Chi è quello? mi aveva chiesto lui, otto anni
a te chi sembra?
Un ragazzo seduto
infatti. È quello che è, una persona seduta. A volte un uomo, a volte un ragazzo.
Sì, questo l’avevo capito. Ma chi è lui, veramente?
si chiamava Siddharta, è nato così tanto tempo fa che sembra incalcolabile, 2500 anni fa. La sua era una ricca famiglia di nobili guerrieri. Viveva in Nepal, in una vallata verde fra le montagne dell’Himalaya, in mezzo a quelli che sarebbero diventati Cina, India e Tibet, ma che ancora la storia non aveva diviso.

Siddharta, racconta la voce del tempo che fu, era nato in un bosco dal fianco di sua mamma Maya, una principessa bellissima e pura come sempre vuole la tradizione in questi casi. Dal fianco, una nascita speciale, un po’ come un cesareo d’altri tempi, e se anche lui è nato così pensiamoci a questi modi di venire al mondo, strani e meravigliosi, inconsueti, da raccontarci come inizio a una vita che è già avventura.

Insomma Siddharta cresce nello splendido palazzo di famiglia. Si sposa, a sedici anni, con la principessa Yasodhara, e insieme avranno il loro unico figlio, Rahula, che diventerà un grande saggio indiano. Ma a Siddharta manca qualcosa. Sente di non aver ancora afferrato quello che c’è da comprendere della vita. Non vuole diventare guerriero, la vita di palazzo non fa per lui.

Allora, un bel giorno il principe Siddharta se ne va. A ventinove anni esce di casa, dal suo bel palazzo dove la sua famiglia ancora dorme fra cuscini di raso e tappeti. Inizia un viaggio da cui non tornerà mai più. Perché mai torniamo uguali a noi stessi quando abbiamo il coraggio di andare via veramente. Siddharta cammina e cammina. Attraversa boschi e villaggi. Incontra la gente. Gli occhi della gente. Che vive, nasce, muore, ride, piange. Siddharta si ferma, a un certo punto. Si siede, così come lo vedi, seduto per terra fra le radici di un albero antico

a occhi chiusi
il respiro, va e viene
aria che entra, attraversa i polmoni e raggiunge ogni cellula del corpo
cuore che batte

in una notte di luna piena nel mese di maggio Siddharta, lì fermo sotto quel fico antico, incontra l’infinito, che nessuno sa descrivere a parole perché tutti possiamo scoprire com’è il silenzio solo quando attraversiamo la porta della nostra solitudine. Questa notte è accaduta 2500 anni fa a Bodh Gaya, una città dell’India dove ancora questo albero esiste. Ora lì c’è un tempio.
Siddharta, che da quel momento chiamarono Buddha, che significa “il risvegliato”, sarà ispirazione per tantissime persone in tutti secoli dopo, fino a oggi. Una persona seduta, tu, io, qualsiasi persona. Ci ricorda che c’è un momento in cui ti puoi fermare. E se ti fermi un attimo a contemplare la vita che scorre allora ti puoi puoi ricordare qualcosa che va al di là del tran tran quotidiano. È un lampo. Quello che forse in Occidente i poeti chiameranno sublime, la sensazione di appartenere a uno spazio molto più ampio e disteso. Come il mare quando guardi l’orizzonte. Quella sensazione che niente inizia e niente finisce e tu ci sei mezzo. E non là, è qui: dentro il respiro. Allora, ti svegli. Perché non si nasce solo una volta, si nasce tutte le volte in cui ti rendi conto che ti sei di nuovo RISVEGLIATO.

In Giappone il giorno 8 dicembre si celebra Rōhatsu, Giorno del Risveglio, in cui si ricorda il momento in cui Siddhartha Gautauma raggiunse l’illuminazione,[1][2] nota anche come Bodhi in sanscrito o pali. La tradizione racconta che la stella del mattino Venere appariva in cielo mentre si faceva giorno e nello stesso istante, dopo tre notti di veglia ad affrontare i demoni delle tenebre, il principe Siddhartha infine trovò le risposte che cercava. È per questo che divenne Buddha, il “Risvegliato”, o “Illuminato”.

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