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Passeggiata nel bosco

Passeggiata nel bosco di un sabato d’inizio autunno: le foglie, i colori, l’ora alla fine di un mattino che sa di sole e nebbia in arrivo,

‘namo, dice lui
senza sapere che dice una parola che esiste in altri luoghi e invece lui la dice un po’ per abbreviare e un po’ perché è pur sempre uno straniero, un viaggiatore intergalattico che afferra a spizzichi e bocconi, qua e là
e afferrando inizia a formulare concetti, farsi capire, spiegare e spiegarsi
comunicare, da buon ospite di questa terra, piccolo uomo fra stranieri che fanno discorsi in lingue complesse, pieni di sensi doppi e tripli, deviazioni e angoli ciechi

‘namo, dai
insieme
tutti

mammi, papà, io, dudi

dove?

‘namo là.

Ovviamente.

E allora andiamo.

C’è la pineta e il bosco che si apre alle sue spalle, silenzioso.
Il mattino del sabato e uscire tutti insieme, ognuno alla sua velocità
La lagotta dudi non ne può più di stare in casa e allora corre, corre più forte di tutti
poi si gira e ci aspetta, abbaia ai caprioli e torna indietro
sfreccia nel prato, ci sfiora di gran corsa

il piccolo viaggiatore cammina ma si lamenta perché con le sue gambette, diventate grandi ma pur sempre piccole, ogni micro passo rende la passeggiata super
io b(r)accio, io piccolo
poi gli facciamo notare dei funghi prataioli nati così, selvatici, e allora la sua passione si ridesta
non si sente la stanchezza quando la curiosità supera tutto

camminare, osservare le piante intorno a noi
mettersi in tasca qualche foglia e ripromettersi di cercare i nomi
respirare il bosco, l’aria silenziosa del mattino

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Perdersi a Madeira

Passeggiare al mattino al Mercado dos Lavradores di Funchal, tra le contrattazione di chi vende il pesce pescato nella notte e i banchi con i mille colori dei fiori

A zonzo per Funchal incontrare l’immensa balena blu sui muri di Rua de Santa Maria

Con la funicolare salire fino a Monte, la parte alta di Funchal

La spiaggetta vicino al Forte di São Tiago

A piccoli passi il giardino botanico, Madeira Botanical Garden, e Monte Palace Tropical Garden

Santa Luzia Public Gardens, il parco pubblico inaugurato nel 2004 per cercare – ovviamente – l’area giochi insieme ai piccoli viaggiatori

Le piccole cascatelle che si tuffano fra le onde oceaniche sulla spiaggia nera di Seixal

Camminare dal Pico do Aireiro al Pico Ruivo aspettando l’alba

Arrivare fino alla punta più a est dell’isola: Ponta de São Lourenço




Le officine del gas a Bologna

L’Ottocento è stato il secolo dei grandi stravolgimenti tecnici, sociali ed economici che hanno colpito il mondo intero e di conseguenza anche Bologna. In città abbiamo avuto cinque grandi innovazioni tecnologiche: La costruzione del primo acquedotto, il tram, l’energia elettrica, la ferrovia e le officine del gas. Ora, vorrei parlare proprio di queste ultime. Come alcune delle altre innovazioni tecnologiche anche le prime officine del gas, sorte nel 1846 fuori porta san Donato, furono non so se create, ma sicuramente appaltate a due banchieri inglesi. Cominciò così la distribuzione del gas illuminante (o gas di città) tramite tubazioni sotterranee che giungevano fino al centro della città. Di conseguenza vennero installati anche quei meravigliosi lampioni di ghisa artisticamente lavorata.
Nell’aprile del 1862 l’appalto passò alla Compagnia Ginevrina dell’Industria del Gas, e le officine vennero ampliate e l’illuminazione venne estesa a tutta la città dentro il perimetro delle mura.
Nel 1863 iniziò, tra la Porta san Donato e la Mascarella la costruzione del grande stabilimento di quasi 15.000 mq. tuttora esistente. Nel maggio del 1900, primo caso in Italia, il servizio venne municipalizzato e la gestione venne assunta direttamente dal Comune. Negli anni seguenti lo stabilimento venne nuovamente ampliato e dotato di sempre più moderni aggiornamenti tecnologici.
La funzione principale delle Officine era, come detto, la produzione del gas illuminante ma diverse altre produzione uscivano nel corso delle trasformazioni. La lavorazione partiva dal Litantrace, che è un carbon fossile la cui formazione si fa risalire a 250 milioni di anni fa.
Il Litantrace, moderatamente scaldato si trasforma in una sorta di carbone chiamato coke, e libera una miscela di gas che depurato diviene il gas di città.
Con la distillazione del Litantrace si ottenevano anche: catrame, benzolo, toluolo (diluenti per vernici), naftenici da cui la naftalina un tempo regina dei nostri armadi, fenantrene che, assieme ad altri prodotti chimici, serviva a produrre il creosoto, tra l’altro conservante per traversine ferroviarie, il cui odore pungente deliziava le nostre narici nelle stazioni ferroviarie.
Il gas di città fu indubbiamente una grande conquista. Ora noi abbiamo notti piene di luci e ci riesce difficile concepire una Bologna completamente al buio, almeno che uno abbia vissuto la città, in tempo di guerra, durante le notti dell’oscuramento. Un tempo era normale e di notte, per stare tranquilli, bisogna uscire con le lanterne.
Naturalmente non bisogna dimenticare la funzione che ebbe il gas nelle cucine, finalmente era possibile, per cucinare, disporre una fonte di calore comoda e pulita a scapito della carbonella.
Naturalmente i fanali dovevano esse accesi e spenti, uno per uno tutti i giorni e a questa mansione provvedevano un certo numero di “accenditori” ai quali erano anche di competenza di sorveglianza dell’illuminazione, la pulizia e le piccole riparazioni. La città era divisa in quattro quartieri per ognuno dei quali era predisposto un certo numero di accenditori che dovevano trovarsi nella sede predisposta dieci minuti prima dell’ora di partenza. Al mattino, alle prime luci, venivano spenti, ma gli addetti dovevano, a turno, fare anche servizio di sorveglianza notturna ed essere disponibili tutto il giorno.
Altra grande innovazione la introdusse il “carbon coke” che dette la possibilità, specie in locali pubblici e preso abitazioni private (dei più abbienti) di installare impianti di riscaldamento con caldaie e termosifoni.
Col tempo la luce elettrica sostituì il gas nei lampioni e il metano il gas illuminante e le officine del gas cessarono la loro produzione e si trasformarono in distributori di metano.
Domenico Alvisi




Perdersi in Austria

Da Venezia al Tirolo lungo la strada verso Merano e Innsbruck fino a Salisburgo: perdersi in Austria

Il bosco delle biglie sul Glungezer a 1.560 metri

Merano e i giardini di Sissi,
camminare fra gli alberi
girare in monopattino per Innsbruck, soprattutto se sei un piccolo viaggiatore intergalattico

Passeggiare in una sera di fine estate lungo il lago di Seefeld, dove
sempre se sei un piccolo viaggiatore intergalattico, ti interesserà esplorare il parco giochi,
La casa capovolta a Terfens, una ventina di minuti da Innsbruck.

