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Elogio dell’ozio

“Come molti uomini della mia generazione, fui allevato secondo i precetti di un proverbio che dice “l’ozio è il padre di tutti i vizi”. Poiché ero un ragazzino assai virtuoso, credevo a tutto ciò che mi dicevano e fu così che la mia coscienza prese l’abitudine di costringermi a lavorare sodo fino a oggi. Ma sebbene la coscienza abbia controllato le mie azioni, le mie opinioni subirono un processo rivoluzionario. Io penso che in questo mondo si lavori troppo e che mali incalcolabili siano derivati dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa (…)

L’idea che il povero possa oziare ha sempre urtato i ricchi. In Inghilterra, agli inizi dell’Ottocento, un operaio lavorava di solito quindici ore al giorno e spesso i bambini lavoravano altrettanto (nella migliore delle ipotesi dodici ore al giorno). Quando degli impiccioni ficcanaso osarono dire che tante ore forse erano troppe, gli fu risposto che la sana fatica teneva lontani gli adulti dal vizio del bere e i bambini dai guai. Quand’ero piccolo, cioè poco dopo che gli operai di città conquistarono il diritto di voto, la legge istituì certe giornate festive, con grande indignazione delle classi ricche. Ricordo di aver udito questa frase dalla bocca di una vecchia duchessa: “Ma che se ne fanno i poveri delle vacanze? Tanto loro devono lavorare”.

Bisogna però dire che, mentre un po’ di tempo libero è piacevole, gli uomini non saprebbero come riempire le loro giornate se lavorassero soltanto quattro ore su ventiquattro. Questo problema, innegabile nel mondo moderno, rappresenta una condanna della nostra civiltà, giacché non si sarebbe mai presentato in epoche precedenti. Vi era anticamente, una capacità di spensieratezza e di giocosità che è stata in buona misura soffocata dal culto dell’efficienza. L’uomo moderno pensa che tutto deve essere fatto in vista di qualcos’altro e non come fine a se stesso.

(…)

Soprattutto, ci sarebbe nel mondo molta gioia di vivere invece di nervi a pezzi, stanchezza e dispepsia. Il lavoro richiesto a ciascuno sarebbe sufficiente per farci apprezzare il tempo libero, e non tanto pesante da esaurirci. E non essendo esausti, non ci limiteremmo a svaghi passivi e vacui. Almeno l’uno per cento della popolazione dedicherebbe il tempo non impegnato nel lavoro professionale a ricerche di utilità pubblica e, giacché tali ricerche sarebbero disinteressate, nessun freno verrebbe posto all’originalità delle idee. Ma i vantaggi di chi dispone di molto tempo libero possono risultare evidenti anche in casi meno eccezionali. Uomini e donne di media levatura, avendo l’opportunità di condurre una vita più felice, diverrebbero più cortesi, meno esigenti e meno inclini a considerare gli altri con sospetto. La smania di fare la guerra si estingurebbe in parte per questa ragione, e in parte perché un conflitto implicherebbe un aumento di duro lavoro per tutti. Il buon carattere è, di tutte le qualià morali, quella di cui il mondo ha più bisogno, e il buon carattere è il risultato della pace e della sicurezza, non di una vita di dura lotta. I

Bertrand Russell, “Elogio dell’ozio” (Arnoldo Mondadori Editore, 1981) pp. 9, 14, 19, 22




A Gabicce Mare

in uno spazio tempo a metà via fra Cesenatico degli anni Ottanta e i matrimoni lampo di Las Vegas vive
Gabicce

a Gabicce non si dorme mai e si mangia a stento,
i “ciucciamonetine” sono alti un metro e mezzo o poco più,
conoscono bagnini e baristi, con cui hanno traffici segreti: è tutto uno scambiarsi soldini e monetini per avviare i temibili giochi, che sono
ovunque. Impossibile andarsene dalla spiaggia: bimbi! esclama il piccolo viaggiatore con il dito puntato
e del mare chissenefrega

il centro del mondo è la spiaggia,
giochi: giochi è la prima parola con cui ci si sveglia la mattina e mentre si aprono gli occhi suona imperioso un monito interiore:
là, fuori
fuori. Giochi!

C’è il camper di Adriano al bagno 28, si narra che quando arrivò i piccoli viaggiatori intergalattici facevano la fila. Me lo dice il bagnino Francesco, che per passione legge grossi volumi di economia in lingua inglese all’ombra. Al sole delle due resistono solo le signore più abbronzate, indefesse con il cappellino sulla fronte: loro, quelli piccoli, non si arrendono

scotta la sabbia? no
correre! dicono, e se ne vanno correndo mentre i grandi si salutano in fretta e lasciano i discorsi a metà.
Abbiamo tutti gli stessi giocattoli, molto simili, cambiano i colori e qualche forme. TrattoLe! I trattori sono i preferiti, ruspe, palle che il vento disperde continuamente e
ovviamente, secchiello e paletta.

Sono oggetto di lunghe contrattazioni fra i più piccoli, secchiello e paletta. Una palestra con cui i più volenterosi imparano, e insegnano, l’uso dei possessivi e della filosofia politica: mio, tuo, suo, condivisione, riappropriazione, appropriazione indebita, prestito, riscossione etc. Gli stronzi di solito iniziano a intuirsi già a questa età, hanno modi di fare che rivedrai a diciotto o quarant’anni, solo con più rughe.

Ma a volte è da un graffio e uno spintone che nasce un’amicizia. Perché tu, che cammini su questo pianeta da un po’, te ne andresti. Invece loro no: i giovani viaggiatori dello spazio, neo neanderthaliani, stanno ripercorrendo la storia dell’umanità in breve. Sono convinta che sia un’informazione impressa nel DNA, esce allo scoperto all’inizio del viaggio sulla Terra. Mio! No! Tu! IO! dicono “io” per dire “tu” e “tu” per dire “io”, si lanciano urli e danno spintoni, ma poi tornano, proprio come preistorici Neanderthal ribadiscono le posizioni, le discutono, si guardano dritto negli occhi, si lanciano sabbia e si depistano, si perdonano, si baciano, si odiano, si fanno la guerra e fanno pace

e poi te ne vai, un po’ più in là.
C’è il bagno Marisa al 23, dove incontri il gruppetto degli amici con cui proprio ti trovi. Succede a ogni età, affinità elettive, qualcuno le chiama, o più semplicemente la capacità di allenarsi a riconoscere quelli con cui ti piace fare gruppo: un esercizio che forse è il più importante di tutti e per tutta l’esistenza. Forse è proprio da questo allenamento che nasce il desiderio e la forza di non accettare passivamente la classe, la scuola, o i colleghi del lavoro ma di andare a cercare le situazioni e le persone con cui sentiamo di star bene; sapere che sì, è sempre possibile trovarle. Soprattutto se continui a camminare ed esplorare, sapendo che è un viaggio, che ti fermerai con qualcuno e non è affatto detto che saremo amici, non possiamo essere amici di tutti: questa è una grande e meravigliosa verità.

Vogliamo appiattire i bambini dicendo ‘sii amico di tutti’, ‘i giocattoli sono di tutti’. Ma tu non daresti la tua borsa o il vestito a cui tieni a chiunque. Dentro, anche se sei alto meno di un metro, intuisci che c’è qualcosa di storto, qualcosa che non torna in queste parole. No, non possiamo essere amici di tutti: bisogna imparare a sentire. E scegliere. E sperimentare, vivere, metterci alla prova. Curiosare. Uscire dal proprio spazio e vedere che effetto fa. Provare a giocare insieme, sbirciarsi a vicenda.

