Ieri,
mi sono messo la sua giacca, volevo
metterla poi non l’ho messa più.
Aveva il suo profumo.
Mi ha detto.

Non l’ho messa più.
Tre mesi, sono passati.
Ora è l’inizio di un nuovo anno, l’inverno ghiaccia ancora il fiato e i corpi scheletrici degli alberi, ma già le giornate si fanno più lunghe. Impercettibilmente, dal punto più buio che abbiamo toccato settimane fa, si aprono nuovi spiragli di luce, che lascia stupiti come ogni anno, quando apri la porta e un bel giorno ti rendi conto che ancora una volta l’inverno è passato. Ma non ancora.

Lui pela le patate, attenzione concentrata e sguardo pensoso. Cade il sipario su questo sabato sfolgorante di azzurro di metà gennaio, il giardino si allaga di buio.
Lui pela le patate, concentrato e pensoso, la radio canta, io guardo da una finestra la sera illuminata, quella ricciolina aspetta un biscotto, composta.
Che cosa fanno tutti, esattamente ora? Immagino lei, a manciate di km da qui, che prende ogni giornata di corsa e mette la musica alta mentre guida e sorride sempre, o almeno tutte le volte che può; a quest’ora sarà a casa, la pentola che va a fuoco basso e sedersi almeno un attimo sul divano, sfogliare una di quelle riviste lasciate in attesa.
E poi loro, a finire l’ultima briscola dietro la vetrina appannata del bar, le voci che si alzano ma per gioco.
E poi lei, che ha ottant’anni suonati; oggi è passata a trovarla della gente e le hanno portato una torta; ora, da sola nel salotto buio si fuma la sigaretta di nascosto dal figlio e si addormenta col sorriso sulle labbra sprofondando ancora un po’ nella poltrona mentre la tv lampeggia.

Le sette di sera e ognuno nella sua storia,
a pochi passi o dall’altra parte del mondo. Quelli che conosciamo, oppure il centro di una città di cui sappiamo solo il nome: che cosa stiamo facendo tutti, proprio adesso?
Immaginare ognuno di noi, esseri umani alle prese con il tempo, ognuno con il suo tempo.

Fari sulla strada di casa.
Le patate ora sono pronte per il purè
Ti giri ed è già passata la vita, mi dice.

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