Salisburgo, la città di Mozart
passeggiare sul colle dei cappuccini
la vista della città
da lontano, la fortezza Hohensalzburg
e poi scendere dai vicoletti
dalla piazza del duomo
attraversare il ponte Staatsbrucke
sul fiume Salzach
fermarsi sulle gradinate al sole

in una giornata di pioggia a Salisburgo il Museo dei giocattoli per sperimentare i giochi antichi
e la Casa della natura, il Museo della natura e della tecnica di Salisburgo
dove immaginare la vita segreta degli universi marini e quelli di altri mondi, nello spazio lontano.
A Salisburgo ci sono anche il Museo delle Marionette, nell’antico soffitto della Fortezza Hohensalzburg,
il Museo di arte moderna, il Museo di storia militare,
il WasserSpiegel, Museo dell’acqua nel serbatoio sul colle Mönchsberg per andare alla scoperta del sistema di rifornimento idrico di Salisburgo
il museo del Natale (a proposito, nel cuore più antico della città, non distante dalla Casa di Mozart c’è un piccolo negozio dove è Natale tutto l’anno),
il museo della birra Stiegl, dove si visita il birrificio privato più grande dell’Austria
la casa natale del poeta Georg Trakl, figlio di un commerciante di ferramenta di Salisburgo e morto a ventisette anni all’ospedale militare di Cracovia all’inizio della prima guerra mondiale
e poi Hangar-7, il Museo degli aerei, all’aeroporto di Salisburgo, dove i Flying Bulls di Salisburgo recuperano e restaurano rari velivoli storici




primo settembre

agosto-1939

Agosto se l’è portato via una fotografia d’altri tempi,
trovata in fondo a un cassetto di una vecchia casa di montagna,
quella in cui viviamo noi vagabondi immaginevoli, la canina lagotta e il piccolo viaggiatore intergalattico,
noi e i fantasmi, i bauli di altri vite e le nostre, negli zaini di altre case portate qui dall’altrove.

Agosto 1939, è scritto a matita
la grafia ordinata che si usava un tempo, non senza qualche svolazzo qua e là.
Il nome della donna si è perso,
si è perso il contesto, il luogo.
L’occasione no,
sta lì, ferma da decenni
impressa dal momento
nell’immagine

il grano, materia dorata ed essenziale
sopravvivenza
il grano che arriva a costare un capogiro nelle guerre,
oggi come ieri,
il grano lavorato a fatica da mani che non hanno paura
della terra e dei tagli.

Agosto era la festa del grano,
un po’ ce lo dimentichiamo vivendo in città.
Ma ai bordi delle strade quando vediamo i campi
ci emozioniamo
girasoli dalla testa alta e una distesa gialla di grano

oggi è il primo settembr del ’22
se togli i primi due numeri davanti rimane il ’22
questa foto accade fra dieci anni,
il secolo lo abbiamo scordato
ce lo lasciamo alle spalle

stamattina i passeri scendevano sul tavolo di legno fuori,
intriso d’acqua lui e intrisi d’acqua loro.
La pioggia forte del mattino, le rose rosse del giardino sfatte
la rugiada e le ultime api,
un merlo fuggitivo
la nebbia che poi si dirada, i biscotti e il tè
la luce accesa di mattino presto e poi spegnerla
cuscini scomposti del divano e cartoni animati degli anni Trenta
leggere libri
guardare dalla finestra, che
c’è bisogno di un orizzonte
e poi partire con la valigia dell’immaginazione

l’asinello di Winnie The Pooh, per cui gli amici provano a fare di tutto per renderlo felice credendolo triste, svela un segreto
una visione bellissima, così fra la pioggia e i fulmini
uno spettacolo di colore che buca il grigio là dove sembrava solo esserci il cupo
Everybody can do it, just use your imagination




Inseguendo farfalle…

Nasce bruco tra le foglie sotto le piante di violetta e viola, che ama particolarmente.
Vola per tutta l’estate,
attraversando l’aria adagio,
assomiglia a un frammento di carta colorata portato via dal vento
la farfalla Speyeria aglaja,
arancione
della famiglia dei Nymphalidae:
“Grande Perla”,
piccole macchie rotonde e escure sulle sue ali color tramonto

e poi c’è la cavolaia
che minaccia gli orti e depone le uova sotto le grandi foglie verdi dei cavoli
leggiadra se ne va,
leggera e candida

la vanessa del cardo, invece
ha stupito tutti perché ci si è accorti che
compie un viaggio lunghissimo
dall’Europa all’Africa:
come la monarca, una farfalla migratrice.
Nasce sulle piante di cardo selvatico,
si trasforma in fretta e alla prima generazione ne seguono altre due.
La terza generazione di farfalla del cardo in autunno è crisalide.
Passerà l’inverno così, crisalide,
per poi nascere in primavera. Intanto,
fra aprile e maggio
la prima generazione parte.
Partirà di nuovo in autunno,
e così via:
il flusso di un movimento incessante che culla il cambiamento.

Nel pensiero antico la farfalla è il soffio, il respiro vitale dell’essere umano. Fra i popoli più diversi, dagli Aztechi all’antica Roma, si diceva che nel momento della morte con l’ultimo respiro se ne andava lo spirito della persona, che prendeva ali di farfalla. Ecco perché una farfalla che arriva all’improvviso vicino, raccontavano le nonne, porta il ricordo di un nostro caro che viene a salutarci.

Ma la farfalla con la sua metamorfosi ci insegna anche una preziosa lezione sulla trasformazione. Trans-forma, attraverso la forma: il cambiamento profondo è trans-forma, avviene con un processo che parte da dentro. Non è negando ciò che siamo stati che ci trasformeremo in ciò che aneliamo essere: è il mondo dentro che accade e fa cambiare, deflagrare e mutare il mondo fuori, lo investe e ridisegna.