C’è Luca che ha cinque anni, anzi sei, ma non so quando sono nato in ogni caso o venerdì o sabato o domenica perché al mio compleanno è sempre festa, c’è Maria Sole che è sua sorella e di anni ne ha tre e Anastasia, la grande, che ne ha nove e suo papà, bravissimo a costruire piste giganti, che ogni tanto scappa a fumare, quando può – ancora un’altra ? – dice lei e scuote la testa. C’è Ettore che, la sua mamma sospira, spero si stanchi e vada a dormire. E poi Domenico che ha il costume con i teschi e gli occhi azzurrissimi: sono in quattro fratelli, ognuno distante cinque anni dal precedente o successivo. E poi Simone, che passerebbe la vita su uno scoglio o in acqua a nuotare come un pesce.

Tutti festeggiano le pagelle, comunque sia andata, e l’inizio di una nuova stagione dell’anno e della vita: le vacanze, desiderio di un anno intero. In barba alle preoccupazioni su ragazzini curvi sugli schermi, a Gabicce mare impera, incontrastato, il vecchio gioco delle biglie

le biglie sono palline di plastica colorata con dentro un’immagine, una figurina di carta diversa così ognuno può riconoscere la sua. Ogni giorno si fanno piste immense, dotate di tunnel, salite, discese ardite e fossati: questo impegna all’incirca tutta la mattina; poi si svolge la gara di biglie. Subito dopo è l’atto finale di distruzione perché le buche vanno richiuse altrimenti una persona può cadere e si rompe una gamba, soprattutto i vecchi, e poi il bagnino si arrabbia: questo lo sanno tutti i bambini. Per i più piccoli una delle cose più difficili da capire è perché alla cura estrema a non rompere mura e parapetti e tunnel in un attimo si sostituisca la furia cieca della distruzione. Tant’è, succede anche nella vita. E di solito, in spiaggia come nel quotidiano, solo chi ha costruito ha il diritto di rompere: diritto che si accaparrano i più grandi, che tanto si sono impegnati con secchi, sabbia, leganti e leggi dell’architettura dei ponti.

ogni giorno è diverso, ma solo se lo vuoi. Perché
se non fai programmi e ti lasci portare dalle sensazioni
può darsi che ieri ti farai un caffettino e uscirai tardi, senza orologio finendo per tornare tardissimo, al tramonto, con un cartoccio di spiedini di gamberi e calamari, la sabbia fra le dita dei piedi e ovunque, la pelle rossa di sole e appena il tempo di fare una doccia prima di addormentarsi
oggi hai lasciato aperta la tapparella e ti sei alzata presto, beato chi ama svegliarsi all’alba e cammina nella spiaggia ancora umida fra i colori che dipingono l’inizio del mondo

domani non sappiamo che sarà,
non lo sappiamo mai a dire il vero solo che cerchiamo di darci orari, tempistiche, programmi,
giusto per star tranquilli
giusto per occupare il tempo

e ci perdiamo il gusto,
il gusto di vivere attimo per attimo, che
ogni attimo ti dice di cosa c’è bisogno in questo momento
proprio questo, adesso e qui

tutto questo sembra estate, ma è ancora primavera,
gli ultimi giorni di primavera
a Gabicce Mare.




La filosofia della gentilezza

 

La filosofia della gentilezza è un modo di stare al mondo: essere gentili, una sfida. Ecco la rivoluzione: a bassa voce, con un sorriso

Ci sono delle cose che dovremmo tenere a mente e una di queste, insieme alla gratitudine, è la gentilezza. Sulla gratitudine ci hanno scritto dei libri, compresa Oprah (Winfrey), che a dire il vero ha avuto una vita per niente facile e se non fosse per qualcosa di più che una sterile analisi dei fatti probabilmente sarebbe ancora immersa nelle sabbie mobili del rancore. Sì, la rabbia ci divora da dentro: ci smangia e consuma l’impossibilità, o almeno il crederlo tale; ci logora l’eterna attesa, la tristezza che deprime, la pioggia che intride, il rimorso, il rimpianto, la nausea di tutto. La sensazione che avrebbe potuto essere meglio, sempre e comunque.

La meditazione ti fa fermare e vedere quello che vivi, qui e adesso, sof/fermarsi a respirarlo, soffiarlo via, incamerarlo
è esattamente quello che succede quando sono grata. Mi fermo e lo vedo, tutto ciò che ho vissuto: entra nel naso, in gola, riempie i polmoni.
A volte è forte, troppo forte; fa pizzicare il naso, gli occhi, la pelle. Fa scendere il naso e ridere, piangere, in una parola: emozionarsi.

Piange o ride, non si capisce quale delle due, ha detto oggi un bambino parlando di uno più piccolo che voleva aiutare.
Ecco, non diciamocelo. Importa davvero dare il nome a tutto? Malinconia, disperazione, attesa, felicità, trepidazione, quante sfumature infinite tutto quello che possiamo provare. Ci hanno detto che importante saper leggersi dentro, ma magari è tutto questo e ancora molto altro.

Questo è il punto. Non mi forzo. Non mi sforzo. Quando smettiamo di farlo allora iniziamo a essere gentili con l’ultimo degli ultimi: noi stessi. Noi, che siamo quelli che ci giudichiamo. E arranchiamo, corriamo, non ci bastiamo, ci allunghiamo, ci facciamo piccoli o grandi a seconda del caso.

Gentilezza, una parola bellissima.
Che cosa ci vuole nella vita? Più gentilezza.

Sembra che la parola “gentilezza” indichi l’appartenenza alla stessa gente, a un medesimo gruppo sociale. I bambini in questo a volte sono giudici terribili: devi entrare nel cerchio per poter essere trattato con gentilezza, devi osare e giocartela, devi volerlo e rischiare.

Abbiamo questa idea di dover tirare fuori il meglio da noi stessi e dal mondo. Invece basterebbe vedere quanto siamo già tutto questo e oltre, altro.
Eravamo bellissimi, quando abbiamo iniziato a percorrere questa strada, appena precipitati su questa sfera azzurra chiamata Terra.
Siamo bellissimi e nessuno ce l’ha mai detto.

 




Trovare la bellezza nel mondo

Le rose perché sbocciano tutte insieme e all’improvviso
I bambini perché portano caos nelle vite ordinate
I cani perché conoscono l’amore
La pioggia perché tutto fa risplendere
I fiori selvatici perché sono alieni silenziosi e noi ancora lì a cercare nel cielo ciò che non sappiamo riconoscere in terra
Il legno, la terra, l’acqua perché veniamo da lì
Le giornate fatte di ore lente, dove niente accade, perché ci fanno osservare il sole
Le spine delle rose, i germogli appena nati, camminare a piedi nudi, liberare una lucertola, le ortiche che fanno ahi e la pizza da impastare, gli aperitivi fino a tardi, aspettare l’imbrunire, l’orizzonte silenzioso e indaco, le prime stelle della sera, un sogno bello
quante cose ci salvano
con la bellezza

– Trovare la bellezza nel mondo è un esercizio quotidiano, dentro ha il potere della gentilezza che si china e, flessibile sulle ginocchia, si inchina alla vita. Domani voglio continuare a trovare…




Giugno

primo giorno di giugno, il “mese delle ali di cicala”, uno dei nomi di giugno in Giappone.
La guerra in Ucraina è al giorno 97, fra tre saranno cento: è passato febbraio con gli ultimi strascichi di inverno, sono sgocciolati via marzo e aprile con la Pasqua, che quest’anno si è magicamente sovrapposta fra cristiani cattolici, ortodossi e la fine del Ramadan. Scivolato via maggio, con gli acquazzoni che sconquassano e il sole che già fa immaginare l’estate, è un nuovo mese

il 24 di giugno, san Giovanni, è il momento di raccogliere i fiori di camomilla, si diceva un tempo.
Questo è il mese del solstizio e dei fuochi, che celebravano la danza del sole e la natura che di nuovo cambia e incontra una nuova fase. Il mese delle vacanze estive, del grano e dell’amore.

