Questa sera mi viene in mente un libro che ho letto su come educare un bambino. Il concetto fondamentale era l’imparare a non-fare nulla: addormentarsi da soli è un atto di autonomia, azione e dichiarazione d’indipendenza fra i primi che facciamo nella vita e questa è una cosa bellissima. Nel libro veniva spiegato che ogni gesto diventa un rito della buona notte che poi sarà imprescindibile fare. Una volta abituati si dovrà passeggiare se si passeggia, o non so che altro, ognuno sa del suo. È per questo che la cosa migliore sarebbe accompagnare i piccoli nel posto dove ci si vuole addormentare, mantenere il contatto visivo e di pelle guardandosi negli occhi e tenendosi per mano, poi lentamente lasciare che Morfeo arrivi e faccia il suo corpo. Senza dipendere da nulla.
Che bello, ho pensato quando ho letto quel libro. Insegnare e imparare l’autonomia. Non avere appigli. Non dover camminare ore come quelli che a un bel momento si allontanano per ore

poi c’è questo fatto di cui mi rendo conto, io
sono una passeggiatrice seriale. Capita, di essere passeggiatori seriali.
Di solito sono quelli che amano fare nuovi percorsi, che escono a buttare la spazzatura e finiscono per fare ritorno dopo ore; le città se le viaggiano passo dopo passo, che grammaticalmente non sarà molto corretto ma concettualmente rende benissimo quella che alla fine è filosofia e arte di vita, il camminare.

Ecco, stasera tu combatti contro il sonno che arriva e io di scatto decido di alzarmi e anzi non sono io a deciderlo ma le mie gambe, che da sole lo agiscono e io mi ritrovo già lì, ferma sui piedi che mi sostengono e poi un passo dopo l’altro, con te sul braccio destro, che agiti la testa scoordinato e ti lamenti come un piccolo gatto.
Ecco, me ne rendo conto adesso. È già qualche settimana che tre quattro passi bastano a calmarti. Li abbiamo fatti in un corridoio d’ospedale che si è allungato a dismisura per contenere tutti i passi che servivano, con il nonno hai camminato in giardino durante i pomeriggi e le mattine estive; abbiamo camminato su e giù per le scale, che ti piacciono moltissimo, e in cucina dove a volte basta arrivare dal frigo all’angolo che già sei addormentato.

Adesso lo so. Sarei io a perderci se non lo facessi, questo che forse è già un rituale ed è il più antico atto umano, il primo della vita, uno dei gesti più belli che conosca. Camminare.Da quando cammino con te sperimento l’attesa, perché, insieme, camminiamo le emozioni aspettando il sonno. Un tempo avevano un nome per questo, la chiamavano veglia. Vegliare significa fare qualcosa in attesa di qualcos’altro, prima o poi scopriranno che il cervello in questo modo si libera e rigenera. O forse lo sanno già. Oggi è una parola desueta, ne conosciamo il senso ma la pratichiamo poco, che di tempo per vegliare non ce n’è più e nemmeno serve; l’unica veglia è forse rimasta la notte di Natale.

E allora mi ci perdo, in questi passi. Mi godo il momento. Tu che di solito all’inizio ami stare quasi verticale, appoggiato alla spalla. Appoggio il mio mento sulla tua piccola testa di velluto che ci sta tutta sotto al mio collo, il mio mento la contiene. Mi muovo, le tue palpebre curiose fino a un attimo fa sono socchiuse, a volte le guardo dallo specchio se capita di averne uno vicino.Piano piano, scivoli davanti e rimani lì, con la fronte appoggiata sulla pelle fra la mia clavicola e lo sterno. Ami incastrare la tua faccia sotto la mia, quante notti hai dormito così appena tornato dall’ospedale, il naso dentro la mia gola e il corpo rannicchiato sopra al cuore e ai polmoni, respiro ritmato dal ritmo della vita.
Così, adesso balliamo. Qui in cucina. Cheak to cheak, guancia a guancia, come canta una canzone di Aretha Franklin che quest’estate ascoltavamo sempre appena svegli. Guancia a guancia, la tua piccola mano tiene un an angolo della mia maglietta. Camminare diventa un passo di danza. Insieme, cheak to cheak. 
Crediamo che con i bambini si debbano fare cose per insegnare l’educazione. Poi, a quarant’anni suonati passiamo ore, giorni, settimane ad ascoltare noi stessi e gli altri, single e insonni, lamentarsi di non riuscire a trovare nessuno che scaldi il letto vuoto. Aneliamo un abbraccio, siamo pronti a prostrare la dignità per un bacio e qualcuno che ci regali briciole di coccole. Con i bambini no, attenzione. Mica che poi lo vizi.

E noi danziamo. Quanti balli abbiamo fatto, vecchi lenti dimenticati e canzoni di anni fa, dopo un po’ giriamo la rotella della radio e troviamo nuove stazioni. Non sei stanca? mi chiedono. Sono stata seduta tantissimo nella vita. Se uno fa bene i conti a scuola, incastrato in un banco, ci passa anni, mesi interi se calcoliamo compiti a casa e ripassi. Poi, il lavoro. Qualcuno ha provato a proporre tavolino e scrittura in piedi, ma alla fine l’idea non decolla. A scrivere si sta seduti; chissà, forse il cervello per concentrarsi ha bisogno di mettere radici. Ore, giorni interi a leggere, amo leggere e questo sì, puoi farlo anche in piedi, precaria in metropolitana o davanti alla finestra. 

Adesso appena posso cammino. Si cammina a velocità diverse, è la vita che ci insegna a cambiare ritmo. È un mal di schiena o una vescica, è una cosa bella come una pancia tonda, è uno spazio ristretto o un peso da portare, a volte età o malattia: come vai veloce, mi disse anni fa una signora, io ci metto un’ora per fare questa strada. Non importa. Lei vede dettagli che a me sfuggiranno. È il tempo a insegnarlo, si impara ad andare più lentamente, accorgersi del mondo e di come lo viviamo, respiro dopo respiro.Con te ho imparato a camminare passo a passo. Sto imparando. Me la godo questa lentezza, pochi passi e la stanza diventa un universo intero. Un piede davanti all’altro ed è già un passo di danza. 

Fuori dalla finestra si accendono le luci e intanto si spia l’arrivo di papà che entrerà dal cancelletto. Anche da bambina a quest’ora si aspettava l’arrivo di papà, suono dei pneumatici sulla ghiaia, fanali gialli nella sera invernale già notte. A quest’ora stavo nel mio posto preferito, in cucina dove avevo un cassetto tutto mio. Mi piaceva il quadrato di pavimento creato fra il frigorifero, l’armadio del pane e la porta che dà sulla sala, tenuta chiusa per evitare che il caldo si disperdesse. Mi sdraiavo per terra,la tuta sopra alle piastrelle, e dal cassetto, l’ultimo in basso, tiravo fuori tutti i pennarelli e li spargevo intorno. Avevo sempre album di spessore da riempire di colori.
Cheak to cheak, a passo lento mentre la sera arriva

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