Dalla crisalide impariamo che esiste un momento per tutto: anche quando, apparentemente, stiamo fermi
ci muoviamo.
Anzi, spesso proprio questo è difficile.
Stare fermi,
rinchiudersi in un bozzolo
osare
lasciare il mondo fuori
per concentrarsi sul dentro

è l’unico modo per sentire la propria voce.
Perché i sogni, come le trasformazioni grandi
hanno una vocina sottile:
bisogna aspettare
farsi amico il Tempo e
restare attaccati alla terra,
nutrire le radici.
Le ali, arriveranno.
E prenderemo il volo insieme all’anelito di dove ci porta il cuore,
senza più pensare a chi siamo e se sappiamo o no volare




27 agosto, io e Pavese

Il 27 agosto 1950, moriva, suicida a Torino, lo scrittore Cesare Pavese. Ricordo che la sua morte mi colpì molto. Proprio in quegli anni dell’immediato dopoguerra avevo divorato i suoi romanzi che erano giunti a valanga in libreria. In particolare: Il compagno, La casa in collina, la bella estate, La luna e i falò, quest’ultimo edito a cavallo della sua morte. Mi colpì negativamente la modalità del suo suicidio raggiunto con una forte dose di barbiturici, che non mi pareva una morte “eroica” come mi sarei potuto aspettare da quello che, a quel tempo, consideravo un eroe anche se solo letterario. Anche le ragioni del suo decesso, che si vociferava fosse dovuto a una forte delusione amoroso, mi parve una assurdità. Le due cose unite mi smontarono un poco il mito dell’uomo, ma rimase forte quello dello scrittore.
Negli anni dal 1954/59, per ragioni famigliari, dovetti abbandonare il liceo e iniziai l’attività di rappresentante per una ditta che aveva sede a Torino con la conseguenza di dovermi recare saltuariamente in questa città. Andavo in auto o in treno e per comodità soggiornavo sempre in un vecchio albergo che si chiamava Hotel Roma Cavour ed era di fronte la stazione di Porta Nuova. Credo che fosse un edificio di metà ‘800 e aveva mantenuto la struttura e l’arredamento di quel tempo. Ricordo la camera che mi dettero la prima volta; i mobili erano in legno pregiato e il bagno, molto grande, aveva una vasca con i piedi tipo zampa di leone ma non c’era la doccia. Come tutti i vecchi alberghi nell’aria stagnava quell’odore particolare come un misto di stantio e di cera da pavimenti. Non so perché quella stanza e l’atmosfera che si respirava mi colpirono e non capivo il perché in quanto non rappresentava il massimo dell’accoglienza. Da quella volta ogni volta che scendevo a Torino chiedevo sempre della stessa stanza che era quasi sempre libera.
La sera ero spesso solo e solitamente andavo a cena e al cinema e rientrando in albergo mi fermavo a fare quattro chiacchiere con il portiere di notte. Una sera, parlando gli chiese che mi pareva strano che ogni volta che lo chiedevo la camera fosse quasi sempre libera. Sorridendo mi rispose e disse che si trattava della stanza dove si era suicidato Cesare Pavese e che pensava fossi anch’io uno di quelli che ogni tanto, andavano per ritrovarne lo spirito, poi vedendo il mio stupore mi chiese se volessi cambiare stanza, risposi di no. Non ho mai creduto negli spiriti né tanto meno del ritorno, in qualche modo, dei defunti. Chi è morto è morto e vive solo dei nostri pensieri. Però da quel momento, pensare di dormire nello stesso letto dove si era suicidato Pavese mi dava un certo brivido.
Domenico Alvisi




23 agosto

“Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già”
Bartolomeo Vanzetti

Gli anarchici italiani Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, emigrati negli Stati Uniti, vengono giustiziati sulla sedia elettrica: è il 23 agosto 1927 venti minuti dopo la mezzanotte. L’accusa, che si rivelerà infondata è per omicidio. Il processo dura sette anni. Nei giorni dopo si scateneranno proteste e rivolte popolari in diverse città della Germania, a Parigi e a Londra.




Creare il mondo dal nulla

In Giappone esistono i dagashi 駄菓子 nome che per inciso è anche quello di un manga. Nei negozi di dagashi si vendono minuscoli dolcetti e caramelline colorate da comprare per qualche centesimo. Stanno in un cestino per la spesa piccolo così e le pareti delle corsie di questi per noi bizzarri e coloratissimi market fanno girare la testa, perché sono tutto colore, tutte scrittine indecifrabili e bustine dall’aria sconosciuta, tutti disegni e faccine che non sai bene quale sceglierai. Sembra che la parola “dagashi” derivi da “da”, futile, e “kashi”, spuntino, cibo economico.

Ecco, “futile”: è una di quelle parole che dovremmo imparare a (ri)valutare. Dal latino, “FÚTILEM” è ciò “che lascia versare”. Lasciar versare, FUTÍRE: futis è il vaso per l’acqua, fons la fonte. Nell’antica Roma i futilia erano i vasi con il fondo a punta e la bocca larga utilizzati per il culto di Vesta; si chiamavano così perché durante il culto l’acqua, sacra, doveva essere conservata, non bisogna farla cadere o spargerla a terra. Vesta, la dea del focolare, che nella Grecia antica era Estia, sorella maggiore di Zeus: corteggiata da tanti, decide di restare sola e sola amministra il focolare di casa. Il suo attributo è il fuoco. Una dea dimenticata che vive, sotterranea, in tutti i popoli del mondo. Di lei scriveva il poeta Ovidio nei Fasti.

“Per lungo tempo credetti stoltamente che ci fossero statue di Vesta,
ma poi appresi che sotto la curva cupola non ci sono affatto statue.
Un fuoco sempre vivo si cela in quel tempio
e Vesta non ha nessuna effige, come non ne ha neppure il fuoco”

Nel primo giorno dell’anno si portava al tempio una fiaccola e il fuoco veniva acceso come ogni giorno veniva acceso in ogni casa, ri-acceso, proprio come l’anno che ri-inizia. Le vestali, che erano bambine e ragazzine scelte nella Roma patrizia, si svegliavano all’alba e durante la notte per non lasciar mai spegnere il fuoco. Erano loro a reggere i futilia e la sua forma ci ricorda forse proprio l’opposto: dal fuoco all’acqua la misura è quanto decidiamo di far passare, quanto lasciamo e quanto ci lasciamo andare e versare. E attenzione, che ciò che versiamo sia tempo ben versato.

In questo sta anche il senso del valutare e ri-valutare il futile. C’è una magia bellissima nel lasciar andare, nel diffondere senza l’ansia che contraddistingue noi di questo mondo che calcola incessantemente. Lasciar andare senza pensiero. Al tempo stesso, come un’onda che va e viene, c’è anche l’attenzione, la stessa che ci apre gli occhi e desta la coscienza: l’attenzione per le cose importanti, per ciò che va versato e ciò che no. L’attenzione per gli equilibri e i momenti da salvare, l’attenzione che distingue e ci mette all’erta.