Nella notte infinita del 24 si davano appuntamento le streghe e forse ancora lo fanno, nascoste tra foreste antiche e giungle di cemento. Torneranno le lucciole, a breve, aleggeranno luminose sui prati di notte, mentre i pipistrelli ci sfiorano con un brivido.
E nei falò si bruciavano le ossa per scacciare i diavoli e si ballava intorno cantando la notte e prendendosi per mano, furtivi. La stagione dell’amore sì, del grano da tagliare, dei papaveri che inondano il mondo di rosso e del caldo che ferma il mondo. Ma proprio quando il sole è al massimo già inizia a calare e il buio, lentamente tornerà a farsi posto nelle ore di luce.

Questa è la lezione del solstizio e dell’estate, l’ombra è là dove la luce risplende di più. E un po’ prende la gola, questa inquietudine leggera. È il senso della fine che sta in tutte le cose, che di giorno ce la dimentichiamo ma il tramonto la ricorda.
Con la cenere dei fuochi di san Giovanni ci si strofinava per togliere il malocchio e la sfortuna, un tempo. La mattina, nell’acqua di san Giovanni fatta di fiori lasciati a riposare alla luce della luna, le ragazze leggevano il loro futuro e poi si lavavano il viso con la rugiada, che gli antichi Romani pensavano avesse moltissime proprietà. È tempo di raccogliere le noci, ancora verdi, per preparare il liquore nocino.

Mia nonna guardava alla finestra il sole e sapeva che in un certo punto, lì lungo il profilo sul crinale delle montagne, tramontava in giugno, in un altro punto a settembre. E così, l’estate aveva una durata che si misurava nello spazio, sulla punta delle dita e con lo sguardo. Che in fondo questo è la vita, ricordarsi ogni tanto di fermarsi
e avere tempo per guardare dove finisce il Tempo




Piccole scoperte meravigliose

Curiosità, motore del mondo: è per curiosità che usciamo dalla porte, ci mettiamo su nuove strade; cambiamo lavoro, casa e amori, ci mettiamo alla prova, andiamo alla scoperta di nuovi orizzonti, ci sentiamo insoddisfatti.
Inquieti, nulla ci basta mai. Abbiamo bisogno di esplorare, sperimentare
la vita
in ogni forma,
pur sapendo che non è possibile, ci dobbiamo accontentare.
Non possiamo vivere più di una vita alla volta,
tranne,
forse
che

con l’immaginazione.
Lei sì, ci salva:
è con il potere dell’immaginazione che
viaggiamo
attraverso lo spazio e il tempo,
solcando le onde invisibili di oceani primordiali.
Chiudiamo gli occhi e siamo altrove,
possiamo volaree
essere in altri luoghi e altre vite,
superare i nostri limiti
fare un salto al di là di ciò che siamo.

Quali sono le piccole scoperte meravigliose? Sono quelle quotidiane, le scoperte di ogni giorno, quelle che ci vuole attenzione per vedere. E cuore per comprendere

Ogni volta che usciamo di casa se apriamo veramente gli occhi
corriamo un rischio: è il pericolo di
essere interrotti,
fermarci
andare altrove, incontrare un bivio che
ci porterà fuori strada. Ci farà scoprire
nuove rotte, perdere, dimenticare ciò che
stavamo cercando.

La parola “meraviglia” viene dal latino mirari, “meravigliarsi”: è lo stupore di ciò che ci lascia attoniti. Accade innumerevoli volte da bambini, solo che tu più passano gli anni più te ne dimentichi, tutto diventa un già visto e già sentito. Te ne sei dimenticato che c’è stata un’epoca in cui tutto era una prima volta, tutto era stupore e meraviglia, oggi te l’aspetti e mentre facciamo dell’aspettativa una regola, lentamente si sbriciola la magia, che invece è una componente fondamentale della meraviglia e… dell’infanzia, non per caso.

Come recuperare angoli di meraviglia nella nostra vita? Camminare in compagnia dei bambini aiuta, ma a dire il vero viviamo in una società dove è sempre più raro avere l’occasione di passare del tempo con i più piccoli, a meno che non facciano parte della cerchia delle nostre piccole famiglie. Eppure, quella di trovare occasioni di meraviglia è una missione, va esercitata nel tempo e con dedizione, passione, curiosità. In fondo, è una questione di sguardo. Perché dietro la rigida maschera del quotidiano si nascondono infinite occasioni di meraviglia. Vale sempre la pena meravigliarsi.. Dentro, c’è il movimento sinuoso e inarrestabile della bellezza, è la poesia che ci salva la vita perché ci riconnette a tutto quello che ci fa sentire tragicamente belli e talvolta infelici, inquieti, ribelli, veri, coraggiosi, paurosi, indomiti, pieni di speranza e forza. In una parola, vivi.
Ogni volta che mi meraviglio riconosco, con stupore, quanta vita scorre ancora in me.

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La lezione del non ti scordar di me

Si regalavano prima di partire per un lungo viaggio, come protezione, e secondo Plinio il Vecchio questo piccolo fiore azzurro era un rimedio universale contro tutto ciò che rende cupa la vita.
In Canada è il simbolo con cui si ricordano i soldati caduti durante la prima guerra mondiale, ma anche i malati di Alzheimer; in tutto il mondo, i bambini scomparsi.
il potere dei piccoli è smisurato, sussurra il nontiscordardime
compare in mezzo alla primavera e a un tratto riempie i prati di infiniti occhi azzurri. È persistente, questo piccolo fiore, si aggrappa alla vita, resistente e tenace al punto da essere considerato erbaccia per il suo potere infestante. È piccolo, sì. Ma crea una moltitudine. Ci ricorda che un singolo pensiero può diventare potente. Di sé fa moltiplicazione ed è così che rivoluziona il mondo intero, tutto intorno

✏️ myosotis alpestris blu, non ti scordar di me




Crescere bambini come alberi

“Non vi è uniformità geometrica in nessuna parte dell’albero. E tuttavia sappiamo che il seme, i rami, le foglie sono un tutt’uno. Sappiamo anche che nessuna figura geometrica può gareggiare in bellezza e grandiosità come un albero in piena fioritura”
Gandhi

per crescere
ogni piccola pianta
ha bisogno di calore,
attenzione
amore
ogni piccola pianta
ha bisogni fondamentali.
Il nutrimento che viene dal soddisfare la sopravvivenza,
il nutrimento che viene dal calore,
il nutrimento che viene dal sapere, e sentire: sì, ti vedo sì, ti sto guardando sì sono qui
il bambino che siamo dentro per sbocciare ha bisogno del SÌ. E se non l’hanno fatto prima, possiamo sempre dircelo oggi. Ora. A bassa voce. Dentro noi se stessi.

Sì, ti vedo. Sì, sei una persona bellissima. Sì, hai un sorriso meraviglioso. Sì, quando piangi va in pezzi tutto il mondo. Sì, hai sogni incredibile. Sì, sei vulnerabile e sei forte. Sì, puoi iniziare. Sì, puoi osare. Sì, puoi immaginare. Sì, puoi sorridere. Sì, sei un essere unico. Sì, hai un cuore antico e semi che fanno di te la persona che sei: spargili, guarda i colori della tua anima, distendi i tuoi petali al sole, sii foglia e lasciati sommergere di luce, apri le braccia e diventa rami verso il cielo
inebriati di energia
perché puoi,
siamo vivi

L’EDUCAZIONE DEI BAMBINI COME ALBERI

Gli alberi sono indipendenti
possenti,
anno dopo anno
forti
selvaggi
orgogliosi
capaci di integrare
contemplare

in natura
non esiste errore.
La deviazione
diventa meraviglia,
l’ostacolo inglobato

Gli alberi non vengono coltivati, al massimo
custoditi
amati
aiutati.
Potati, a volte.

