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Ceaseless Doodle, 2009 – Özlem Günyol & Mustafa Kunt

 

Fallimento: insuccesso, esito negativo / Dizionario della Lingua Italiana Palazzi Folena (1992). In lingua italiana la parola fallimento è anche, in termini giuridici, la condizione dell’insolvenza che segna la resa di un imprenditore di fronte all’impossibilità di pagare i creditori. Disfatta. Mancare il bersaglio, sbagliare, fallire.

Il verbo fallire in lingua latina è fallere: ingannare, trarre in errore, venir meno, sbagliare. Dentro ci si ritrova l’impatto forte, qualche volta devastante, dell’errore di valutazione, lo stesso che ci fa inciampare di fronte a un ostacolo da poco, a prima vista, che invece si rivela ostico. Una salita che nasconde una montagna difficile da scalare; uno scoglio che si rivela così liscio da farci precipitare all’improvviso, giù dritti nella bocca spalancata dell’abissimo. L’errore di valutazione pesa come un macigno e ci appesantisce perché diventa il sassolino nella scarpa dello sbaglio che portiamo dietro, ce lo trasciniamo come un’amarezza repressa e incastrata nei giorni.

Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio
Samuel Beckett

Un amico italiano mi racconta della sua paura del fallimento, quella che sta dietro un progetto tante volte sognato. Partita iva, tasse, progetti, ansia, curriculum, gli occhi degli altri puntati. Il fallimento, la paura di una macchia. Mi racconta di essersi confrontato con degli amici americani. Fallimento, perché? Ci hai provato, dicono loro; questa nel caso sarebbe una parte da sottolineare nel curriculum, non da tacere. Sì, perché significa che adesso, grazie a quello che è successo, ne sai di più rispetto a prima. Hai iniziato a calare i sogni nella realtà, hai osato, cercato informazioni, ti sei confrontato con la burocrazia, conosci meglio i nemici: hai accumulato esperienza.

Il punto è proprio questo, in mezzo c’è l’insuccesso. Vivere un insuccesso non è bello, non risulta granché piacevole, è vero, eppure contiene anche tutto il valore di ciò che è accaduto, qui, nel mondo, e dentro di noi. Ho vissuto, ho cercato, ho camminato. Passo dopo passo.
Le persone che si applicano alla scienza sono abituate a trattare il fallimento perché sanno che dietro un esperimento riuscito esistono mille, milioni di tentativi fatti in precedenza, essi coesistono. L’esperimento che farà esultare non vive da solo, è fatto di tutte le prese di coscienza che si stratificano, tutte le azioni disperse al bivio sbagliato, tutti gli inciampi. Che in fondo, non si tratta di perdersi al bivio sbagliato, quanto più di esplorare strade differenti e poco alla volta creare la mappa di questo intricato, immenso e vario labirinto del vivere. Nelle nostre scelte di ogni giorno portiamo scritte sulla pelle le strade percorse, il viaggio fatto fino ad oggi, le cadute e i nuovi orizzonti che abbiamo voluto.

Se il fallimento è inganno, caduta nella trappola, allora la presa di coscienza è un atto di consapevolezza che mi permette di vedere in ciò che è accaduto il senso di quello che ho vissuto, ciò che mi serve per respirare di nuovo, alzarmi, prendere dalla vita quello di cui ho bisogno. Sarà forse per questo che potremmo iniziare a guardare con più simpatia un verbo negletto e trascurato, una parola che quasi sempre diciamo sospirando e, anzi, abbiamo quasi dimenticato, sostituendola con altri sinonimi: erro. L’errante nelle favole antiche aveva la sagoma del personaggio magico: pellegrino e viandante, vagabondo sacro, faceva del viaggio ragione di vita, in senso fisico ed esistenziale. Oggi il mito diventa paura, pazzia di un clochard da rinchiudere. Eppure erro, che è “andare errando”, “vagare qua e là”, ci insegna che prima dello sbaglio esiste il coraggio della libera esplorazione, quella capacità di “discostarci dalla retta via / Vocabolario della Lingua Latina IL / che a volte ci fa cadere in errore, è vero, ma soprattutto ci insegna a camminare nell’incertezza, con curiosità; uscire dal seminato, nelle azioni e nei discorsi, correre il rischio di smarrirci e osare. Osare esplorare, osare pensare, osare fiutare la nostra direzione e come un segugio andare-verso, correre, seguire l’istinto, tornare indietro, scoprire nuovi odori, sommare le tracce, districarsi, ferirsi, andare a caccia di ciò che vogliamo, ciò che non basta, non accontentarsi. Continuare a cercare.

La mappa della nostra vita sovrappone le strade fatte a quelle ancora da percorrere grazie alle tracce di ciò che abbiamo imparato nel percorso.

Qual è stato il mio miglior fallimento? Quali sono stati i fallimenti da cui ho imparato di più nella vita? Tracciando la mappa della nostra vita dovremmo forse usare un colore diverso per tutti i bivi che ci hanno portato a esplorare altre strade, quelli in cui abbiamo incontrato un ostacolo, quelli dove ci siamo fermati e abbiamo dovuto inventare nuove soluzioni. Celebrarli, guardarli; scriverci sopra un simbolo, che so un semaforo, una valigia, un tesoro, perché quelli sono stati attimi duri, momenti che spesso quasi ognuno di noi non vorrebbe rivivere, eppure è grazie a questi se oggi siamo sopravvissuti alla nostra storia.

Ripensi mai ai tuoi fallimenti?

Il miglior fallimento è quello che ci fa ripartire da capo, guardare un altro orizzonte, inventare una nuova direzione, riscoprire odori e sensazioni mai provate prima, dare alle cose e alla vita un nome a cui non avevamo ancora pensato. Il miglior fallimento apre le porte al vero cambiamento.

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