Creare il mondo dal nulla è l’attenzione per le briciole, le piccole cose futili che costano niente e fanno felici
le gocce d’acqua che non vanno versate,
l’attenzione per il momento, ogni attimo prezioso per
ciò che porta, se solo osiamo guardarlo

Che si sa, niente è prezioso quanto il fuoco e l’acqua,
che hanno scritto la storia dell’umanità:
nemici e amanti, insieme.




Ultimo giorno di luglio

Fra i sorrisi di una giornata semplice e bellissima….
le mani stanche e soddisfatte di quando metti a posto cose, stanze, situazioni – oggi la legnaia – che ti lasciano la polvere addosso e l’anima leggera
la meraviglia di quelle giornate in cui hai la sensazione di aver fatto tanto e aver vissuto ogni ora, sarà perché ti sei svegliato alle sei con il profumo di caffè e le fette calde tostate e la marmellata di ciliegie e il burro e poi il riposino sul divano a metà mattina e tutti gli orari strani e scombinati che sono la cosa bellissima della vita in generale e dell’estate in particolare
un piccolo viaggiatore intergalattico che non si arrende al tramonto. ‘namo, dai – andiamo
Dove?
Là. LLLà
A fare benzina, papà
Indossare la felpa di un amico
I giochi, le scale e gli scivoli
La casetta con i libri del book sharing
La fontanella con la testa a forma di pesce e l’acqua che si accende e spegne
La luce arancione del tramonto che scende fra i crinali delle montagne ritagliate come sagome di carta
E poi?
“Biletta! Apta!” la birretta e l’acqua con le bolle
Uno talallo – un tarallo, uno! gli aghi di pino, le sdraio di tela e legno ma in versione gnomo per i bambini piccoli che ci si mettono sopra e si sentono grandi
La luna, i libri da sfogliare mentre si aspetta
Il buio blu e le prime stelle
Tornare a casa con la testa piena di sogni e sorrisi

L’ultimo pensiero della giornata: quanto vogliamo imporre noi la nostra visione e quanto decidiamo di lasciarci contaminare? Che siano i figli, il cane, il gatto, i compagni di vita o la coinquilina che diventa per sempre, la famiglia è un sistema in cui tutti dovrebbero, e possono, influenzare l’altro. E allora non solo dare le regole, specie ai più piccoli, ma anche lasciarci inondare dalle loro prospettive sul mondo e da quello che la vita ci lascia scoprire ogni giorno, anche e soprattutto nelle situazioni che non avremmo mai immaginato

E poi. Papà che guarda le stelle. La finestra aperta e l’aria della notte quasi fredda, le montagne scure all’orizzonte. Una musica lontana. Tu che appoggi la mano sul mio braccio mentre dormi. Un libro bello. La lanterna accesa. Il segnalibro della Pimpa con le foglie e l’autunno che è già dopodomani

 




Piccole cose felici che ci danno il sorriso

scrivere con il tramonto attaccato al gomito, a una finestrella che si affaccia sui tetti

le voci nelle sere d’estate, che qualcuno non sopporta perché la gente non si sopporta più e invece a me sembrano bellissime

come ti senti dopo la doccia tiepida e i migliori souvenir, che sono quelle cose banali come i bagnoschiuma e i dentifrici ma comprati in quel supermercato di quel posto chissàdove, così quando li usi sei ancora un po’ altrove e viaggi con la mente

i grilli, ovviamente

l’arancione e l’indaco, così resistenti mentre il sole se n’è già andato

il freschetto della sera, quando arriva

quando arriva, il silenzio, le stelle, i giorni dopo le feste, le gambe lisce, la pellecon la salsedine al mare e la testa piena di sogni ovunque

le ombre cinesi, i fuochi d’artificio
i libri che ti aspettano sul comodino e tu quando ne trovi uno così bello che per tutto il giorno pensi a quando lo ritroverai

la posta che arriva ancora a casa, quando non sono bollette

pensare a cosa fare domani, sapendo che fino all’ultimo non bisogna mai esserne troppo sicuri

pensare a una piccola azione felice per un buon giorno, tipo il cappuccino al bar o il caffè alla finestra, sorridendo all’orizzonte qualunque esso sia

trovare una cornice mentale per un ricordo bello

rispondere agli urli con calma zen, e se oggi non è così va bene lo stesso

spazzare i giardini dalle foglie secche consapevoli che dopodomani ci saranno di nuovo, ma felici oggi perché ogni foglia è un pensiero che se lo porta via il vento
e i vecchi lo sapevano che non importa cosa fai, ma il come e perché

si potrebbe continuare all’infinito, facendo caso alle azioni del quotidiano che interrompono la rabbia e la monotonia per brillare di gioia, è come la felicità: un attimo in cui ci fermiamo e ce lo sentiamo addosso, questo sorriso per un nulla

*** fare caso alle piccole cose felici che ci danno il sorriso***




24 luglio

Hiram Bingham, storico, annuncia agli accademici dell’Università di Yale la scoperta di Machu Picchu in Perù, antica città Inca a 2430 metri d’altezza. Era il 24 luglio 1911 e lo studioso continuerà a scavare, fra rocce ed erbacce, fino al 1915 portando alla luce ciò che oggi è un sito protetto Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, nel 2007 eletto una delle Sette meraviglie del mondo moderno.




Ultima settimana di luglio

Sbattere le palpebre al sole
Rovesciare il latte a colazione
La doccia, i piagnistei, i mugulii e la borsa da infilare sulle spalle
I sentieri d’estate
Il fiatone e il sudore
I tunnel creati dai rami verdi degli alberi e tu che me li fai notare, tunnel!
Arrivare nel posto dei cavalli e salutarli con il pane secco
Beccare proprio il momento finale della costruzione di un muretto di sassi lunghissimo e vedere l’orgoglio di soddisfazione negli occhi di chi l’ha costruito, con uno sguardo così limpido e leggero che arriva fino all’orizzonte
Il sole delle undici, che inizia a rallentare e fermarsi in mezzo al cielo
Tornare con te addormentato su una spalla e Kukla, una zampa dopo l’altra, che ci affianca stanca
Aprirsi una birra gelata e mentre tu dormi sul divano raccogliere la salvia, l’odore forte fra le dita
Le cicale di mezzogiorno

Lunedì 25 luglio ’22, ultima settimana di luglio




Mare al mattino

Mare al mattino, poesia di Konstantinos Kavafis, 1915

Fermarmi qui. Per vedere anch’io un po’ di natura.
Luminosi azzurri e gialle sponde
del mare al mattino e del cielo limpido:
tutto è bello e in piena luce.
Fermarmi qui. E illudermi di vederli
(e davvero li vidi un attimo appena mi fermai);
e non vedere anche qui le mie fantasie,
i miei ricordi, le visioni del piacere.