È sempre difficile tagliare un ramo, ancor che secco

Gli alberi crescono forti e liberi
bevono sole e tempesta,
respirano l’aria che tira.
Diventano alti e vanno a cercarsi l’ossigeno e la luce di cui hanno bisogno. Per crescere

dentro
scorre linfa vitale.
Baciati dalla luce

ognuno dentro ha un seme

mai ci sogneremmo di
trattare tutti gli alberi nello stesso modo.

Invece con i bambini lo facciamo: cerchiamo regole e leggi universali da applicare. Ma
c’è quello che si sveglia e quello che ha fame, chi ha bisogno di mamma e chi degli amici, chi ama le verdure e chi non ne vuole sapere. Ogni bambino è un mondo e un tempo diverso.

ogni bambino ha un seme e
cerca di sbocciare
a modo suo




La lezione del tarassaco

C’è una cosa che ci insegna il tarassaco ed è
il senso della trasformazione.
La parola “cambiamento” viene dal verbo greco “kamptein”: significa
curvare, piegare, girare intorno
il cambiamento ti capita fra capo e collo,
è un tormento a volte, o
un ostacolo
spesso non lo decidi
è una cosa bella, come un lavoro nuovo, sposarsi, cambiare casa, un nuovo progetto
oppure un fatto triste, una malattia, un incidente
è qualcosa che si mette sulla nostra strada e ci costringe a
cambiare
direzione. E allora,
succede: muovo
lentamente
il collo,
prendo la curva
Trovo un altro sguardo
e un’altra direzione.
La trasformazione no,
è un’altra cosa. Viene dal latino,
trans-forma
attraverso la forma.
La trasformazione viene da dentro.
È questa la lezione di coraggio del tarassaco, lui che nasce sole,
con mille braccia gialle
e diventa vento, soffione leggero
si disperde nell’aria
portando in giro desideri :
nulla accade se
non accade prima dentro.
La realtà
cambia
quando
si trasforma
il mondo dentro.
Allora sì, che là fuori
mille impronte gialle
diventano strade nell’aria




Per la felicità ci vuole coraggio

Avevi un sogno. Poi ci si è messa in mezzo la pandemia. Avevi un sogno ed eri così giovane, poi ci si è messa in mezzo la vita, il marito sbagliato, il lavoro che non va. Sono passati gli anni, a volte ci pensi. A volte, invece, i sogni cadono in fondo a tasche così profonde che non li vedi più, o li ritrovi dopo anni, come la matita dentro le tasche del cappotto di uno morto cent’anni fa: serviva a ricordare qualcosa, ma nessuno sa più che cosa dovesse annotare.

Mangi un cioccolatino e allora puoi mangiarne un’intera scatola, visto che è lunedì oggi facciamo eccezione. Ma ormai la settimana è iniziata, è già andata in vacca e allora tanto vale, lasciamola andare come andrà. Cade tutto a pezzi: debiti, contratti, delusioni. Si accumulano sui mobili all’entrata e la mente sta sempre lì, all’ingresso senza mai fare un passo oltre, in attesa, aspettando il momento giusto che non arriva mai. Il momento in cui finalmente è tutto a posto. Eppure la vita continua ad accadere, ecco perché il sospirato tempo in cui niente accade è quello della morte ma noi non ce ne rendiamo conto.

Sogniamo la perfezione e ci schianta l’essere perennemente imperfetti. Allora, tanto vale. Mandare tutto in vacca è un retropensiero costante.

Viviamo così, lacerati fra la voglia, il bisogno di essere persone migliori e la realtà che ci schiaccia. Perché intanto c’è la vita quotidiana, i biglietti del bus dimenticati, la bolletta con la mora, i tradimenti e le tarme, le cose che vanno storte e a volte con un po’ di colla si riattaccano ma certi giorni non ce la fai proprio. Che rammendare non si rammenda più e un perché c’è: non abbiamo più tempo. La vita certe volte sembra un’eterna bolletta con la mora.

Siamo diventate brave e bravi, molto bravi. A osservare la situazione, capire che cosa vuole ognuno di quelli che ci circondano, alleggerire gli animi, parlare -anche troppo, a volte- per riempire i buchi, sfilacciare la tensione, cucire gli umori. Osservare per dare a ognuno ciò che serve per essere felici, o almeno un po’ meno infelici. E noi? Abbiamo imparare a riconoscere ciò che ci fa felici o ancora no?

E così si avanti. Da secoli.

Ci hanno fatto credere che con il potere della mente puoi fare qualsiasi cosa. Invece, ci sono anche io, urla il corpo. E te lo ricorda: con una malattia o una sofferenza o persino una felicità imprevista. Il corpo ci ricorda che non esistiamo a millemetri da terra: siamo qui, ora. Siamo il nostro corpo, siamo la nostra mente. Mente e corpo sono uno dentro l’altro, inestricabilmente. Il dolore sì, ha a che fare anche con la sua gestione ma ci vorrebbe un po’ di più. E non ce l’hanno insegnato. Ci vorrebbe un’educazione al dolore, alla morte, alla vita, all’essere qui su questa terra, alle potenzialità del corpo di bambina, bambino, donna e uomo, e non ce l’hanno insegnato.

A volte il corpo stupisce anche in senso contrario. Il corpo riesce a sostenerci in modi incredibili ed è già sopravvissuto mille volte. Tutti noi dovremmo ricordarcelo: possiamo morire, ogni attimo. Anzi, è già un miracolo essere qui. Potevamo essere già morte e morti mille volte. Ecco, la vita riequilibria le cose perché a volte le cose grandi, che sembrano inaffrontabili, ci danno la possibilità di scegliere: o annego o sopravvivo, o cado vittima e in ansia o da questa cosa io voglio imparare e diventare più forte.

Siamo figlie e figli, tutti. E quindi? Sì, ogni storia è diversa: c’è chi è solo, chi ha un gatto, chi ha figli, chi vive con bambini, chi sta scegliendo di vivere altrove. Io me la ricordo quella bambina. Anche tu te la ricordi. Stiamo facendo tutto questo per lei. Se siamo arrivate fino a qui è perché non l’abbiamo dimenticata. Conosciamo i suoi sogni, le sue delusioni, le speranze e i bisogni. Abbiamo cercato di proteggerla, cerchiamo di farlo ogni giorno, per quanto possibile.

Io voglio ridere. E voglio circondarmi di persone che ridono. Questo era quello che volevo, in fondo una promessa semplice ma che richiede impegno perché attorno sembra che tutti siano -oggi più che mai- tremendamente impegnati a litigare, lamentarsi, s/parlare. In questo i bambini, sono i nostri alleati. Perché loro sono bambini, proprio come lo eravamo noi e ancora lo siamo, dentro: loro ci tirano fuori quella parte bambina. Anche i vecchi possono essere nostri alleati. Perché entrambi vivono l’essere vulnerabili, essere in balia di, aver bisogno di aiuto. Che a dire il vero, aver bisogno di aiuto non è questione di età, ma di vicissitudini dell’esistenza.

E va bene, ognuno con la sua vita.
La prima rivoluzione è toglierci il peso del dover-essere. Chissenefrega. Fuggire da questa fissazione del dover essere…. Figlie, Madri, Partner, Ruoli, Lavori. Si potrebbe continuare all’infinito con tutte le definizioni che pensiamo di dover essere. Voglio cercare di conoscere l’altro per quello che è: una persona. Anche io lo sono, semplicemente una persona.

Ogni essere umano è unico. Siamo donne, uomini. Siamo bambini, dentro
E i bambini sono saggi, come alberi crescono alti e forti. Non c’è qualcuno che possa allungare i rami o le radici, è la pianta a seguire le sue evoluzioni e i suoi tempi. I bambini di oggi cresceranno, come siamo cresciuti noi. Forse quello che posso fare, nel mio piccolo, offrire acqua quando serve, un po’ di luce. Dare più ascolto, questo sì, risate, esplorazioni, piccole pazzie. E considerarli alleati perché questo sono. I bambini sono forse gli unici a non avere aspettative, ricordati come eri tu, come sei.

