officine-gas-Bologna
Dall’archivio personale di Domenico Alvisi

L’Ottocento è stato il secolo dei grandi stravolgimenti tecnici, sociali ed economici che hanno colpito il mondo intero e di conseguenza anche Bologna. In città abbiamo avuto cinque grandi innovazioni tecnologiche: La costruzione del primo acquedotto, il tram, l’energia elettrica, la ferrovia e le officine del gas. Ora, vorrei parlare proprio di queste ultime. Come alcune delle altre innovazioni tecnologiche anche le prime officine del gas, sorte nel 1846 fuori porta san Donato, furono non so se create, ma sicuramente appaltate a due banchieri inglesi. Cominciò così la distribuzione del gas illuminante (o gas di città) tramite tubazioni sotterranee che giungevano fino al centro della città. Di conseguenza vennero installati anche quei meravigliosi lampioni di ghisa artisticamente lavorata.
Nell’aprile del 1862 l’appalto passò alla Compagnia Ginevrina dell’Industria del Gas, e le officine vennero ampliate e l’illuminazione venne estesa a tutta la città dentro il perimetro delle mura.
Nel 1863 iniziò, tra la Porta san Donato e la Mascarella la costruzione del grande stabilimento di quasi 15.000 mq. tuttora esistente. Nel maggio del 1900, primo caso in Italia, il servizio venne municipalizzato e la gestione venne assunta direttamente dal Comune. Negli anni seguenti lo stabilimento venne nuovamente ampliato e dotato di sempre più moderni aggiornamenti tecnologici.
La funzione principale delle Officine era, come detto, la produzione del gas illuminante ma diverse altre produzione uscivano nel corso delle trasformazioni. La lavorazione partiva dal Litantrace, che è un carbon fossile la cui formazione si fa risalire a 250 milioni di anni fa.
Il Litantrace, moderatamente scaldato si trasforma in una sorta di carbone chiamato coke, e libera una miscela di gas che depurato diviene il gas di città.
Con la distillazione del Litantrace si ottenevano anche: catrame, benzolo, toluolo (diluenti per vernici), naftenici da cui la naftalina un tempo regina dei nostri armadi, fenantrene che, assieme ad altri prodotti chimici, serviva a produrre il creosoto, tra l’altro conservante per traversine ferroviarie, il cui odore pungente deliziava le nostre narici nelle stazioni ferroviarie.
Il gas di città fu indubbiamente una grande conquista. Ora noi abbiamo notti piene di luci e ci riesce difficile concepire una Bologna completamente al buio, almeno che uno abbia vissuto la città, in tempo di guerra, durante le notti dell’oscuramento. Un tempo era normale e di notte, per stare tranquilli, bisogna uscire con le lanterne.
Naturalmente non bisogna dimenticare la funzione che ebbe il gas nelle cucine, finalmente era possibile, per cucinare, disporre una fonte di calore comoda e pulita a scapito della carbonella.
Naturalmente i fanali dovevano esse accesi e spenti, uno per uno tutti i giorni e a questa mansione provvedevano un certo numero di “accenditori” ai quali erano anche di competenza di sorveglianza dell’illuminazione, la pulizia e le piccole riparazioni. La città era divisa in quattro quartieri per ognuno dei quali era predisposto un certo numero di accenditori che dovevano trovarsi nella sede predisposta dieci minuti prima dell’ora di partenza. Al mattino, alle prime luci, venivano spenti, ma gli addetti dovevano, a turno, fare anche servizio di sorveglianza notturna ed essere disponibili tutto il giorno.
Altra grande innovazione la introdusse il “carbon coke” che dette la possibilità, specie in locali pubblici e preso abitazioni private (dei più abbienti) di installare impianti di riscaldamento con caldaie e termosifoni.
Col tempo la luce elettrica sostituì il gas nei lampioni e il metano il gas illuminante e le officine del gas cessarono la loro produzione e si trasformarono in distributori di metano.
Domenico Alvisi

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