Poeta e giornalista, Konstantinos Petrou Kavafis ha un nome greco, ma nasce e vive nella città di Alessandria d’Egitto. I suoi genitori erano greci della comunità ellenica di Istanbul e avevano quella che oggi si chiamerebbe ditta di import-export. Tuttavia il papà morì e Kostantinos, insieme alla sua famiglia, emigrò nelle lontane terre nebbiose del Regno Unito, dove visse a Londra e Liverpool. Ma ad Alessandria tornò, quando aveva sedici anni, e lì trascorse gli anni di tutta la sua vita. Visse a cavallo di due secoli, l’Ottocento e il Novecento.

Nel 1801 i britannici sconfiggono i francesi nella battaglia di Alessandria, presso le rovine di Nicopoli: è l’ultimo respiro dell’impero ottomano, durato dal 1299 al 1922 per 623 lunghi anni. In questo ultimo periodo di anarchia Alessandria, che nell’antichità fu un’immensa metropoli e un’importante centro culturale, era stata dimenticata. Sommersa dalla polvere del tempo dell’antico centro, con il ricco quartiere degli artigiani, il faro e la storica biblioteca, celebre in tutto il mondo, ea rimasta una cittadina di quattromila abitanti circa.

Il pascià Mehmet Ali era un capo militare dell’esercito ottomano e in seguito sarà considerato il padre fondatore dell’Egitto moderno per aver abbattuto il regime neo-mamelucco. Era nato nella città di Kavala, Qawāla, in Macedonia, che al tempo faceva parte dell’Impero ottomano, da una famiglia albanese e i suoi genitori erano originari di Coriza, una città dell’Albania circondata dalle montagne della Morava e infatti il suo nome significa proprio questo, “collina”, gorica, diminutivo di gora, “montagna”, in tutte le lingue in cui è chiamata (almeno tre, aromeno, bulgaro, greco, macedone, turco). Mehmet Ali era il secondogenito di un mercante di tabacco e suo padre si chiamava Ibrāhīm Agha, invece sua madre, Zeynep, era la figlia dell’ayan di Kavala, Çorbaci Husain Agha. In lingua araba “ayan” significa persona di spicco e nell’impero ottomano alla classe degli ayan appartenevano persone con grandi cariche di potere, a capo di corporazioni artigiani o militari. Da ragazzo Mehmet Ali prestò servizio nell’unità di Kavala, dove era cresciuto, ma suo padre, proprio come il padre del poeta Konstantinos Petrou Kavafis, morì in giovane età, così fu entrò nella famiglia di uno zio, crescendo insieme ai suoi cugini. Insieme a una famiglia tutta di militari crebbe di ruolo in ruolo fino a diventare secondo comandante per poi partire, volontario, con i soldati mercenari albanesi. Fino in Egitto, a rioccupare quelle terre di lingua araba dopo il ritiro di Napoleone Bonaparte.

Ad Alessandria d’Egitto il Chedivè Mehmet Ali costruì la sua casa e favorì la rinascita della città grazie a grandi lavori pubblici: fu lui a ordinare di scavare il Canale Mahmūdiyya, una nuova via di comunicazione con il Nilo, terminato nel 1820 e riutilizzare il porto occidentale. Nel 1856 fu costruita anche una ferrovia che collegava Alessandria d’Egitto con Il Cairo. Nel frattempo si rafforzavano le fortificazioni. Prima i greci, nel 1827, poi una coalizione di inglesi, francesi e russi, nel 1828, minacciarono la città. All’orizzonte, nel 1882, si vide arrivare una flotta anglo-francese: si scatena una rivolta e vengono massacrati quattrocento europei che vivevano ad Alessandria. L’ammiraglio britannico, sir Frederick Beauchamp Seymour, e più tardi Lord Alcester, dopo aver lanciato un ultimatum, bombardano i forti dal mare, senza far sbarcare le truppe. Dopo altri giorni di rivolte e uccisioni in strada il Regno Unito invia una spedizione militare e occupa il Paese. Durante l’occupazione inglese Alessandria diventa sede navale militare. Dopo la seconda guerra mondiale, con la campagna nord-africana del 1940-1943 e la decisiva battaglia di El-Alamein, il destino della città cambia con il colpo di stato militare egiziano del 1952, quando il colonnello Nasser prende il potere e il trattato anglo-egiziano del 1954 fissa i termini del ritiro delle truppe britanniche.

Mehmet Ali, nato in Grecia e morto ad Alessandria, vissuto fra due secoli, il Settecento e l’Ottocento; Konstantinos Kavafis, nato e morto ad Alessandria d’Egitto, greco, vissuto a cavallo di due seeoli, l’Ottocento e il Novecento. Uno un uomo del comando militare, l’altro un poeta, che nascerà vent’anni dopo la morte del comandante: ad accomunarli una città. Alessandria d’Egitto.




Falena

Appartiene all’ordine dei Lepidotteri, come le sorelle farfalle, ma la falena vive di notte e nel buio è irrefrenabile la sua ricerca di luce. Si vede volare nelle lunghe sere d’estate quando la luna e le mille lampade accese fra le finestre aperte la confondono e irrimediabilmente attirano in una magica trama.

A essere precisi si chiama “fototassi”: è il fenomeno per cui alcuni animali sono attratti dalla luce. Si nutre di corteccia la falena, ma anche di polline e persino del materiale organico che resta fra i tessuti dell’auto o sulla moquette. Come i gufi è un animale notturno e popola le ore di buio dopo il tramonto. Gli indiani d’America osservavano con rispetto la falena e le sue trasformazioni, in Europa si diceva che le fate e le streghe diventassero falene durante la notte, per viaggiare indisturbate e volare senza che nessuno le potesse riconoscere. Un piccolo animale magico con ali… che rivelano la faccia di un gufo! Un modo per far scappare i possibili predatori fingendo di essere essa stessa un temibile predatore.

Animale notturno, la falena è una specie in via di estinzione. Dal 23 al 31 luglio sarà la settimana dedicata alla falena, National Moth Week

Nota come Attacus Atlas, la falena cobra nasce fra le vette dell’Himalaya ed è una fra le più grandi al mondo, insieme alla Saturnia maggiore, che vive in Europa, e all’Antheraea mylitta, le falene giganti del genere Antheraea. La falena Acherontia atropos, nota come “Sfinge testa di Morto”, emette un verso stridulo e per questo in passato venne associata alle streghe e alle sciagure: fa paura, invece è totalmente innocua come tante delle cose che ci fanno paura.

