Adesso ti guardo e tu mi guardi,
da solo sul tappeto smetti per un attimo di mordere quel calzino e
il nostro sguardo si trova
rincorrendosi in diagonale nella stanza,
io al computer e tu per terra a esplorare il mondo intorno a te.
Appoggi le piccole mani sulla paglia intrecciata di una sedia, valutando se arrampicarti.
Picchi sul pavimento con decisione una ciambella di plastica.
Sono uno dei giochi che preferisci quelle semplici ciambelle di plastica colorata,
ti ha portato la piramide Daniela con Paolo e il piccolo Pietro e Anita.
Tu giri sempre con una ciambella.

Adesso appoggi la bocca sul pouf, quello di cuoio spesso marrone e blu comprato nel souk di Marrakech insieme alla nonna. Ti ci appoggi e ti sollevi.
Ho lasciato l’aspirapolvere lì in un angolo e tu da ieri sera la maneggi:
muovi il tubo avanti e indietro come hai visto fare a me, un po’ mi sembra ti renda perplesso
questo strano fatto di vederlo lì inerte a terra invece che volante per aria.

Prima dalla cucina ti guardavo con la coda dell’occhio,
mentre facevo il caffè.
Tu eri lì, seduto per terra con l’aspirapolvere rossa
e ti sei voltato e
mi hai guardato anche tu,
poi mi hai lanciato un sorriso da lontano.

Quando sorridi sei un piccolo sole che si accende,
scaldi il cuore e illumini il mondo,
il tuo piccolo mondo che si illumina da dentro,
all’improvviso.

Ci guardavamo, di traverso
una freccia di sguardo dalla cucina alla sala. Pensavo a questo,
a come l’autonomia si conquista a piccoli passi
e quando le persone criticano chi tiene i neonati troppo in braccio
bisognerebbe semplicemente far notare che nell’arco di pochi mesi, appena l’uso dell gambe lo permette
si inizia a esplorare il mondo da soli.
Prima si tiene dritto il collo e ci si guarda intorno,
come facevi tu a tre mesi quando questa estate ti tenevo in braccio passeggiando in giardino e
allungavi il collo qua e là spalancando gli occhi agli alberi. Poi hai imparato che potevi allungare
una mano, è tua
risponde ai comandi. Allora, sfioravi le foglie versi dei rami più bassi e io
per gioco sfioravo con le foglie la punta del tuo naso e la fronte
il tuo sorriso neonato che dicono che i neonati non sorridano ma non è vero.

Adesso sai stare seduto e muoverti, da solo
inizi a esplorare il mondo.
Si cresce un passo dopo l’altro
e intanto ti giri, mi cerchi con lo sguardo
qualcuno mi ha visto ha visto che ho fatto?
Sì, ti ho visto. Sstamattina appoggiavi
una mano sul baule e una sul piccolo armadio dipinto di verde dal nonno,
saggiando su quale appoggiarti ti molleggiavi e saggiavi distanze, rapporti di forze
poi con una mano ti sei tenuto all’angolo di bronzo e l’altra l’hai lasciata
un braccio in equilibrio nell’aria, con coraggio.
Ti sei girato verso di me, io nel letto
pronta a ricevere il tuo sguardo come quando ti svegli e
cerchi uno sguardo in cui ritrovarti
onorata di essere quello sguardo in cui ti ritrovi.

Ti vedo, ti guardo.
Tu batti forte la mano sul tavolo e poi ti metti a ridere.

E all’improvviso piangi, che ti è venuta fame e allora
mi alzo a prenderti in braccio, tu e i tuoi piedini gelidi che è impossibile farti tenere i calzini
ami andare a piedi nudi.
Ci accccoliamo sul divano come gatti, tu prendi il tuo latte e ti addormenti.
Io che passerei tutto il giorno a darti baci nel collo e sfiorarti con una mano i capelli

23 dicembre ’20

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