Va bene anche la pizza surgelata purché col sorriso, metterci a ridere anche se si rovescia l’acqua o si sbaglia strada. Sbriciolare sul divano, disegnare sullo specchio, vestirmi con roba stroppicciata ma avere tempo per guardarci negli occhi. Ballare in cucina. Quand’è che abbiamo smesso di fare le piccole pazzie che ci rendevano adolescenti matti con la voglia sfrenata di trovare la sacrosanta felicità?

Ogni figlio non vuole altro che un genitore sia felice. Ma per essere felici ci vuole coraggio e prendersi la responsabilità di dire “io”.

voglio cambiare il mondo. Non il mondo, quello grande. Il mio, il mio piccolo mondo che inizia e finisce con me. Il tempo in cui avere cura dei nostri sogni di felicità sarà il nostro passaporto per la libertà. Dalla vulnerabilità la forza, ci insegna la natura, da un ramo spezzato il coraggio di un nuovo germoglio.
Buona primavera…




5 maggio

Il 5 maggio 1978 viene recapitata una lettera a Eleonora Chiavarelli: è l’ultima, scritta dal marito, Aldo Moro, che morirà quattro giorni dopo.

“Mia dolcissima Noretta,
dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli.
Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E’ poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato.
Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande, grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienimi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto anto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo.
Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti.
Aldo”




Neve di maggio

neve-di-maggio

E te ne accorgi quando se ne va la luce e nel giro di qualche ora non si sa più come fare perché ormai tutto dipende da quello, dal frigo al riscaldamento. La vita è imprevedibile e poi succede che avevi scommesso no e invece girano gli spazzaneve al mese di maggio, ci siamo svegliati con il sole immenso e poi la pioggia e l’arcobaleno e anche la nebbia, tutto nella stessa giornata.
E alla fine è arrivata, mezzo metro di neve.
Giocare a Scarabeo mentre la luce del pomeriggio si trasforma, quel piccolo cane si tuffa nel bianco e ancora non ci crede, la neve è di nuovo più alta di lei.
A me tutto questo fa venire in mente le vacanze e i nonni, la stufa blu a carbone che negli anni è stata sostituita. Il brivido di quelle volte in cui andava via la luce, finalmente si usavano le candele sempre appoggiate sul camino. La luce del fuoco. Il tempo lento, quasi immobile. Il buio dei lampioni spenti.
Sì, la vita è imprevedibile. Non tiene conto dei ritardi, ci ricorda che la nostra pseudo modernità è appesa a un filo. Ci ricorda che basterebbero pochi giorni per mettere in ginocchio città intere. Che il buio è la condizione naturale della notte. Che il tempo non lo comandiamo.
E allora questa luce che va via per ore, ore intere e poi torna bassa bassa, sì mi rendo conto che fa arrabbiare tutti eppure rimette in pace col tempo, strizza l’occhio alla vita. Quanta meravigliosa magia a fermarsi. Quanta incredibile magia a ritrovare il tempo e farci ritrovare dal tempo, meravigliosamente vivi. Insieme a chi ti fa ridere.
E ora buona notte, già che ci sono il telefono lo spengo io.

Neve di maggio, era il 5 maggio 2019 e una potente nevicata controcorrente e contro ogni previsione arrivava, ribelle, a insegnarci di nuovo il senso del Tempo




Cose che ci fanno sentire ancora meravigliosamente vivi

Correre sotto la pioggia

Il panettone anche se non è Natale

Dopo una mattina grigia, il sole che esce dalle nuvole proprio quando hai finito di lavorare

La campanella dell’uscita da scuola

L’ aroma di caffè

Certe canzoni che ti basta sentirle per essere già altrove

Il rumore del mare

Chiudere gli occhi al sole

Il momento in cui tutto sembra possibile e lo è veramente

L’aria del mattino sulle guance quando cambia la stagione, così croccante, e il fiato un respiro bianco

I giardini che sbocciano in primavera

Il colore dei boschi quando due stagioni si incontrano

L’odore dei gelsomini d’estate in città

Un progetto bello, un libro che scalda il cuore

Stare ore a sognare a occhi aperti

Avere ancora tempo

Abbracciarsi di nuovo

Sorridere a una persona che non avevi mai visto

Il potere della gentilezza

Le luci dell’albero di Natale

Il segno dell’abbronzatura

Un caffè con i propri genitori, nonni e sapere quanto è prezioso

Scendere alla stazione sbagliata

Smontare vecchi lampadari e farne arcobaleni di cristalli

Prendere un bus e vedere tutte le fermate che fa

La pausa pranzo in piscina e fingere un po’ di essere al mare

Ricordarti quanto vale un pomeriggio con chi ami

Fare una cosa che non avevi mai fatto

Crederci davvero in quel vecchio sogno e continuare a chiederti qual è, il tuo sogno di oggi

Il coraggio di andare via. E quello di tornare

Le bolle di sapone

Il giallo del tarassaco e le margherite, millemila sui prati di primavera

Maddalena De Bernardi>>>

… Cose che ci fanno sentire ancora meravigliosamente VIVI…

continua tu, è il gioco di oggi

 

 

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Cosa fare nel non-fare

Il non-fare è un’attitudine zen, un esercizio di vita.

Accade in una mattina qualunque. Mi siedo.
Tu spegni la musica ed è una buona idea.
Il silenzio.

Nel silenzio accadono magie, come nell’ora del silenzio,
quando il sole è a picco e la luce è così forte da fermare il mondo
per un attimo
tutto si placa.

Cosa fare nel non-fare: di come un momento di contemplazione si trasforma meditazione e fermando il tempo sentire la vita e sentendo la vita scoprire cosa vogliamo farne

La meditazione non è immaginazione, dicono.
Al tempo stesso, tante tecniche di meditazione indicano un suono o un’immagine come stimolo da cui partire.
La mente ha bisogno di un focus.
Focalizzare, mettere a fuoco, e nel mettere a fuoco, come nel gesto di chi muove la rotella di un binocolo, entra in gioco il mettere limiti che è necessità visiva. Decido cosa voglio vedere, restringo il campo. Mi con-centro, entro nel cerchio: ci faccio un salto dentro e mi immergo.
Focalizzare implica mettere un limite, trovare dei confini.
.
Anticamente, i sacerdoti e astronomi del mondo etrusco, tracciavano dei gesti nel cielo con il loro bastone sacro. Quella porzione ritagliata dallo spazio del cielo diventava uno schermo dove leggere gli auspici, buoni o cattivi. Si sa molto poco, in verità, di questa civiltà avvolta nell’ombra, eppure è da lì che viene la parola “contemplazione”.

Quando l’Oriente medita, l’Occidente contempla

Immagino un uomo, in piedi davanti al cielo. Inspira, espira. Resta assorto.
In attesa. In attesa di un segno.
Si fonde, per un attimo. Poi torna in sè. fa un passo indietro.
Lui è l’osservatore che osserva la scena. Il messaggio si sprigionerà
all’improvviso, quando ormai non ci stavi più pensando.

Originariamente, la parola contemplazione ci porta al fermarsi: il momento in cui mi fermo è un istante catartico.
Contemplare è anche il gesto solitario di un pastore con la schiena appoggiata a un tronco, con il bosco che lo abbraccia e davanti il gregge che si muove nel riverbero del sole, su un prato infinito. Chiude gli occhi per un attimo, lui. Succhia un filo d’erba.
Inspira, espira.

I pensieri scorrono attraverso la testa, sono mille campanelli che suonano, è una radio piena di voci che non sta mai zitta.
Continua a respirare. Passano i pensieri d’amore e quelli sulla morte, passano i pensieri sulle cose da fare e quelli sull’infelicità o la felicità, scorrono via: sono pesci in una piccola boccia angosciante se ti ci fermi troppo a lungo, sono pesci che guizzano in un oceano immenso, se li vedi e li lasci andare E mentre dico “oceano” e “vasto” anche il respiro si dilata e mi sembra che anche il cuore abbia più spazio, dentro ai polmoni si fa spazio un mare di luce grande e quieto.