Quando incontri una falena guardala da lontano, ammira la sua leggerezza aerea, imprimi nella mente i suoi colori autunnali, che assomigliano a fragili foglie secche. Da tempo immemorabile il simbolo della falena la lega al POTERE DELLA TRASFORMAZIONE: da bruco si trasforma in una farfalla, la metamorfosi della natura ci ricorda che la trasformazione avviene dentro ognuno di noi, senza sforzo. Dal latino, trans/forma, attraverso la forma: non bisogna avere fretta, tutto accadrà al momento giusto. Bisogna lasciare fare al tempo e affidarsi, noi che invece abbiamo fretta di fare tutto e subito.

Volando nella notte, le falene sono state associate al mondo dell’aldilà e alla capacità di vedere oltre. In alcune culture una falena che ci gira intorno è un nostro caro, scomparso, che ci viene a fare visita e chissà, non sappiamo se sia effettivamente così ma è così bello pensare, in queste lunghe sere d’estate che le persone a cui abbiamo voluto bene facciamo ritorno, solo per un attimo, per sfiorarci con una carezza. La prossima volta che vedrò una falena penserò a questo e chiudendo gli occhi manderò un pensiero a qualcuno che ora è lontano, per sentirlo più vicino.

Il 23 luglio inizia la settimana dedicata alla falena, National Moth Week (23-31 luglio), creata nel 2014 da un team internazione di ricercatore per condividere le ricerche e destare l’attenzione sulle falene, che spesso vengono uccise e invece sono una specie in via di estinzione. Per collaborare è possibile visitare il sito dedicato National Moth Week. Nella sezione Kids del sito puoi scaricare un album da colorare ideato sulla figura della misteriosa falena e giocare al memory game.




Meriggiare pallido e assorto

Scritta nel 1916 e pubblicata nel 1925 nella raccolta “Ossi di seppia”. Mezzogiorno d’estate, l’ora in cui tutto tace e nel silenzio immobile solo i suoni impercettibili della natura: il fruscio di un merlo in una siepe, le bisce che scivolano nella polvere della terra secca e sotto il sole interminabile la fila di minuscole formiche rosse, imperterrite nel caldo. I concerti delle cicale e lontano, il blu intenso del mare: che meraviglia quella parola, “scaglie” di mare, che è vero, guardandolo a distanza quell’immensa distesa azzurra, sembra un po’ di ricevere negli occhi schegge di  luce che brilla sull’acqua. E poi il sole che abbaglia e sedersi, come fa il poeta, all’ombra di un muro, uno di quei vecchi muri di mattoni dove una volta si usava mettere sopra cocci di bottiglia, chissà, un po’ per scoraggiare i ladri un po’ per tradizione e nell’ora della siesta, dove l’aria è così ferma e tutti dormono o sono nelle case, riflettere sull’esistenza e pensare con meraviglia a questa vita, così piena di travaglio, che è una parola antica per dire preoccupazione ma anche lavoro. Questa vita faticosa e anche bella, così complessa e complicata da spiegare, questa vita che in questa bellezza crudele e grande della natura, ci fa sentire anche disperati e stanchi, pieni insieme di stupore e malinconia. E di fronte a questi muri invalicalibili sentiamo un po’ anche i nostri limiti, e questo tempo che ci scorre addosso. E proprio d’estate, nel sole di mezzogiorno che colpisce l’anima, c’è anche la solitudine di quando tutto si ferma e, per un attimo, sembra morire tutto il mondo, in silenzio.

Meriggiare pallido e assorto: poesia di Eugenio Montale

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
m entre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.




Perdersi in Garfagnana

Al passo delle Radici San Pellegrino in Alpe è il valico che separa Emilia Romagna e Toscana, provincia di Modena e Lucca. C’è un cartello a ricordarlo proprio nel punto al crocevia dove la selva romanesca si apre. C’era un bar, uno di quei posti di legno e quella vecchia atmosfera di una volta, scampata al passato, con il bancone alto e i tavolini che socchiudevo gli occhi ed ero ancora in un tempo fatto da altri anni, cartoline in bianco e nero. Adesso la porta è sprangata, ha chiuso da un paio di anni.
Dietro la curva c’è san Pellegrino, se te lo lasci alle spalle e tieni la destra segui l’indicazione per Lucca e inizi a scendere. Giù, giù, curva dopo curva, come Alice quando cade nella tana del Bianconiglio attraverso il vuoto e le strade costruite, pezzo per pezzo, da chi su queste strade ci sputa sudore, catrame e fatica
terrapieni, argini
a combattere contro le frane e il rumore del Tempo che passa e sconquassa, abbatte, logora.

La provinciale 72, ex statale 324, mette in comunicazione la Garfagnana toscana e il tratto modenese dell’Appennino, la valle del fiume Secchia che nasce alle pendici dell’Alpe di Succiso e si tuffa nel Po dopo un lungo viaggio dalle sorgenti di montagna fino alle città di pianura. Da Montefiorino la provinciale 32, che si snoda lungo la via per Frassinoro, incrocia al Passo delle Radici la statale 486 che arriva da Modena passando per Sassuolo e la statale 12, da Pavullo nel Frignano. Tutte qui, una rete che fa un nodo: si congiungono con la vecchia 324 a Imbrancamento e questo nome dal suono importante e vagamente inquietante, dentro ha il suono di mille campanacci e urli, chiasso e caos: a questo incrocio i pastori diretti nelle terre toscane riunivano le pecore in un unico gregge prima di passare al di là.

Adesso ci sei, in una manciata di km segui la linea che si fa strada fra gli alberi. Un po’ più in là, sul fondo di questo imbuto magico di montagna che scende, troverai piccoli paesi e campanili e campi al sole. Intanto la luce del tramonto fa risplendere il profilo delle Apuane sullo sfondo, accidentate come un coltello seghettato, irregolari e belle, così strafottenti e segrete con le loro storie che appartengono a un altro territorio, fatto di una parlata e leggende diverse, che oggi sembra tutto vicino ma un tempo, a piedi e con gli animali, erano giorni di viaggio, notti all’addiaccio, luna e stelle sulla testa, respiro di freddo del vento di notte. Intanto il tramonto si fa rosa, arancione, viola indaco.

