Una mattina di fine estate e alcune amiche che arrivano in quel piccolo bar, l’unico al centro del paese. Arrivano alla spicciolata, una dopo l’altra; hanno i boccoli della piega appena fatta dal parrucchiere e i capelli corti di chi si asciuga la testa veloce dopo la doccia senza tempo da perdere, hanno le unghie rosse e ben curate, le mani di chi amare cercare funghi nel bosco e affondare le dita nella terra scura dell’orto.
Hanno la fronte corrugata e una lista di cose sempre da fare.
Sono casalinghe da sempre o in pensione. Insieme fanno manciate di anni di tutte le età, hanno abbandonato i mariti a casa per un’ora di libertà e davanti al vassoio dei cappuccini fanno chiasso, eterne ragazzine, a chiacchierare e sovrapporsi con i discorsi, fra bustine di zucchero, piattini e sedie da spostare lontano dal sole.
Un cornetto per favore. Sì, anche a te. Altrimenti che colazione è?

Pensa, dice una. Lui, e qui entra in gioco un neonato, anzi no, direbbe il pediatra, un lattante, che sorride sbavando dalla sedia accanto: fra novant’anni lui ci sarà qui.
Avrà novant’anni e tre mesi. I tre mesi di adesso più tanti anni di ignoto che quasi non sappiamo neanche immaginarli.
Come sarà il mondo allora?

Come corri tu col tempo. Novant’anni, cento.
Si può mica correre così, tu vivi nel futuro.
È al presente che bisogna guardare.

Il presente.
E dire che io vivo nel passato.
Da quando sono vedova, soprattutto.
Se guardo avanti mi chiedo, dove finirò?
Ma questo dicono. Stare nel presente.

Vivere il momento.

Eppure mi piace.
Immagino il tempo che sarà ed è un bel gioco.
Non importa se non ci sarò più, io che di figli nemmeno ne ho.
Guardo i bambini e penso che loro ci saranno, lo vivranno quel futuro.
Questa è la speranza ed è una bella cosa
sapere che c’è chi sarà qui,
proprio qui, dove siamo sedute noi adesso.
Fra novant’anni.

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