Un pensiero che fa paura, o che angoscia, è come un piccolo crampo. Si sente subito, laggiù da qualche parte in fondo al cuore o alla pancia, dentro allo sterno, come un sasso in un piede o la spina di una rosa conficcata nella carne.
Ha un peso specifico importante anche se è piccolo, ogni pensiero d’angoscia.
Esiste, esiste anche questo
paura, angoscia, morte

poi quel pesce scuro e ingombrante, fila via
anche se lo trattenevi con le mani se n’è andato
lontano, ora lo guardi dall’alto
solo una piccola sardina in mezzo a un branco immenso, ecco cos’era

c’è così spazio, fra un pesciolino e l’altro
se mi concentro su quello, sullo spazio
vedo l’acqua
sento l’onda
immensa,
senza limite

è una corrente che trascina,
come il respiro

dentro e
fuori,

come in mare, nell’aria
la corrente entra
onda,
dalla testa ai piedi mi sommerge,
attraverso ogni arteria
va
l’ossigeno
un fuoco che brucia,
pervade di energia
mi illumina




Tutto per un tulipano: il primo crack finanziario della storia

C’è un nuovo fiore, laggiù in giardino. Spiccava troppo per passare inosservato e io l’ho visto, proprio stamattina. Rosso acceso: tre petali per tre sepali, che in botanica sono le piccole foglie che compangono il calice. Il tulipano è proprio così, un calice che può avere così tanti colori da far girare la testa: rosso, giallo, screziato, rosa e via così, persino nero.

Il tulipano nasconde un segreto. Dietro la sua apparente quiete di fiore si nasconde una vita per niente tranquilla e in parte a rivelarlo è un indizio che si trova nel nome. “Turbante”, la parola “tulipano” significa questo e lui un po’ ci somiglia al sontuoso copricapo, di origine antichissima, che da secoli in Oriente viene creato avvolgendo la testa con una lunga striscia di tessuto colorato. La parola “tulipano” viene dalla lingua turca: tülbent, turbante. In effetti, è dalla Turchia che per la prima volta sono stati esportati i tulipani.

Fu su una delle navi che regolarmente attraversavano i mari, da Oriente a Occidente, che un giorno intorno al 1560 sbarcò nelle terre d’Olanda il tulipano. Fu subito sorpresa. Stupore, meraviglia, per quel bulbo (perché il tulipano nasce da un bulbo, sai?) simile a una cipolla, capace di fare un fiore così bello, così colorato e resistente. Chissà perché se ne innamorarono tutti e fecero subito a gara per avere bulbi di tulipano.

Nel giro di qualche anno i giardini olandesi iniziarono a riempirsi di tulipani e la richiesta continuò a salire. Tulipani da modulare come uno spartito nelle aiuole coloratissime, tulipani da trasformare in bouquet, regalare alle signore e lasciare in tavola come decorazione: non c’era persona che non volesse un bel tulipano colorato. In breve, avere un tulipano divenne sinonimo di prestigio, rispettabilità, fortuna tanto che divenne persino moneta di scambio.

Con i bulbi di tulipano si potevano scambiare merci, animali o addirittura, nel momento di massima fortuna, case e terreni. Venne chiamata tulipomania, era il 1620 e i prezzi dei bulbi di tulipano continuavano a crescere fino a raggiungere cifre impossibili. Secondo i documenti dell’epoca un bulbo arrivò a valere oltre 200 fiorini (il reddito medio di un lavoratore ammontava a circa 150 fiorini all’anno). Proprio nel 1635 venne pagata la cifra più alta mai sborsata prima d’ora per un bulbo di tulipano: centomila fiorini per 40 bulbi, 2500 fiorini per un bulbo. Una cifra enorme se pensiamo che per cento fiorini si poteva comprare una tonnellata di burro.

Il “commercio del vento”, così si chiamava, regolava l’acquisto e la vendita di bulbi che si era appena piantato o, addirittura, che si aveva l’intenzione di piantare ma che ancora non erano sbocciati. Oggi in finanza si chiamerebbero “futures”, cioè contratti a termine che impegnano alla compravendita acquistando un certo prodotto alla scadenza e a un prezzo fissato in precedenza. Annullare l’impegno è impossibile.

Ma un bulbo non è un fiore. In mezzo c’è la distanza che separa un seme dalla pianta adulta: c’è il sole, la pioggia o la grandine, l’attesa. In mezzo c’è il potere del tempo, che in parte è quello atmosferico, ma è anche il grande Tempo che ci accompagna tutti e rende la vita piena di incognite, svolte e avventura, perché sovverte il prevedibile e trasforma ogni giorno in un viaggio nell’imprevedibile.

Dopo aver raggiunto il prezzo capogiro di cui dicevamo prima all’ asta di Harlem, cittadina poco distante da Amsterdam, i commercianti di tulipani iniziano a vendere e sono costretti a svendere. La cifra massima era stata raggiunta, il mercato crolla. All’improvviso nessuno sembra più volere tulipani. La follia lentamente inizia a regredire: ci si sveglia, come da un brutto sogno e la sensazione è quella di uscire dalla bolla di un incantesimo.

A distanza di secoli la crisi finanziaria del 2007-2008 farà ripensare alle modalità di questo primo incredibile crack finanziario della storia: la bolla dei tulipani. Ma questa è un’altra storia…




Torna il cucù

all’improvviso
stamattina

cucù… cuucù

è tornato a farsi sentire, come ogni primavera
il suono proviene dallo stesso punto in cui si sente da sempre,
un posto imprecisato fra gli alberi, oltre i meli in fiore nel prato di fianco alla chiesa
uno spazio d’aria custodito dalle montagne,
così verdi in questa stagione che rinasce

torna il cucù,
cucco cucù cuculo

«Canta il cucco sulla quercia nera
ricordati padrone che è primavera»
recita un detto antico dell’Italia del sud,
il suo canto dice che è primavera.
Nella Germania contadina di secoli fa
quando il cucù si sentiva di nuovo cantare
per chi lavorava la terra
era tempo di ricevere fondi per le campagne

è il tempo dell’amore
quello segnato dal cucù,
forse anche quello dei cucù di legno.
Abbiamo creato un segna tempo per ricordarci che
del movimento del Tempo
solo
vale la pena
quello che
ticchetta l’amore

il cuculo con il suo canto segna il territorio
tenetevi alla larga, dice.
Deporrà un uovo, simile agli altri di cui invade il nido
poi se ne va, senza l’impegno di crescere i piccoli o scovare cibo

solitario
all’inizio dell’estate
vola già
sulle rotte dei cieli d’Africa

solo, sì
solo. Perché il cuculo migra da solo
solo arriva, all’inizio di primavera
solo se ne va, all’inizio dell’estate.
I piccoli, ormai giovani uccelli adulti
se ne andranno alla fine dell’estate
attraversare il mare per la prima volta mentre l’autunno inizia,
soli anche loro
con una mappa che non sanno di sapere,
imparata chissà come dalla misteriosa saggezza del dna

dalla mattina all’alba fino a sera
canta il cucù. E nelle campagne un tempo si diceva
non si sa quanti anni viva
– vecchio come un cucco –
un numero incalcolabile di tempo,
forse perché da soli
si perde il conto
degli anni.

Chissà se è stato il suo fischio a
ispirare
uno dei primi giochi dell’umanità
il cuco.

