I primi giorni di primavera e la pioggia che stenta ad arrivare:
il secco attorno, nella natura color terra bruciata e nei nostri pensieri.

A migliaia di chilometri di distanza
in un palazzo affacciato sul Bosforo
oggi si discute di guerra. La pace
un’ipotesi che aneliamo respirare
come l’aria di aprile e maggio,
piena di giornate di sole e
fiori di ciliegio portati dal vento,
un respiro colmo di bellezza

Due anni fa c’era la pandemia e un lockdown che adesso è diventato cosa normale.
Ci aveva fatto vivere una primavera anomala in un mondo irreale,
fatto di silenzi grandi e cieli più azzurri,
che il lato positivo di questo stop di tutto il mondo aveva portato
meno smog e gli animali selvatici avvistati nelle periferie delle città.
Adesso siamo ripartiti, il traffico fa di nuovo rumore e cieli grigi.
Al Covid si sono sostituiti i bollettini quotidiani della guerra.
Una fra le tante guerre nel mondo,
la guerra in Ucraina, solo una fra le tante.
Ma ci tocca, ci scuote,
ci fa provare sentimenti alterni di rabbia e paura.
Perché è vicina. Perché non è più al di là del mare.
Perché non si può più dire “aiutiamoli a casa loro” come i disperati che
abbiamo lasciato affondare e affogare nelle spiagge ai bordi dell’Europa.
In una notte si arriva a Kyev e si torna indietro, portando in macchina figli e famiglie di badanti
per anni si sono occupate dei nostri vecchi, non avevamo mai visto casa loro.
Adesso le conosciamo, loro che parlano la nostra lingua e cercano di scappare dall’ennesima bomba.

Eppure si continua a morire, in Polonia
ai confini con la Bielorussia.
A un ragazzo le guardie di frontiera hanno tranciato un dito
con le stesse forbici
con cui lui aveva tagliato il filo spinato.
Continuano a tenerci prigionieri
i fili spinati della storia, arrotolati
sui nostri cuori e fra le coscienze.

Nel frattempo qui fra le montagne dell’Appennino spuntano di nuovo le violette e le primule,
qualche tarassaco ancora timido.
Tu che prima non esistevi ora hai già quasi due anni
cammini curioso per questo pianeta. Sei ricoperto di polvere,
metti le mani nella terra e da ieri viaggi con uno spruzzino pieno d’acqua
spruzzando ovunque
con un cappello enorme messicano
trasformi ogni giornata in
gioco
esplorazione

poi ti addormenti di botto e
nel silenzio
riordino i pensieri
29 marzo ’22

Dal diario del 29 marzo ’20 primavera in quarantena
Mattarello e profumo di ragù, il sapore della domenica e della cucina delle nonne. Il sole eclatante e il cielo blu: lo guardiamo dalla finestra e ci immaginiamo l’aria in faccia, l’odore del mare e quello dolcissimo dei gelsomini che sbocciano fra i cancelli di città. Avremo di nuovo il vento fra i capelli, il sole che brucia la faccia e il freddo sulle guance, i tavolini all’aperto e i vagabondaggi senza meta dei giorni liberi. Vedremo nuovi paesaggi e i posti del cuore dove amiamo tornare. Ritorneremo a passare attraverso caselli di autostrade e perderci in strade mai viste, finendo in case dove si parlano lingue sconosciute. Ci guarderemo in faccia sorridendoci al di là delle parole. Ci tufferemo e mangeremo gelati seduti sui muretti, compreremo giornali da leggere al bar mentre i bambini giocano a palla e fanno castelli di sabbia gridando con le loro vocine acute. E non ci arrabbieremo perché ora sappiamo che ci mancano i bambini con i loro giochi e le urla di vita, la musica che esce dalle finestre aperte, il chiasso giù in strada. Andremo a passeggio tenendoci per mano, sapendo quanto vale

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