Sono passati ormai due mesi o due mesi e mezzo, e già appartengono al passato. Eppure è sempre la stessa estate, di cui sto vivendo ora la fine a Kabul, la capitale dell’Afghanistan, ed è sempre lo stesso viaggio che mi ha portato fin qui attraverso innumerevoli frontiere, capitali e stazioni di ogni genere. La targa dei Grigioni e la piccola croce bianca svizzera sulla mia Ford mi ricordano che tutto si è svolto come da programma e nel modo in cui l’ho descritto nel mio diario. E a volte è utile. Forse il mio senso della realtà non è molto sviluppato, forse mi manca il sicuro e tranquillizzante istinto per i fatti tangibili della nostra esistenza terrena, non sono sempre in grado di distinguere i ricordi dai sogni e spesso scambio i sogni, che tornano a ripresentarsi in colori, odori, associazioni improvvise, con l’inquietante e familiare certezza di un passato dal quale il tempo e lo spazio mi dividono come e non più di un leggero sonno, nelle prime ore del mattino.

“La nostra vita assomiglia a un viaggio…” e così il viaggio mi sembra, più che un’avventura e un’escursione in luoghi insoliti, un’immagine concentrata della nostra esistenza: residenti in una città, cittadini di un paese, vincolati a una posizione o a una classe sociale, appartenenti a una famiglia e a una stirpe, e legati agli obblighi di una professione, alle abitudini di una “vita quotidiana” intessuta da tutte queste circostanze, ci sentiamo spesso fin troppo sicuri, crediamo di aver costruito la nostra dimora fissa, siamo facilmente portati a credere a una stabilità che agli uni rende problematico invecchiare, agli altri fa apparire catastrofico ogni cambiamento del mondo esterno. Dimentichiamo che si tratta del corso della vita, che la terra è in perpetuo movimento e che l’alta e la bassa marea, i terremoti e gli eventi lontani dalla nostra realtà visibile e tangibile toccano tutti: mendicanti, re, figure dello stesso, grande gioco. Lo dimentichiamo, apparentemente per amore della pace della nostra anima, la quale però è costruita su granelli di sabbia. Lo dimentichiamo per non sentire la paura. E la paura ci rende ostinati; chiamamo realtà solo ciò che possiamo toccare con mano e ci riguarda direttamente e neghiamo la violenza del fuoco quando è in fiamme la casa del vicino, ma non la nostra. C’è la guerra in altri paesi? A dodici ore o a dodici settimane appena dalle nostre frontiere? Dio ce ne guardi, l’orrore che talvolta ci assale, lo percepiamo anche leggendo i libri di storia, e resta immutato, qualsiasi cosa ce ne separi, nel tempo o nello spazio.

Il viaggio, però, svela un poco del mistero dello spazio. Una città dal nome magico e irreale, Samarcanda la dorata, Astrakhan o Isfahan, la città dell’olio di rosa, diventa reale nel momento in cui entriamo e la rendiamo viva con il nostro respiro. Il selciato di Damasco riecheggia dei nostri passi, le colline di Erzurum brillano nella luce della sera, i minareti di Herat si elevano in fondo alla pianura. Ma un’epidemia di colera ci trattiene in Iran e quel che un attimo prima era fuggevole visione, una pausa per riprendere respiro, diventa un episodio, un periodo di esistenza vissuta. A Kabul facciamo amicizie, mettiamo su casa, incontriamo un russo che cuoce il pane all’europea e il Gulam Haidar, che vende stilografiche, buste per posta aerea e Veramon. Abbiamo già le nostre abitudini quotidiane, ritroviamo la strada di casa al buio, e forse dipende solo da un caso se non passiamo il resto della nostra vita qui: qui o altrove, sulle rive del mar Caspio, per esempio, dove il clima è infernale, il caviale costa quattro soldi e la malaria è gratis.

Annemarie Schwarzenbach, “Dalla parte dell’ombra
il Saggiatore, Milano 1990
pp. 223-224

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