La strada provinciale 71, i patriarchi di Pratofosco: tre vecchi figuri che noterai per la saggia imponenza, li incontrerai seguendo il sentiero dopo una quarantina di minuti. Immersi nel silenzio, Castagno di Pratofosco, Faggio degli Stefanelli, 180 anni stimati, e Castagno del Volpiglione, albero monumentale della venerabile età fra 500 e 600 anni. Tu pensa, aver vissuto e sentito sulla pelle cinquecento inverni, essere morti cinquecento volte e rinati in estate, provato di nuovo le mille foglie che ti riempiono le braccia di verde e aver detto addio per cinquecento autunni, mentre tutto il mondo cambiava e lentamente scompariva. Lì vicino il piccolo oratorio di Boccaia, una preghiera nel silenzio, e giù sempre più dopo la curva ecco la frazione di Chiozza, con la torre campanaria nel centro del borgo e il fiume Esarulo, sull’antica via Vandelli, dove era un castello che oggi non esiste più e già nel 952 si menzionava questo centro abitato che ancora sopravvive. A Mozzanella, che nel Seicento venne distrutto dagli Estensi con un incendio, scorre il torrente Corvino e gli atti dell’archivio arcivescovile di Lucca raccontavano di un eremo di frati agostiniani. La montagna, il profilo delle rocce. Terra, prati infiniti che cambiano colore durante le stagioni dell’anno; boschi, alberi, case di pietra e legno, il ritmo lieve di una pace secolare. Dopo Castiglione di Garfagnana, incastonato su un contrafforte fra castagni e faggi, il ponte medievale dei Molini, un arco a sella d’asino nel verde del dirupo, visto dall’alto.

Castelnuovo di Garfagnana è a qualche chilometro, sempre dritto, tu vai a destra, direzione Aulla. Si cammina in bilico in un magico incrocio fra Garfagnana e Lunigiana, là dove fra poco si aggiungerà, a poca distanza, un’altra provincia ancora: La Spezia. La regione Liguria e i suoi borghi sono lì, tu non lo pensavi possibile invece sei a un centinaio di km da Modena e ottanta da La Spezia. Pieve Fosciana, Pontecosi, Villetta, Sillicagnana, San Romano in Garfagnana e Fortezza Verrucole, con la passeggiata che guarda tutto dall’alto, e poi Piazza al Serchio, con la locomotiva al centro, proprio lì in mezzo alla strada e alla piazza, una locomotiva a vapore memoria delle ferrovie – vennero costruite cinquanta locomotive come questa fra il 1922 e il 1923 – che una volta prestava servizio sulla linea Aulla Lucca connettendo Valle del Serchio, nel versante della Garfagnana, e Valle dell’Aulella, Lunigiana. Intorno castagni, faggi e cerri, è il Parco Naturale dell’Orecchiella, dove si nascondono cervi e caprioli.

Nella località Rimessa di Agliano, proseguendo lungo la provinciale 51, ecco che ti affacci sul Lago di Gramolazzo. Insieme al Lago di Vagli, famoso per essere il paese sommerso, si tratta di un bacino artificiale creato nel Novecento per lo sfruttamento di energia idroelettrica da parte della SELT Valdarno, oggi Enel. Ci sono le canoe sul Lago di Gramolazzo, si pesca e si nuota. La mattina inizia pigra, con la passeggiata sul bordo lago e la spiaggia di sassolini, fra le dita dei piedi pesciolini che guizzano via leggeri. A parte il camping c’è una piccola spiaggia libera all’inizio del paese. Se giri l’angolo, proprio prima del ponte, c’è il piccolo bar di Vittoriano che fa anche da osteria. Mentre aspetti da bere guarda a destra e vedrai, appesa al muro, una fotografia in bianco e nero incorniciata. Facce felici, giovani e rotonde, piatti di spaghetti: è il 31 dicembre del ’64, il primo giorno in cui si inaugurava il ristorante, in occasione del matrimonio di una cugina. Anche se in realtà è da ancora prima che si dà da bere e da mangiare perché c’era già un negozio di alimentari negli anni Trenta, era del nonno di Vittoriano, il papà della ragazza che si vede nella foto e ora è di là in cucina, seduta in questo luglio di cinquant’anni dopo, a guardare la vita che passa. Fuori, nel giardino inselvatichitico dal tempo, due mosche legnaiole dalle ali azzurre e un macaone, quelle farfalle dalle ali bellissime con i disegni geometrici bianchi, gialli e neri. L’odore forte della menta selvatica invade tutto: ce ne portiamo via qualche radice e vediamo se nascerà.




La scuola di Tito

io non me lo ricordavo, ma dentro al mondo della Pimpa – che io credevo scomparso invece esiste ancora – c’è un personaggio che si chiama Tito
è un piccolo cane blu
vorrebbe andare a scuola lui, ma è troppo piccolo
e allora, la scuola se la crea a casa
è una scuola inventata la sua,
sono i libri a raccontarsi
a prendere parola
le cose
tutto il mondo intorno
ed è vero, è così
all’inizio della nostra vita volevamo imparare tutto
eravamo esploratori instancabili
viaggiatori intergalattici in arrivo da sconosciute galassie su questa Terra di cui non sappiamo niente
lo siamo ancora.
Noi diciamo che non abbiamo tempo, ma i bambini molto piccoli non si danno per vinti. Ce lo ricordano con infinita pazienza ogni attimo:
non c’è niente altro da fare
se non
sperimentare
e
continuare
a
chiederci
che cosa
vogliamo
imparare

 

Scuola è ogni volta che apro gli occhi

 

qui da quando l’inverno se n’è andato e siamo tornati c’è stata la settimana delle passeggiate di primavera, la settimana in cui si piantano semi e si fanno i riordini della bella stagione, la settimana a zonzo alla scoperta dei bombi e a mettere il naso nelle case amiche; la settimana del vento, a svegliarsi presto e leggere libri sul tappeto com il caffellatte e quella in cui i libri si son letti di notte al chiaro di luna. La settimana del mare, a guardare le barche e costruire piste immense per le biglie, la settimana nudista in giardino fra sabbia, terra e acqua, la settimana dei bimbi, a fare amicizia e passare tutto il tempo in giro. Settimana scorsa è stata la settimana del ping pong e del calciobalilla, era da una vita che non ci giocavo, settimana di afa, giochi, sabbia e del fare gruppo.
Questa settimana a cosa sarà votata? ~ non lo so
ma,
dovremmo chiedercelo
che si sa, il tempo si misura in settimane
il weekend si ferma
il tempo
poi, ricomincia. E
via così, settimana dopo settimana
sia che tu faccia la casalinga o sia in fabbrica o in ufficio
il venerdì, il sabato, il fine settimana
è sempre un tempo diverso, speciale
un tempo del rallentare
non è una questione nostra,
te ne accorgi anche se sei in pensione
è il mondo intorno a dirtelo
il mondo per un attimo prende fiato,
respira
e poi si riparte
e intanto chiediamocelo
allora
qual
è
l’ispirazione
per
questa
nuova
settimana
?
Chiediamocelo a venti, quaranta, sessant’anni o novanta, che forse solo questo ci salverà
fino a cento e per sempre
l’entusiasmo
ogni giorno imparo
ogni giorno POSSO imparare
ogni giorno la scuola inizia quando apro gli occhi
ogni giorno è un nuovo viaggio




7 luglio

In Giappone si festeggia Tanabata, la festa della settima notte: accade durante la notte del 7 luglio, ma anche del 7 agosto, che in cielo si incontrino le stelle Vega e Altair. Secondo la tradizione è il momento giusto per esprimere un desiderio del cuore perché sarà esaudito. In Asia si appende fuori dalla porta un ramoscello di bambù e si scrive su una striscia di carta il proprio sogno, da appendere al ramo e affidare agli spiriti dell’aria.