Impastati nella terra, cotti nei forni d’argilla
cuchi antichissimi
ritrovati nelle tombe di bambini nati millemila anni fa,
nell’antica Grecia
e poi in Inghilterra
cuchi messi nella cappa del camino,
in segno di buona sorte
un cuco nella culla dei neonati, tradizione bavarese
affinché l’aria si faccia melodia di vita e
gli spiriti del male scappino via,
così si racconta al Museo dei Cuchi di Cesuna,
frazione del comune italiano di Roana, in provincia di Vicenza




10 aprile

è il 10 aprile. Un ragazzo cammina per la strada, con la mano sposta la falda del cappello per coprirsi gli occhi dal sole. Si accende una sigaretta e sorride, guardando i palazzi, il sole, la gente in questo inizio di anni Venti, burrascoso ed eccitante.
oggi viene pubblicato a NewYork “Il grande Gatsby”, scritto da Francis Scott Fitzgerald: è il 10 aprile 1925. Chissà che tempo faceva a New York. Sono passati (quasi) cento anni.
Siamo di nuovo in un turbinante inizio degli anni Venti, all’inizio di un altro secolo
siamo ancora qui. Sognatori scavezzacollo, inquieti, frementi
scontenti cercatori di felicità,
inquieti dissenti
visionari
stanchi del vecchio mondo
immaginando
il futuro
di nuovo




I bambini sono lenti

i bambini sono lenti,
ci mettono tantissimo
a infilare un piede nella gamba giusta del vestito, a andare da un posto all’altro o
scendere le scale
barcollanti come sono,
distratti
si fermano a guardare un fiore
un sasso, qualcosa fuori asse
attira l’attenzione
i bambini rovesciano i piatti,
si sporcano
maldestri
inciampano,
si fermano quando non dovrebbero
vogliono solo giocare
scoppiano a ridere quando tu urli
per fortuna ci siamo noi,
noi adulti
a fare fretta, a incalzarli,
a dire di non perdere tempo
e sbrigarsi
ricordare la disciplina
l’importanza della serietà

I bambini sono lenti,
si fermano a guardare ciò che non dovrebbero.
Maldestri, fanno cadere e rompono,
inciampano.
I bambini
vanno
contro corrente e
contro ogni logica.
Ribelli nati,
ci insegnano
il potere della bellezza

– In effetti a ben pensarci per uno che viene dallo spazio deve essere molto buffo lo spettacolo di una faccia quando è arrabbiata, si accartoccia tutto e diventa un po’ come quelle maschere delle tribù africane, con occhi immensi e spalancati, la bocca gigante, una caverna, pelle paonazza e l’aspetto truce da teatro –

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Reinaldo Arenas, poeta

“La bellezza è sempre stata pericolosa”
Reinaldo Arenas

Reinaldo Arenas è morto a New York il 7 dicembre 1990, con le luci di Natale già accese per le strade e il viavai del venerdì, la settimana finita alle spalle e davanti il lungo ponte di un week end di festa.

Sul biglietto d’addio ha scritto: «Vi lascio in eredità tutte le mie paure, ma anche la speranza che presto Cuba sia libera». Vi lascio in eredità tutte le mie paure.

Lui, nato ad Aguas Claras in un giorno d’estate, il 16 luglio 1943, ci aveva messo quasi vent’anni per scappare dalle sue paure. Ma forse a fuggire veramente non ci si riesce mai, perché le paure ci inseguono, come l’ombra di Peter Pan eterno fanciullo.

Imprigionato, torturato, costretto ai lavori forzati, il poeta Reinaldo vede distruggersi la carta e impara a memoria i suoi versi. Scambierà la libertà con una “i”: sul passaporto Arinas invece di Arenas.

Reinaldo Arenas era cubano. Perseguitato, scrisse più volte le sue poesie: le sue raccolte, nascoste, distrutte, ritrovate, inviate, pensate, scritte e riscritte sulla pelle, alla fine le aveva imparate a memoria, limate, come succede quando scrivi e ti tocca riscrivere, scegli meglio, impari. E forse sono le parole ad aver scritto lui, alla fine.
Non si è mai arreso a essere ciò che non era. È riuscito a scappare alla fine. Morirà, anche. Alla fine, come tutti. Ma la cosa importante è che la libertà non si arrende: non si arrende la poesia, non si arrende la bellezza. È per questo che i poeti, gli artisti e i letterati sono ribelli della peggior specie: non riescono ad arrendersi al grigio e alla banalità, a chi vorrebbe trasformare i giardini selvaggi in aiuole ben ordinate.
Ognuno con ciò che ha, essere come si è
dare al mondo quello che siamo, così come siamo
è la bellezza più grande
è più difficile e in fondo semplicissima,
puro coraggio

A proposito, dalla autobiografia di Reinaldo Arenas, Antes que anochezca, il film “Prima che sia notte” (2000) di Julian Schnabel con Javier Bardem




Geografia familiare, ovvero una riflessione sulla geografia di famiglia

Ogni famiglia ha una geografia, racconta la vita e le vite che ne fanno parte. Non ci stiamo mai a pensare, eppure se è proprio qui che ci troviamo, qui e ora, è perché siamo reduci, in fondo, sopravvissuti “a” e “di” una storia più grande di noi. Siamo sopravvissuti alla storia, al suo impatto sulle nostre piccole vite, persino alla storia della nostra nascita, che rappresenta forse il momento più pericoloso dell’esistenza in assoluto. E siamo sopravvissuti della storia, la nostra e di tutti quelli prima di noi: la nostra genealogia, che vive di enormi buchi e impara ad abitarli, come le persone che lì dentro si sono perse, chi non sappiamo che faccia abbia e quelli che non conosceremo mai.

La nostra genealogia vive di enormi buchi e impara ad abitarli

Ci sono più fili che si intrecciano nella storia familiare, come la tela di un ragno. C’è il filo che si muove dall’origine in avanti, o da dove noi siamo adesso, l’ultimo anello della catena, indietro di un passo alla volta fino a chi ci ha preceduti attraverso il tempo. Poi, c’è l’intricata rete che unisce e distanzia i membri della famiglia, fra amori, divorzi, amanti, rotture, litigi: una rete che si dipana nel presente, anzi in ogni presente che c’è stato nella storia. C’è una storia diacronica e una storia sincronica. Di questa restano fra le nostre mani fotografie di famiglia, istantanee di momenti presi dal tempo, momenti che abbiamo fermato per un attimo prima che fossero di nuovo inghiottiti dall’onda degli eventi, persi per sempre nel flusso del presente che mai si ferma. Di certi volti, e luoghi, possiamo ancora chiedere se siamo fortunati. Oppure rimaniamo lì, con i nostri interrogativi, a respirare gli sguardi e intuire le reti che con doppio filo legano passato e presente disegnando la genealogia di famiglia.

Anticamente i “libri di famiglia” erano quaderni in cui si tenevano le registrazioni dei conti e, a volte, dei fatti salienti della vita familiare. Le famiglie dei mercanti hanno lasciato in eredità alla storia annotazioni minuziose delle attività di famiglia. Fra i nobili, spesso, risultava più importante la genealogia e le linee che riportassero le virtù del sangue. U’opera nota come “I libri della famiglia” è stata scritta in volgare fiorentino da Leon Battista Alberti, umanista, matematico, architetto e molto altro. Fra queste pagine, compilate nel 1433, ci sono appunti di vita familiare, sull’educazione dei figli, il matrimonio, gli anziani.

Io ricordo il libretto dei conti di mia nonna, un quadernetto di carta ingiallita con la riga rossa a margine della pagina. Con una precisione che in altre cose non aveva per nulla, ogni volta si ricordava di appuntare le spese in uscita e quelle in entrata. Allora non si andava al supermercato: c’era la bottega, che era un posto più piccolo e dove tutti si conoscevano. Nelle botteghe di solito a sbrigare tutto il lavoro c’era una persona sola, o magari una coppia, e questo contribuiva al fatto che si stesse un po’ in coda. Nel frattempo si chiacchierava, si guardava con comodo la frutta e la verdura che poteva servire, senza fretta. Durante queste attese, immancabilmente, nonna finiva sempre per aprire qualcosa che poi avrebbe comprato già mezzo consumato, o staccare la punta del pane e darmela,un’abitudine che è rimasta anche a me, un rito familiare che i più, per esempio lo zio, troverebbero di certo pessimo.

