita. Un arcobaleno improvviso alla fine della pioggia, il sole che illumina il fieno appena fatto e i campi ancora verdi in primavera. Strofinarsi i guanti uno contro l’altro, d’inverno, e non vedere l’ora di arrivare in una cucina illuminata mentre fuori è già buio. Con la bella stagione assaporare con gli occhi ogni attimo del viaggio, immaginando la vita in ogni casa diversa, alla prossima svolta. In mezzo il filo della strada da seguire, come un gomitolo che si va facendo intorno al cuore. È lo scenario della nostra esistenza, sempre in divenire.

Nel tragitto ritrovo il viaggio di mia nonna, che dopo la guerra la portò in una città diversa, a ricominciare la vita da un’altra parte. Io, che sono nata là, ritrovo il mondo dove era nata lei, l’origine, il punto di partenza. È un quadro capovolto, un viaggio a ritroso.

Mia nonna nelle mattine da bambina che passavo con lei mi diceva, un giorno o l’altro usciamo e prendiamo l’autobus, saliamo e ci facciamo portare in giro, vediamo dove va. Poteva essere una frase come un’altra, di quelle che si dicono. Ma evidentemente, per lei come per me, non lo era. Prima di morire mi ha guardato negli occhi con quello sguardo che sapevamo io e lei, mi ha detto, quell’autobus alla fine non lo abbiamo preso mai. Io le ho sorriso. A dire il vero mi ha anche un po’ sorpreso, nonna, che tu ti sia ricordata di quel pensiero così leggero e bello che volava come un sorriso fra me te e lo specchio. Prima di uscire per andare fino alla solita bottega tenevi quel tuo specchietto tondo inclinato fra le mani e intanto stendevi il rossetto rosso, con cura, non uscivi mai senza. Poi andavamo, via per la nostra passeggiata mattutina.
Lo faccio ancora, sai. Ho continuato a farlo sempre, in ogni posto in cui ho vissuto. Cammino ogni mattina. E non ho mai smesso di comprare un nuovo biglietto esplorare un pezzo di mondo, un nuovo quartiere, le facce e le finestre, un pugno di edifici. Osservare la strada da seguire, vederla che si dipana come il filo di un gomitolo intorno all’anima mentre sto seduta, passeggera in viaggio, a osservare il mondo che va.

Ci sono promesse che continuiamo a realizzare, giorno dopo giorno. Il nostro è un viaggio scritto con il sangue, nella mente e sul cuore. Non importano le parole, non importa ciò che si sa. Il valzer del tempo ci riporta là dove tutto è iniziato, costantemente. Danzando la nostra rinascita ri/scriviamo le nostre storie.