Ci sono mattine spettinate e assonate, mattine che
si svegliano in fretta, mentre là fuori il mondo è ancora al buio.
Di fronte, c’è sempre un terrazzino con una finestra illuminata, chissà
chi c’è, che passa dalla sala alla cucina e fa il caffè,
con una mano sul fianco guarda assorto la finestra e attende
il fischio del caffè,
il traffico sotto. Gli autobus hanno già iniziato a girare, dopo la notte.
Il suono delle porte che si aprono, la voce metallica che annuncia la fermata.

Nel parchetto sotto casa uno assonato che porta fuori il cane e si lascia portare, annusando un odore dopo l’altro fra le foglie fradice d’autunno e le aiuole senza fiori, il bavero della giacca tirato su fino al mento e il cappuccio sulla testa.

Le peggiori sono le mattine d’inverno, quando non ti alzeresti mai e invece
la sveglia suona
suona
suona. Fra una ripetizione e l’altra l’illusione di poter dormire ancora per tutta una mattina.
E invece no. Il sapore del dentifricio in bocca e il rumore della porta che si chiude alle spalle, di nuovo lunedì. Camminare per la città quando non è ancora del tutto sveglia,
le vetrine illuminate delle panetterie e il profumo di cornetti,
quelli in piedi al bancone per un caffè silenzioso prima del lavoro, i bambini che si tengono per mano con in spalla le cartelle.
Quando è ancora molto presto le luci arancioni e gialle dei lampioni ancora accesi.
Il cielo viola, quello grande, immenso, che alzi la testa e ti sembra un po’ un mare,
oceano pronto ad avvolgerti in un mondo capovolto,
ma tu sei qui, pianeta terra e i voli di chi vola li puoi solo immaginare,
con gli occhi dentro all’azzurro che adesso arriva anche il sole, respiro lungo a bocca aperta
i gabbiani che strillano all’alba, le rondini pronte a partire, i corvi indignati nei giardini d’inverno. Le mattine, quelle piene di nebbia e le pensiline in stazione, dove attendere.
Un bus, un treno: il viaggio verso la giornata che ti aspetta.
Quasi, quasi a volte speri in un ritardo. Che gli incidenti di percorso scocciano, ma poi sarebbe bello dimenticare, continuare e andare, camminare.
Nella città addormentata che si sveglia piano aspettare il sole sempre più forte,
ascoltare ogni rumore, varcare le porte a vetri solo per inebriarsi dei profumi, di voci, pane e stoffe. Vetrine e notizie, edicole e vecchi a passeggio, adolescenti dissidenti in fuga da scuola, mamme con i passeggini e venditori di fiori, in bicicletta.
E poi guardare la pioggia da un portone, trattenere la mattina fino a quando sarà già pomeriggio e nel frattempo mescolarsi alla folla, dimenticare il tempo, perdersi in biblioteca o in un parco senza nome. Aspettare un raggio di sole sorridendo a occhi socchiusi.

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