5 luglio

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Il primo bikini della storia

Quando? 5 luglio 1946

Dove? Parigi, Francia

Chi? Louis Réard insieme a Micheline Bernardini, la prima a indossare un bikini

Che cosa? Siamo nello stabilimento della Piscine Molitor, una piscina molto popolare a Parigi, che esiste dal 1929: è una giornata di splendido sole, 5 luglio 1946. Micheline Bernardini indossa il bikini creato da Louis Réard, il quale si è ispirato all’abitudine delle donne di arrotolare il costume per abbronzarsi meglio, sulle spiagge di Saint Tropez

Si chiama bikini, è il costume scandalo che lascia scoperta la pancia e osa solo due triangoli per coprire il seno. Una settimana prima la notizia dei test atomici degli Stati Uniti sull’atollo Bikini nell’Oceano Pacifico

Poi.. ? Ci vorranno anni per prendere coraggio e ancora per un bel po’ in moltissime spiagge d’Europa ci saranno multe salate per chi osa indossare un bikini. Intanto un’azione densa di conseguenze è stata compiuta: la pelle è finalmente esposta! Mostrare l’ombelico, uno scandalo. L’inizio di una rivoluzione culturale.

Le Five Ws o W-h question sono considerate una delle regole base del giornalismo – Who, What, Where, When, Why – ovvero, chi, che cosa, dove, quando, perché. Tuttavia, nel rocambolesco libro dei giorni della nostra esistenza talvolta il perché è un fatto estremamente sfuggente: a volte ritroviamo solo dopo anni le ragioni segrete che ci hanno condotto a certe scelte, talvolta non le sapremo mai e forse solo dall’alto, invisibili e senza tempo, potremo un giorno guardare ciò che è stato il nostro tempo. Nel frat/tempo conosco un viaggiatore intergalattico che dice sempre “e poi… poi, poi”: la Biblioteca del Tempo nella totale libertà e disordine dei fatti coglie questa parola come ispirazione al cambiamento. Anziché chiederci “perché” sostituiamo “why” con “then”… e poi, cos’è successo? Forse se fossimo più concentrati su ciò che ogni singolo fatto e incontro apporta nelle nostre piccole vite potremmo vedere l’incredibile magica trama delle conseguenze che avvolge ogni singola cellula del mondo.

A proposito, per quanto riguarda il bikini vero è che nel 1946, nel dopoguerra di un’Europa che si stava ricostruendo, i nuovi costumi (di stoffa e in senso morale) scompigliarono le abitudini. Ma, non è del tutto vero che fu la prima vola in assoluto del bikini. Infatti, già sugli antichi mosaici di Piazza Armerina a Enna, in Sicilia, otto ragazze incuranti del tempo che passa giocano a palla. Dichiarata Patrimonio Mondiale Unesco, Villa del Casale e i suoi mosaici sono stati datati fra il 320 e il 370 aC.




Elogio dell’ozio

“Come molti uomini della mia generazione, fui allevato secondo i precetti di un proverbio che dice “l’ozio è il padre di tutti i vizi”. Poiché ero un ragazzino assai virtuoso, credevo a tutto ciò che mi dicevano e fu così che la mia coscienza prese l’abitudine di costringermi a lavorare sodo fino a oggi. Ma sebbene la coscienza abbia controllato le mie azioni, le mie opinioni subirono un processo rivoluzionario. Io penso che in questo mondo si lavori troppo e che mali incalcolabili siano derivati dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa (…)

L’idea che il povero possa oziare ha sempre urtato i ricchi. In Inghilterra, agli inizi dell’Ottocento, un operaio lavorava di solito quindici ore al giorno e spesso i bambini lavoravano altrettanto (nella migliore delle ipotesi dodici ore al giorno). Quando degli impiccioni ficcanaso osarono dire che tante ore forse erano troppe, gli fu risposto che la sana fatica teneva lontani gli adulti dal vizio del bere e i bambini dai guai. Quand’ero piccolo, cioè poco dopo che gli operai di città conquistarono il diritto di voto, la legge istituì certe giornate festive, con grande indignazione delle classi ricche. Ricordo di aver udito questa frase dalla bocca di una vecchia duchessa: “Ma che se ne fanno i poveri delle vacanze? Tanto loro devono lavorare”.

Bisogna però dire che, mentre un po’ di tempo libero è piacevole, gli uomini non saprebbero come riempire le loro giornate se lavorassero soltanto quattro ore su ventiquattro. Questo problema, innegabile nel mondo moderno, rappresenta una condanna della nostra civiltà, giacché non si sarebbe mai presentato in epoche precedenti. Vi era anticamente, una capacità di spensieratezza e di giocosità che è stata in buona misura soffocata dal culto dell’efficienza. L’uomo moderno pensa che tutto deve essere fatto in vista di qualcos’altro e non come fine a se stesso.

(…)

Soprattutto, ci sarebbe nel mondo molta gioia di vivere invece di nervi a pezzi, stanchezza e dispepsia. Il lavoro richiesto a ciascuno sarebbe sufficiente per farci apprezzare il tempo libero, e non tanto pesante da esaurirci. E non essendo esausti, non ci limiteremmo a svaghi passivi e vacui. Almeno l’uno per cento della popolazione dedicherebbe il tempo non impegnato nel lavoro professionale a ricerche di utilità pubblica e, giacché tali ricerche sarebbero disinteressate, nessun freno verrebbe posto all’originalità delle idee. Ma i vantaggi di chi dispone di molto tempo libero possono risultare evidenti anche in casi meno eccezionali. Uomini e donne di media levatura, avendo l’opportunità di condurre una vita più felice, diverrebbero più cortesi, meno esigenti e meno inclini a considerare gli altri con sospetto. La smania di fare la guerra si estingurebbe in parte per questa ragione, e in parte perché un conflitto implicherebbe un aumento di duro lavoro per tutti. Il buon carattere è, di tutte le qualià morali, quella di cui il mondo ha più bisogno, e il buon carattere è il risultato della pace e della sicurezza, non di una vita di dura lotta. I

Bertrand Russell, “Elogio dell’ozio” (Arnoldo Mondadori Editore, 1981) pp. 9, 14, 19, 22