metti il cielo limpido del sabato mattina,
due toast, il caffè e tre tazze nel lavandino.
La voglia di una promessa di primavera e
anche se fuori stagione non importa,
vogliamo illuderci
sole da rubare all’inverno.
Passi la selva romanesca e incroci il passo delle Radici, là dove per un attimo sei ovunque:
san Pellegrino sulla testa, a destra direzione Lucca
il mare nella mente, le montagne sul cuore
quest’anno (ancora?) niente neve a san Pellegrino in Alpe, il comune più alto dell’Appennino, in provincia di Modena. Le Apuane, là di fronte, sono di inchiostro azzurro. Castelnuovo è dritto, ma tu a Pieve Fosciana vai a destra, verso Aulla, che ancora non ci si era mai passati.
Pontecosi, Sillicagnana, San Romano in Garfagnana con la sua fortezza e i mulini da dove viene la farina di castagne, tradizione secolare. Qui si coltiva il farro, che è tipico di queste terre.
È una piccola strada sorridente la statale 62. Corre fra prati al sole e borghi. A lato, gruppetti di case con le facciate di sassi, quelli tondi di pietra grigia e liscia del fiume. Si chiamano osterie i bar e hanno menù appesi fuori con tradizioni vecchie di secoli che parlano di mani capaci di impastare confini lontani solo in apparenza.
Che, passo dopo passo, percorri il mondo e cuci insieme i pezzi. Lunigiana. L’Emilia Romagna è alle spalle. Sei dentro la Toscana eppure il movimento ti ha già portato altrove, a dirtelo sono gli accenti e la parlata dentro le parole. È sangue e sguardo di Liguria.
Lunigiana.
In Piazza al Serchio c’è una locomotiva: ci ricorda che questo luogo nel Medioevo fu centro dove tanti fili convergevano, dove si uniscono i fiumi, il Serchio di Sillano al Serchio di Gramolazzo, e la Via Clodia si divide. Crocevia di strade e passanti, incrocio di storie.
Al centro, a un passo dalle case e dalla strada, i binari della ferrovia: fino a Fivizzano, che a parte la Piazza medicea, la chiesa fatta tremare dal terribile terremoto del 1920 e le mura volute da Cosimo de’ Medici è famosa per un altro fatto. La prima macchina da scrivere è stata immaginata e costruita qui. Qui è esistita la stamperia di Jacopo da Fivizzano, una delle prime in Italia e oggi qui, fra le sale del Palazzo Fantoni, c’è il Museo della Stampa.
Dal Medioevo i viandanti in cammino in Lunigiana viaggiano su vie che attraversano boschi secolari, vigneti, fattorie e ponti sull’acqua. In queste terre passa la Via Francigena, la Via del Volto Santo e la Via degli Abati. Le chiese si chiamano pieve e ogni borgo ha la sua osteria.
Le grotte di Equi Terme e l’orto botanico di Frignoli, fino a Aulla, con l’abbazia di san Caprasio: la Strada delle cento miglia, da Luni a Parma. La Spezia all’orizzonte, il mare come una tavola azzurra, inquieto e sciabordante: da Bocca di Magra a Lerici sono nove chilometri, un passo la Liguria e le Cinque Terre, un passo e la lunga marina di Massa, il litorale sterminato fino a Forte dei Marmi. Un bagno dopo l’altro, con i nomi che ne fanno un’epoca e una storia.
Intanto il tramonto. Rosa. Acceso. Interminabile. Solo negli occhi. Seguendo la linea del mare. Il tramonto dura per ore. Scende rapido nella spiaggia di Fiumaretta, si tuffa nell’acqua azzurra e lilla fra le pinete di Massa, emoziona di rosa il cielo del Forte, resiste sulle cime delle Apuane. Resiste a lungo, anche quando il buio incalza e siamo già dentro i tunnel scavati nella roccia della montagna smangiata dalle cave di marmo.
Perché il rosa, colore da femmina, non si arrende. È rivoluzione della gentilezza. Il rosa è nascita, rinascita, primavera, petali sbocciati, dita dell’alba, speranza. Si dipingevano, mi raccontava mio padre, le camere dei malati di cuore e polmoni come suo padre, mio nonno paterno. Perché con il rosa si respira meglio, si respira la dolcezza e la calma, la speranza, il cielo dopo il temporale. Si aprono i polmoni e il cuore. Si porta dentro un frammento di bellezza da conservare per i momenti più duri

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