Adesso non si fa più questa cosa del libretto dei conti. Non ne troveremmo più né il tempo, né la voglia. Eppure penso che dovremmo iniziare a scriverlo un diario di famiglia: sarebbe il diario della famiglia in qualsiasi modo la si intenda, quella con se stessi, con i compagni di strada in questa vita, con i bambini che siamo stati, i nipoti, le vecchie conoscenze e quelle ancora da venire.

Quando ho iniziato ad abitare in montagna prendevo la corriera: con lei ritornavo verso la mia vita precedente e nel frattempo scoprivo altri luoghi di cui non conoscevo l’esistenza, disseminati lungo il percorso. La corriera è un autobus blu, BLU direbbe calcando con la voce un viaggiatore intergalattico di mia conoscenza (da due settimane vede il blu come unica sfumatura cromatica della vita). La corriera segue il profilo delle montagne e scende docile, fino in pianura; poi si ferma due o tre ore e parte di nuovo, risalendo curva dopo curva, carica soprattutto di studenti molto giovani, di scuole medie e liceo, non ancora patentati, e signore con sacchetti di spesa e, talvolta, neonati al collo, la maggior parte straniere. Ma ci sono anche uomini, meno in verità: di solito fanno gruppo tutti insieme in un paio di file, verso la coda, di ritorno dalle fabbriche dove hanno finito il turno o aspettano di attaccare. Ogni volta, mentre partivo da questa nuova casa verso la mia casa precedente e, ancora prima, la mia casa dell’infanzia, non potevo fare a meno di guardare queste strade. È cambiato il paesaggio, immagino; negli anni strade asfaltate e ben fatte, che scivolano silenziose anziché i sentieri sassosi di prima, i colori ben dipinti di bianco sul nero. Soprattutto in pianura l’urbanizzazione, che non ha a che fare solo con costruzioni, edifici e macchine, ma è praticamente un momento sociale, un movimento che ci vede abitare e vivere in un certo modo, un certo mondo.

Nella sua essenza il paesaggio che attraverso è lo stesso di mia nonna. Possente, una salita che fa arrancare, poi curva dopo curva la discesa e quanta bellezza in quella curva che si apre scoprendo l’orizzonte privo di ogni ostacolo, libero, immenso. È il viaggio della vita. Un arcobaleno improvviso alla fine della pioggia, il sole che illumina il fieno appena fatto e i campi ancora verdi in primavera. Strofinarsi i guanti uno contro l’altro, d’inverno, e non vedere l’ora di arrivare in una cucina illuminata mentre fuori è già buio. Con la bella stagione assaporare con gli occhi ogni attimo del viaggio, immaginando la vita in ogni casa diversa, alla prossima svolta. In mezzo il filo della strada da seguire, come un gomitolo che si va facendo intorno al cuore. È lo scenario della nostra esistenza, sempre in divenire.

Nel tragitto ritrovo il viaggio di mia nonna, che dopo la guerra la portò in una città diversa, a ricominciare la vita da un’altra parte. Io, che sono nata là, ritrovo il mondo dove era nata lei, l’origine, il punto di partenza. È un quadro capovolto, un viaggio a ritroso.

Mia nonna nelle mattine da bambina che passavo con lei mi diceva, un giorno o l’altro usciamo e prendiamo l’autobus, saliamo e ci facciamo portare in giro, vediamo dove va. Poteva essere una frase come un’altra, di quelle che si dicono. Ma evidentemente, per lei come per me, non lo era. Prima di morire mi ha guardato negli occhi con quello sguardo che sapevamo io e lei, mi ha detto, quell’autobus alla fine non lo abbiamo preso mai. Io le ho sorriso. A dire il vero mi ha anche un po’ sorpreso, nonna, che tu ti sia ricordata di quel pensiero così leggero e bello che volava come un sorriso fra me te e lo specchio. Prima di uscire per andare fino alla solita bottega tenevi quel tuo specchietto tondo inclinato fra le mani e intanto stendevi il rossetto rosso, con cura, non uscivi mai senza. Poi andavamo, via per la nostra passeggiata mattutina.
Lo faccio ancora, sai. Ho continuato a farlo sempre, in ogni posto in cui ho vissuto. Cammino ogni mattina. E non ho mai smesso di comprare un nuovo biglietto esplorare un pezzo di mondo, un nuovo quartiere, le facce e le finestre, un pugno di edifici. Osservare la strada da seguire, vederla che si dipana come il filo di un gomitolo intorno all’anima mentre sto seduta, passeggera in viaggio, a osservare il mondo che va.

Ci sono promesse che continuiamo a realizzare, giorno dopo giorno. Il nostro è un viaggio scritto con il sangue, nella mente e sul cuore. Non importano le parole, non importa ciò che si sa. Il valzer del tempo ci riporta là dove tutto è iniziato, costantemente. Danzando la nostra rinascita ri/scriviamo le nostre storie.




L’ossessione del far-fare

Con i bambini, soprattutto se piccoli, è un fatto di cui è più facile rendersi conto. Anche con gli anziani, soprattutto se malati o molto vecchi. Ci sentiamo stressati. Trascorso un po’ di tempo, ecco che scatta una molla capace, a volte, di chiudere il respiro: può succedere di iniziare a guardare l’orologio con una frequenza non necessaria e che un vago senso di ansia aleggi tutt’intorno. Lo senti nella cucina silenziosa e sul divano sfatto, mentre ti guardi intorno con dubbio, come in attesa di qualcosa che non sai definire. Il senso di qualcosa che deve succedere: è lì, in agguato. E attenzione, non si tratta di qualcosa che sta per accadere; no, è qualcosa che tu pensi debba accadere.

L’ossessione del far-fare, ecco una cosa di cui ci dobbiamo liberare

L’ossessione del far-fare è una pressione interna. Ha a che fare con l’idea che ci sia qualcosa… qualcosa da organizzare, trovare, pensare.. qualcosa che debba far passare il tempo o la giornata. Accade più spesso con i bambini molto piccoli o i vecchi molto vecchi. Ma non solo. Accade anche quando stiamo da soli con noi stessi: è l’idea che ci dobbbiamo cavar fuori qualcosa da questo tempo, da questa giornata.

Che cosa accade, dentro e fuori di noi, se smettiamo di dover pensare?

L’adesso ha sempre un senso. Qui e ora, semplicemente. Quello che sento. Quello che sto percependo e sentendo, proprio qui, proprio adesso, me ne devo ricordare. Se penso che debba accadere qualcosa, che come una maestrina mi devo sforzare; che con un bambino io debba inventare un gioco, o con un anziano un’attività, con me stesso un obiettivo, allora dentro mi succede di nuovo. Torna a farsi sentire quella pressione, il click dei polmoni che si chiudono, la morsa del tempo.

Il tempo non morde. La bellezza accade. Le ore, fluide, continuano a scorrere e noi
ci nuotiamo dentro,
a questa vita

e può essere che
staremo in silenzio,
come si fa da vecchi
uno di fianco all’altro
gomito a gomito
guardare da una finestra

può essere che staremo in mutande
tutto il giorno,
passando da una stanza all’altra
sbriciolando sul divano

e guardarci negli occhi
vicini vicini
preparare il tè,
sentire un gallo che canta mentre tutti dormono
fare un gradino alla volta
e appoggiandosi al muro
andare piano piano
senza uscire nemmeno di casa
trovare il senso di questo tempo che
scorre

sulla nostra pelle
nell’acqua alle piante
dentro il silenzio
con un sorriso